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Agguato in Congo, l'ex sottosegretario Raffaelli: ''Attanasio non la riteneva una missione pericolosa. Oggi la parte orientale di questo territorio è senza controllo''

Politico trentino ed ex sottosegretario agli Affari Esteri, Mario Raffaelli commenta l'agguato avvenuto ieri in Congo e che ha visto la morte l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista Mustapha Milambo. "Ora in Congo occorre dare un forte appoggio al nuovo presidente, eliminando la corruzione, che era stata caratteristica dell’ex-presidente; la seconda è creare un programma innovativo basato sulla mobilitazione, disarmo e l’integrazione dei gruppi armati"

Di Anna Giulia Mattivi - 23 February 2021 - 18:27

TRENTO. “La sera prima della sua morte, l’ambasciatore italiano aveva cenato in un ristorante con alcuni volontari italiani: era contento perché avrebbe rifornito di cibo un villaggio. Non la riteneva assolutamente una missione pericolosa”. Sono queste le prime parole di commento da parte di Mario Raffaelli, politico trentino ed ex sottosegretario agli Affari Esteri, sulla tragedia avvenuta ieri in Congo. (Qui l'articolo)

 

Sono rimasti uccisi l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista Mustapha Milambo. Secondo le ricostruzioni fatte, un commando di 6 persone avrebbe prima attaccato il convoglio dell'ambasciatore e ucciso l’autista della sua auto, poi gli assalitori avrebbero condotto il carabiniere e l’ambasciatore nella foresta. Con l’arrivo delle forze locali in loro soccorso, a causa dello scontro armato, sono deceduti prima Vittorio Iacovacci e poi l’ambasciatore è stato ferito mortalmente.

 

Il Congo ad oggi è un paese con difficoltà politiche e sociali. Quale evento lo ha sconvolto maggiormente?

Bisogna anzitutto ricordare che il Congo è uno dei paesi più ricchi di risorse naturali come miniere di diamanti, rame, uranio e altri minerali, e di materiali preziosi soprattutto per le nuove tecnologie. Nonostante questo, però, è uno dei più problematici.

Quando il Congo divenne indipendente nel 1960 era privo di basi economiche e organizzative, diviso tra continue lotte interne. Per decenni è stato sottomesso dal dittatore Mobutu, uomo senza scrupoli con nessun interesse e amore per il suo Paese, uno dei peggiori dittatori africani. Successivamente con la Prima guerra mondiale africana, che ha coinvolto anche gli Stati vicini, il Paese non è riuscito a risollevarsi, ma ne è uscito distrutto.

 

L’elezione del nuovo Presidente, avvenuta nel 2018, è riuscita concretamente a migliore la situazione oppure no?

All’inizio non è stata di certo una transizione facile, perché il vecchio Presidente ha mantenuto contatti e legami forti con i militari ed era sostenuto da una grande maggioranza nel Parlamento. Fortunatamente in questi ultimi mesi, il nuovo Presidente è riuscito a cambiare alleanze, a riprendere un certo controllo sul Congo e a ottenere la maggioranza in Parlamento.

Ma la parte orientale del Congo è tutt’ora senza controllo, in quanto è stata la zona più colpita dalle guerre. E’ sede di organizzazioni di milizie, movimenti criminali e vi è la presenza di radicalismi islamici.

 

Secondo lei, come possiamo aiutare e sostenere il Congo?

Da alcuni anni è presente la missione dell’Onu, ma non vi è stato un grande cambiamento.

Ci sono due aspetti in cui bisogna concentrarsi maggiormente: il primo è di dare un forte appoggio al nuovo Presidente, eliminando la corruzione, che era stata caratteristica dell’ex-presidente; la seconda è creare un programma innovativo basato sulla mobilitazione, disarmo e l’integrazione dei gruppi armati. E’ importante che le persone sappiano che potranno essere integrate e ricominciare una nuova vita facendo parte della società.

 

Per quanto riguarda il tragico evento di ieri: a suo avviso, si sarebbe potuta evitare la tragedia? Magari con una maggiore comunicazione da parte dell’ambasciatore sul tragitto che avrebbero percorso, come riportato da alcuni giornali?

E’ presto rispondere a questa domanda. Ancora oggi non si sa con certezza come sia andata di preciso la vicenda, infatti chi abbia ucciso Luca Attanasio sarà un’inchiesta a stabilirlo.

Le persone e i volontari che si trovano in Congo in questo momento sono costantemente esposti a dei rischi, ma Attanasio era felice di poter aiutare i più deboli: non la riteneva una missione pericolosa. Si spera che fra un paio di giorni sapremo più dettagli sull’accaduto.

 

Chi ritiene che siano stati gli attentatori?

Possiamo di sicuro scartare le cellule di radicalismo islamico, in quanto ci sarebbe già stata una rivendicazione. Non può essere stata nemmeno un’imboscata, a scopo di sequestro, perché l’automobile non aveva la bandiera italiana, quindi nessuno avrebbe potuto pensare che all’interno dell’auto vi fosse l’ambasciatore.

 

Nel nord Kivu, territorio dove hanno trovato la morte l'ambasciatore, il suo autista e la guardia del corpo, si annoverano più di 50 formazioni di insorti, com’è possibile quindi che la strada fosse considerata sicura?

Anche questo è un grande interrogativo. Il fatto di non avere le scorte non implica necessariamente una poca organizzazione: può simboleggiare la propria neutralità.

 

Quanto è importante tenere i riflettori accesi su situazioni come quella che sta vivendo in Congo?

Sarebbe importante che la stampa si occupasse di più di quanto accade in Africa, non solo quando accadono le tragedie. Soprattutto riguardo i Paesi con maggiore difficoltà, è importante che le persone siano informate e sensibilizzate sull’argomento. Non si tratta solo di questioni politiche, ma anche umanitarie e sanitarie: ad esempio ricordiamo che l’ebola continua a mietere vittime ogni giorno e che sono passati quasi 10 anni dall’ultima volta che se ne è parlato in televisione.

 

 

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