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''Avevamo contratti di 4 ore ma ne lavoravamo 12 tutti i giorni senza riposi e controllati a vista'', il dramma dei lavoratori vittime di caporalato. In Trentino la denuncia un anno fa del sindacato

Anche in Trentino come in Veneto, purtroppo, i lavoratori, tutti cittadini pakistani, erano assunti con regolare contratto, ma lavoravano anche dodici ore al giorno senza pause né ferie. "Bm Service non corrispondeva in modo corretto le retribuzioni rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato, i lavoratori venivano costretti a prelevare con il bancomat e restituire una parte della retribuzione erogata" denuncia il sindacato

Di G.Fin - 29 July 2021 - 09:22

TRENTO. “Non esistevano riposi settimanali e nemmeno malattie pagate. Lavoravo 12 ore al giorno per sette giorni alla settimana”. Parlano chiaro i riscontri che i carabinieri hanno fatto nel corso delle investigazioni che hanno permesso di far emergere un drammatico caso di caporalato che collega il Trentino con il Veneto.

 

Un caso che ha visto vittime anche ragazzi pachistani giovanissimi dai 20 ai 30 anni picchiati, controllati a vista dai loro caporali. Appena pronunciavano una parola contro questa schiavitù venivano pestati a sangue per essere poi abbandonati in mezzo la strada con le mani legate.

 

L'indagine condotta dai carabinieri di Padova a cui si sono affiancati i militari del Gruppo Tutela Lavoro di Venezia ha portato tre giorni fa all'arresto di 11 persone. Tra queste figurano anche 9 pachistani legati all'azienda trentina di Lavis, la “Bm Services” che forniva manodopera a Grafica Veneta. I lavoratori erano impiegati nell'ultima fase di lavorazione, quella dell'impacchettare i libri appena stampati.

 

LE TESTIMONIANZE

Tra le testimonianze raccolte dai carabinieri vi è quella di un giovane pachistano assunto con contratto di 3 anni alla Bm Services ma costretto poi a tornare per un certo periodo nel Paese d'origine perché il suocero, gravemente malato di cancro, stava terminando i propri giorni di vita. Doveva sposarsi con una ragazza e al suo ritorno in Italia sono iniziati i problemi.

 

Alla fine del luglio del 2020, infatti, ha mandato alcuni messaggi al cellulare dei titolari dell'azienda di Lavis per circa 4 mila euro che non gli erano stati ancora pagati del suo lavoro. Messaggi ai quali ha ottenuto solo risposte negative fino a quando in ottobre è vittima di una vera e propria azione punitiva.

 

In gruppo si sono presentati davanti al lavoratore, nella casa a Trebaseleghe dove risiedevano altri colleghi, e con la cinghia dei pantaloni hanno iniziato a picchiarlo. Prima i colpi alla schiena poi sul collo e sulle gambe usando anche un bastone. Alla fine il lavoratore è stato cacciato di casa e costretto a dormire in stazione. I titolari della società di Lavis e i loro fedelissimi che gestivano questa illecita organizzazione non erano nuovi a queste aggressioni. Già in un'altra occasione avevano organizzato un’azione punitiva contro quelli che erano definiti lavoratori “ribelli”. E' il caso di alcuni lavoratori nel maggio del 2020 che tornati a casa hanno trovato ad attenderli le squadre di picchiatori che li hanno aggrediti, e dopo averli legati mani e piedi, percossi per derubarli dei soldi, dei documenti e di ogni altro avere, compresi i telefoni cellulari per impedire loro di chiedere aiuto, li hanno costretti a salire a bordo di tre veicoli, per abbandonarli per strada.

 

LO STIPENDIO

Non esistevano riposi settimanali, ferie o malattie pagate. Se per motivi fiscali queste indennità dovevano essere messe nelle buste paga dei lavoratori. Questi aveva consegnato il bancomat con il pin ai titolari dell’azienda di Lavis e ogni volta che serviva andavano a prelevare i soldi dai loro conto correnti. Non sono mancati gli episodi nei quali i lavoratori ammalati sono stati costretti ad andare a lavorare lo stesso. “Avevamo un contratto di 4 ore al giorno ma lavoravamo 12 ore tutti i giorni” hanno spiegato le vittime alle forze dell’ordine. Pagati 4 euro all'ora, a fine mese erano costretti a ridare parte dello stipendio che veniva versato loro e dovevano anche pagare fino a 200 euro per un posto letto in piccoli appartamenti dove vivevano sorvegliati anche in venti.

 

LA DENUNCIA DELLA FIOM

E’ partita dalla Fiom del Trentino la denuncia per i gravissimi fatti di caporalato che si sono verificati nell’azienda BM Service di Lavis, almeno per quanto riguarda il filone relativo al nostro territorio. Nell’autunno del 2020, infatti, due lavoratori pakistani si sono rivolti al sindacato di via Muredei per chiedere aiuto e supporto raccontando le scorrettezze e vessazioni subite dall’azienda.

 

Anche in Trentino come in Veneto, purtroppo, i lavoratori, tutti cittadini pakistani, erano assunti con regolare contratto, ma lavoravano anche dodici ore al giorno senza pause né ferie. Bm Service non corrispondeva in modo corretto le retribuzioni rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato, i lavoratori venivano costretti a prelevare con il bancomat e restituire una parte della retribuzione erogata, e venivano ospitati in situazioni alloggiative degradanti.

 

“I lavoratori – spiega il sindacato - vittime di questa situazione sono tutte persone che versavano in uno stato di bisogno, avendo per lo più permessi di soggiorno per motivi di asilo politico e senza fissa dimora”. Appurati i fatti la Fiom si è subito attivata prima con la proprietà denunciando con forza la violazione dei contratti, ma la società non ha fatto nulla per ripristinare condizioni di regolarità e, addirittura, a seguito dell’intervento del sindacato ha anche messo alla porta uno dei lavoratori. A questo punto la Fiom assistita dall’avvocato Giovanni Guarini, vista anche la gravità dei fatti, è ricorsa alla magistratura denunciando per caporalato la società.

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