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Morti in Rsa, parla l’infermiere: “Negare la verità sottrae dignità a chi ci lascia e alimenta frustrazioni in chi resta”

Nel mese di marzo, all’interno delle Rsa, sono decedute 282 persone ma solo 67 vengono ricondotte ufficialmente al Covid-19. Zanella: “Se il coronavirus non ci fosse stato non sarebbero morte tutte queste persone, sui dati serve chiarezza”

Di Tiziano Grottolo - 09 April 2020 - 13:22

TRENTO. “All’interno delle Rsa si sta consumando una tragedia umana”, così Paolo Zanella, infermiere caposala in geriatria ora in forza a una delle Apsp del territorio, nonché candidato di Futura, interviene sul momento drammatico che vede queste strutture come una della “zone calde” dell’epidemia. Zanella, nella lettera aperta (in fondo la versione integrale), non usa mezzi termini: “Non bastava la solitudine nella quale gli anziani stanno morendo, lontani da affetti e calore umano ma persino la verità viene negata”.

 

A cosa si riferisce è presto detto, così come rilevato da Il Dolomiti nei giorni scorsi (QUI l’approfondimento), nel mese di marzo, all’interno delle Rsa trentine, sono morte 282 persone ma i decessi ufficialmente attribuiti al coronavirus sono “solo” 67. Eppure, nel marzo 2019 i decessi all’interno delle Apsp si erano fermati a 141, un dato che per l’anno corrente si traduce in aumento del 100%. I numeri assoluti dimostrano come ci siano almeno una settantina di decessi, che pur non essendo stati attribuiti al covid-19, sarebbero riconducibili alla stessa epidemia. Come spiegatoci da Enrico Nava, direttore per l'integrazione socio-sanitaria: “L’ipotesi che il coronavirus sia responsabile dell’incremento della mortalità registrata nel mese di marzo 2020, rispetto alla media degli anni passati, è altamente accreditata”.

 

Di seguito la lettera integrale pubblicata da Paolo Zanella

 

LA VERITÀ, VI PREGO, SULLA MORTE

La tragedia umana che si sta consumando nelle nostre RSA si compone di un altro tassello: la negazione della verità. Non bastava la solitudine nella quale gli anziani stanno morendo, lontani da affetti e calore umano, imprigionati in quelle strutture che si sono prese cura di loro per tanti anni. Non bastavano le condizioni di assistenza ridotte all'osso, con gli ospiti morenti accompagnati fino alla fine solo grazie all'enorme sforzo dei pochi medici, infermieri e OSS superstiti dell'epidemia che ha decimato anche loro. Non bastava un lutto collettivo di portata inimmaginabile con il quale devono confrontarsi le case di riposo, comunità abitate da una forte dimensione umana e affettiva, provate dalla perdita di una parte consistente dei residenti.

 

Ora ci si mettono anche le statistiche a negare dignità a un'intera generazione che ci sta lasciando. Perché negare la verità, anche nella morte, sottrae dignità a chi ci lascia e alimenta frustrazioni in chi resta. La grave sofferenza che stanno affrontando i parenti e gli amici dei tanti anziani morti nell'ultimo mese é gravata dal fatto di non averli potuti accompagnare in un momento esistenziale tanto cruciale e dal non aver potuto ricordali con un rito funebre degno di questo nome. Abbiamo il dovere morale di non aggiungere sofferenza a sofferenza. Se neghiamo che gran parte di questi anziani sia morta di Covid non restituiamo alle famiglie la verità che meritano. "La verità, vi prego, sulla morte", almeno su quella, parafrasando Auden. La ricerca della verità sulla morte abita l'uomo da sempre. Qui l'abbiamo di fronte agli occhi e la neghiamo. Contravvenendo a qualsiasi logica. Come possiamo considerare affetti da Covid i contatti sintomatici di persone Covid positive - come hanno stabilito i nostri igienisti ed epidemiologi - per poi negare la diagnosi una volta morti? Da vivo vale una diagnosi di ragionevolissima presunzione, da morti vale solo il tampone?! Per quale principio? É evidente a tutti la fallacia logica nel ragionamento.

 

Cosa vuol dire, poi, che per molti di questi anziani la morte sarebbe sopraggiunta comunque presto e che il Covid ha avuto solo un effetto anticipatore? Quanto cinismo c’è dietro queste affermarmazioni?! Stiamo parlando di persone! Esseri umani che non sappiamo se sarebbero vissuti altri due mesi o altri cinque anni. Persone fragili e morbide, certo. Ma come possiamo noi ergerci a giudici della loro qualità di vita e del tempo che avrebbero avuto ancora a disposizione? Queste persone - quantomeno molte, ma molte di più di quelle che risultano dalle statistiche - sono morte anzitempo per colpa di una tremenda epidemia che sta falcidiando la loro generazione. Se il coronavirus non ci fosse stato non sarebbero morte in un mese tutte loro.

 

La signora Maria sarebbe stata a breve in carrozzina nel giardino della sua RSA a leggere il giornale. Il signor Franco avrebbe continuato a camminare su e giù per il corridoio senza sapere dove stava andando, ma illuminandosi improvvisamente nello sguardo alla vista della figlia. La signora Lina avrebbe continuato a chiacchierare, tra un ricovero e l'altro per scompenso, con la signora Fernanda, costretta a letto per un brutto ictus, ma ancora lucida e con una incredibile voglia di vivere. Restituiamo a questi anziani, uomini e donne, la dignità che meritano. Diciamo con estrema chiarezza che in una triste primavera trentina, un virus bastardo ce li ha portati via per sempre.

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