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Come riconoscere una molestia? A Trento gli esercizi per isolare i casi di violenza nel linguaggio

C’era anche il Centro Studi Interdisciplinari di Genere alla Notte dei Ricercatori, che si è svolta a Trento venerdì 24 settembre nella cornice del Muse di Trento. Il Centro ha proposto dei dibattiti, ma anche un gioco per esercitarsi a riconoscere le situazioni di molestia e violenza nel linguaggio in quattro scenari: sull’autobus, all’università, sui social e sul luogo di lavoro

Di Marianna Malpaga - 26 settembre 2021 - 13:34

TRENTO. Quattro scenari di vita quotidiana nei quali ci si deve chiedere se quello che abbiamo ricevuto è un complimento oppure no, non lo è affatto. Nel corso della Notte Europea dei Ricercatori, quest’anno inserita nella Sharper Night (Sharing Researchers’ Passion for Engaging Responsiveness), il Centro Studi Interdisciplinari di Genere ha proposto un gioco per imparare a riconoscere le situazioni di molestie e per promuovere una cultura del consenso nelle relazioni. Hanno curato lo stand, attivo per tutta la durata della manifestazione, Sara Cricenti, tutor del master “Gestione delle Diversità: Inclusione ed Equità”, Alessia Tuselli, assegnista di ricerca al Centro Studi di Genere, e Martina Cicaloni

L’attività, “È un complimento (?)”, prende spunto da un corso che il Centro Studi di Genere porta avanti nelle scuole secondarie di primo e secondo grado assieme all’associazione culturale Glow: “Penso, dunque chiedo”. Gli scenari tra i quali districarsi erano l’università, il mondo del lavoro, l’autobus e i social media. “L’obiettivo era quello di far ragionare sul tema dei complimenti, delle molestie e del consenso in ciascuna di queste situazioni – spiega Sara Cricenti – per poi fornire degli strumenti che facciano capire come si può agire quando siamo vittime di violenza o quando siamo spettatori di una molestia”.

 
Si sono presentati allo stand studenti e lavoratori, ma anche alcuni bambini. “Tante persone si sono dimostrate interessate al gioco e si sono fermate a parlare con noi: si innescava un bel dialogo”, racconta Cricenti. I gruppi di persone che si sono presentati per il gioco hanno dovuto scegliere un numero da uno a quattro, corrispondente a uno scenario diverso. Nel caso dell’università, per esempio, il caso era questo: “La persona doveva immedesimarsi con una ragazza che deve affrontare un esame da 12 crediti – spiega Cricenti -. La prova sta andando bene, il professore è contento di come è andata e fa i complimenti alla studentessa. Poi però le dice anche: ‘Ha proprio dei begli occhi’”. In quel momento, i gruppi erano messi di fronte a una scelta: dovevano decidere, fra alcune opzioni, quale sarebbe stato l’atteggiamento giusto da tenere in quella situazione.

 

“C’erano risposte come ‘Non dico nulla ma mi irrigidisco’, ‘Lo guardo infastidita e poi vado a parlare con chi di dovere’, ‘Nulla. Accenno un sorriso anche se, vista la situazione, mi sento imbarazzata’ – riprende Cricenti -. Al termine del gioco, abbiamo provato a spiegare che, se siamo in un contesto istituzionale, le parole chiave sono potere e gerarchia, e che in questo caso il professore sta esercitando sulla studentessa un potere che in realtà non avrebbe il diritto di esercitare. La ragazza è in soggezione, e per questo non fa nulla; ma nel momento in cui non fa nulla si rischia anche che succeda la stessa cosa a chi verrà dopo di lei. Se invece, finito l’esame, si rivolge all’organo preposto dall’ateneo per segnalare questi casi, si ha veramente la possibilità di interrompere una situazione tossica”. 

Questo scenario ha dato l’occasione per ribadire l’esistenza delle figure che, all’interno dell’Università di Trento, si occupano di mobbing e disagio in ambito lavorativo e studentesco. C’è per esempio la Consigliera di Fiducia, che si occupa di mobbing, straining, molestie e discriminazioni garantendo l’anonimato alla persona che si rivolge a lei. Che può essere non solo uno studente o una studentessa, ma anche un membro del personale amministrativo e un ricercatore o una ricercatrice. Oltre a quest’organismo, ci sono anche il Centro Studi Interdisciplinari di Genere, l’Ufficio Equità e Diversità e il Comitato Unico di Garanzia. 

Diverso invece lo scenario dell’autobus, un contesto meno “protetto”. “In quel caso i gruppi dovevano mettersi nei panni di chi assiste a un episodio di molestia – racconta Sara Cricenti -. Una ragazza si siede su un autobus semideserto in orario serale e appoggia la borsa sul sedile accanto al suo. Alla fermata successiva, però, salgono altre quattro persone. Una di queste, un uomo, si siede accanto a lei, facendole spostare la borsa. Solo dopo le chiede se quel posto fosse effettivamente libero. Infine, l’uomo allarga le gambe fino a toccare le sue, dicendo anche: ‘Fa caldo, e voi ragazze siete molto fortunate, perché potete indossare delle magliette scollate. Ma non a tutte stanno bene come a te’. La ragazza è infastidita, ma lui persevera: le chiede il nome e le dà anche un bacio sulla guancia. Ora, cosa dovrebbero fare le altre tre persone, che stanno assistendo alla scena?”. 

Il gioco dava la possibilità di non intervenire; di alzarsi e mettersi di fronte alla ragazza, cominciando a parlare con lei; e di dire all’uomo di smettere di infastidirla, chiedendo poi alla ragazza se stesse bene. “Come Centro Studi di Genere, abbiamo suggerito la seconda possibilità, e quindi abbiamo consigliato di sedersi di fronte alla ragazza e cominciare a parlare con lei di qualsiasi argomento – conclude Cricenti -. Così si isola l’uomo che la sta vessando. Se invece parlassimo con l’uomo ignoreremmo la ragazza, che invece è la vittima e la persona che in quel momento ha più bisogno del nostro aiuto”. 

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