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Nelle Rsa circa 140 morti in più rispetto all’anno scorso, di questi solo 67 con Covid-19, e gli altri? Nava: “L’ipotesi che il coronavirus sia responsabile è altamente accreditata”

Nel solo mese di marzo nelle Rsa trentine hanno perso la vita 282 persone, su 67 morti accertate con coronavirus però ci sono circa 70 decessi che non sono ufficialmente attribuiti all’epidemia ma gli indizi puntano in un’unica direzione, Nava: “La risposta è sotto gli occhi di tutti il coronavirus ha colpito con violenza le Rsa”

Di Tiziano Grottolo - 04 aprile 2020 - 06:36

TRENTO. “L’ipotesi che il coronavirus sia responsabile dell’incremento della mortalità registrata nel mese di marzo 2020, rispetto alla media degli anni passati, è altamente accreditata”, così Enrico Nava, direttore per l'integrazione socio-sanitaria, commenta i dati a dir poco drammatici dell’epidemia che ha colpito le case di riposo trentine.

 

D’altronde dall’inizio dell’epidemia i contagi avvenuti all’interno delle Rsa sono stati 718 (di questi quelli accertati con tampone sono 298), mentre i decessi, ufficialmente registrati come coronavirus, sono 67. Qui però emerge una discrepanza, soprattutto se raffrontata con i dati forniti da Nava in conferenza stampa. I grafici presentati evidenziano come nel marzo 2020, all’interno delle Rsa, siano avvenuti 281 decessi (282 verrà precisato in conferenza stampa), nel marzo 2019 erano stati “solo” 141, ancora meno nello stesso periodo del 2018. Ma quindi come si spiega un incremento così grande a fronte di sole 67 morti accertate con coronavirus?

 

Proprio di questo abbiamo chiesto conto a Nava che siamo riusciti a raggiungere telefonicamente per avere maggiori dettagli: “Innanzitutto va specificato che una morte per essere attribuita al coronavirus dev’essere accertata con un tampone che per noi è dirimente”. Come già anticipato rispetto allo stesso periodo di marzo, nel 2020, la mortalità all’interno delle Rsa è cresciuta enormemente facendo registrare un aumento del 100%”.

 

 

Nelle cifre infatti c’è una discrepanza di una settantina di decessi che ufficialmente non sono stati attribuiti al coronavirus ma che per lo stesso Nava: “L’ipotesi che il Covid-19 sia responsabile è altamente accreditata. La spiegazione di un aumento così sensibile è sotto gli occhi di tutti, il coronavirus ha colpito con violenza le Rsa”. In buona sostanza non tutti gli ospiti sono stati sottoposti a un test vuoi perché il decesso è sopraggiunto prima, vuoi perché il test non viene fatto su ogni malato. A tal proposito è bene ricordare che dei 718 contagi registrati solo 298 sono stati riscontrati con tampone, per gli altri è bastato un accertamento clinico cosa che però non può avvenire in caso di morte: “Per dichiarare un decesso con coronavirus dobbiamo avere un test positivo”, ribadisce dal direttore per l'integrazione socio-sanitaria.

 

Per fare un esempio nell’Rsa di Dro sono stati registrati 53 casi “ma il tampone è stato eseguito solo su 5 o 6 pazienti” precisa Nava, ovviamente però non sarebbe corretto affermare che nella casa di riposo ci siano solo una manciata di casi, pertanto tutte le persone che presentano i sintomi riconducibili al Covid-19 vengono calcolati come positivi, solo così è possibile comprendere come si è evoluta l’epidemia all’interno delle case di riposo.  

 

 

Infine, grazie ai dati esposti da Nava possiamo scoprire come la massima virulenza del virus (90 positivi) sia stata registrata tra il 21 e 22 marzo, ciò significa che le persone hanno contratto la malattia ragionevolmente una o due settimane prima, in un periodo compreso tra il 7 e il 21 marzo. Nava riconosce anche l’errore di calcolo avvenuto a inizio mese quando si pensava che l’incidenza sulla mortalità non fosse così alta: “In quel momento avevamo solo una decina di casi in più della media, inizialmente pensammo che il virus non fosse così letale, purtroppo l’ondata di decessi si è palesata nella seconda metà dei marzo”.

 

 

Sia chiaro in questo caso nessuno ha mentito, ma numeri tanto impressionanti lasciano poco spazio ai dubbi: la sensazione è che potendo avere un maggiore accesso ai dati il quadro che emergerebbe sarebbe quello di un’epidemia che ha colpito molto più in profondità e con molta più violenza di quel che si pensa: “Una panoramica completa la si potrà avere solo alla fine dell’anno – conclude Nava – se è vero che questo 2020 potrebbe chiudersi con alcune centinaia di morti in più, al contrario, passata l’epidemia potremmo assistere a un fenomeno inverso con un abbassamento medio della mortalità, ma ripeto solo alla fine dell’anno potremmo avere le idee più chiare”.

 

Le dichiarazioni rilasciate dal direttore per l'integrazione socio-sanitaria hanno sicuramente il merito di offrire importanti spunti di riflessione oltre che ad ampliare la visuale su quello che resta un fenomeno al di fuori dell’ordinario, in tutta la sua brutalità, con l’unica certezza che la consapevolezza non può che portare sicurezza e magari la prossima volta saremo più preparati ad affrontare la minaccia.

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