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Dal Trentino al Veneto, lavoratori schiavizzati: picchiati, legati con le mani dietro la schiena e gettati in mezzo alla strada

In carcere cinque pakistani per rapina, estorsione, lesioni, sequestro di persona e sfruttamento di lavoratori stranieri. Coinvolti anche due italiani che finiscono ai domiciliari per aver contribuito allo sfruttamento. Nei guai un'azienda di Lavis

Di G.Fin - 26 luglio 2021 - 18:09

TRENTO. Presi a bastonate e gettati in mezzo alla strada con le mani legate. E' un episodio drammatico di caporalato quello che è stato portato a galla dalla compagnia dei carabinieri di Padova e che vede coinvolta anche un'azienda di Lavis.

 

L’indagine ha inizio nel maggio 2020 quando, a Piove di Sacco, lungo la strada statale 16 al km 0+700, è stato trovato un cittadino pakistano legato con le mani dietro la schiena. Sul corpo aveva una serie di lesioni che derivavano da delle violente percosse.

 

Nello stesso periodo alle centrali operative dei carabinieri erano arrivate altre segnalazioni di altri stranieri provenienti dallo stesso paese, che chiedevano aiuto spiegando di essere stati presi a botte, derubati dei documenti e dei loro averi, per essere quindi abbandonati per strada. Un situazione che ha fatto partire immediatamente le indagini dal Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Cittadella che hanno consentito di capire che tutti le aggressioni erano riconducibile ad un evento che si era consumato tra i comuni di Trebaseleghe e Loreggia, nella giornata del 25 maggio 2020.

 

Le vittime delle aggressioni erano tutte dipendenti di una società trentina, di Lavis, attiva nel campo del confezionamento e finissaggio di prodotti per l’editoria, di proprietà di due cittadini (padre e figlio) pakistani con cittadinanza italiana, che fornisce manodopera ad alcune aziende di grosse dimensioni nel nord Italia.

 

Le vittime, durante quel periodo, lavoravano alla società “Grafica Veneta” di Trebaseleghe. Le verifiche hanno consentito di accertare la concordanza delle testimonianze fornite dalle vittime, fornendo lo spunto per richiedere alla Procura della Repubblica di Padova, l’avvio di un’attività investigativa di carattere tecnico, con il coordinamento del pubblico ministero, il dottor Andrea Girlando.

 

Da subito è emerso come i titolari della “B.M. Services sas” con sede in Lavis, assumessero connazionali per brevi periodi, stipulando regolari contratti di lavoro (part-time e full-time). In realtà, però, questi operai venivano sfruttati per molte ore al giorno (anche 12), senza alcuna pausa per riposarsi, senza ferie, né alcuna tutela. Inoltre, era stato avviato un articolato “sistema estorsivo” finalizzato al recupero di una gran parte dello stipendio che veniva versato, ma di fatto riacquisito con prelievi agli sportelli Atm eseguiti personalmente dai due titolari o da persone di loro fiducia attraverso le carte di debito intestate ai lavoratori, che si facevano consegnare per riacquisire il denaro, così come la cosiddetta “tredicesima”. Come se non bastasse, i lavoratori erano costretti a pagarsi l’affitto per un posto letto ricavato all’interno di abitazioni dove vivevano anche in più di 20 persone ammassate, messe a disposizione dall’organizzazione che si avvaleva di connazionali di fiducia per gestire il tutto.

 

 

Per non destare sospetti, la società trentina assumeva lavoratori provenienti dal loro stesso paese, per un periodo di pochi mesi. Questi ultimi, sia per questioni culturali che per le difficoltà linguistiche, non erano a conoscenza dei basilari diritti riconosciuti ai lavoratori nel nostro paese. Il protrarsi delle assunzioni, però, come in questo caso, ha comportato che gli operai avevano iniziato a capire di essere oggetto di sfruttamento e di abusi, pertanto si erano rivolti ad un sindacato di categoria.

 

I titolari della società di Lavis e i loro fedelissimi che gestivano questa illecita organizzazione, scoperto quanto era accaduto, hanno organizzato un’azione punitiva che potesse anche costituire da esempio per gli altri lavoratori “ribelli” che intendessero seguire questa strada. Il 25 maggio al ritorno nelle loro abitazioni di Trebaseleghe e Loreggia, gli operai hanno trovato ad attenderli le squadre di picchiatori che li hanno aggrediti, e dopo averli legati mani e piedi, percossi per derubarli dei soldi, dei documenti e di ogni altro avere, compresi i telefoni cellulari per impedire loro di chiedere aiuto. Infine li hanno costretti a salire a bordo di tre veicoli, per abbandonarli lungo la strada.

 

Con quest’attività d’indagine, grazie anche alla preziosa collaborazione del Gruppo Carabinieri Tutela del Lavoro di Venezia, che ha supportato l’Arma cittadellese grazie all’ elevata specializzazione nel settore, si è potuta estendere l’attività anche nei confronti di aziende italiane committenti che richiedevano il lavoro degli stranieri. Nello specifico è stato rilevato che anche parte della dirigenza di “Grafica Veneta” era perfettamente a conoscenza dello sfruttamento dei lavoratori stranieri, sia per quanto riguarda gli incessanti turni di lavoro, che per la sorveglianza a vista a cui erano sottoposti. Erano, inoltre, ben consapevoli delle degradanti condizioni di lavoro, della mancata fornitura dei DPI. Tale situazione ha comportato un tentativo di elusione dei controlli, eliminando dai server informatici gran parte dell’archivio gestionale che registra gli ingressi e le uscite dei lavoratori.

 

Per questo motivo la Procura della Repubblica di Padova, condividendo le risultanze investigative dei Carabinieri della Compagnia di Cittadella, supportate da inequivocabili fonti probatorie, ha richiesto al Gip l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di 9 cittadini pakistani, responsabili dei reati di lesioni, rapina, sequestro di persona, estorsione e sfruttamento del lavoro, nonché un’ordinanza di sottoposizione agli arresti domiciliari di due dirigenti di “Grafica Veneta” per sfruttamento del lavoro.

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