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| 15 nov 2021 | 18:44

Truffa piramidale in criptovaluta: sgominate due bande di cyber-criminali a Trento. In tutto un giro d'affari da quasi 3,5 milioni di euro

Sono 227 i residenti in Regione truffati da un consorzio mondiale di società operanti nel settore finanziario con uffici operativi a Trento, oltre 1.000 in tutto a livello nazionale. Ideatore della truffa un 57enne imprenditore di Aldeno: attraverso la rete societaria internazionale aveva proposto alle vittime del raggiro un finto progetto di “mining” attraverso l'acquisto di server. Sgominato anche un secondo sodalizio criminale operativo nel Lazio ed in contatto col gruppo trentino

Truffa piramidale in criptovaluta: sgominate due bande di cyber-criminali a Trento
di Redazione

TRENTO. Criminalità online e raggiri in rete: sgominate due bande di cyber criminali a Trento. La guardia di finanza ha denunciato in tutto 8 persone (due delle quali in custodia in carcere) negli ultimi giorni, fermando le attività di due sodalizi criminali, uno dei quali operava da Trento e l'altro, individuato nel corso delle indagini, dal Lazio. In tutto le due 'bande' avevano fatto affari per quasi 3,5 milioni di euro, raggirando normali investitori ed istituzioni bancarie.

 

Nel primo caso le fiamme gialle di Trento hanno lavorato, vista la complessità dello scenario operativo transnazionale, con lo Scico di Roma approfondendo oltre 100 segnalazioni di operazioni sospette per le quali sono state messe in campo anche intercettazioni telefoniche ed ambientali. Alla base di tutto un'organizzazione dedita alla truffa piramidale ideata da un 57enne imprenditore di Aldeno. L'uomo era amministratore di diritto o di fatto di un consorzio mondiale di società operanti nel settore finanziario, con con sedi in vari Paesi fra i quali l’Italia, la Slovacchia, il Lussemburgo, il Regno Unito e le Isole Vergini Britanniche.

 

Il cuore della rete societaria internazionale però era proprio Trento, dove erano stati allestiti gli uffici operativi e vero e proprio centro decisionale al quale facevano riferimento altri sette indagati (un lodigiano, quattro aquilani, un pescarese ed un professionista milanese operativo a Bratislava). Nel corso delle loro indagini i finanzieri hanno rivolto la loro attenzione in particolare ad una Srl con sede legale a Milano ma operativa a Trento, che a partire dal 2016 ha raccolto da oltre 1.000 investitori (di cui 227 solo dal Trentino Alto Adige) sul suolo nazionale e dall'estero, oltre 2,2 milioni di euro, proponendo loro un finto progetto finanziario consistente nel “minare” una criptovaluta attraverso l'acquisto di server utili alla coniazione della criptomoneta.

 

Agli ignari investitori veniva proposto l'acquisto di server in comproprietà, attraverso il pagamento di 200 euro più Iva per ogni quota, con la promessa che ogni “investimento” avrebbe reso fino a 10 volte il suo valore iniziale, a seguito di quello che il network societario avrebbe incassato grazie ad una serie di fattori (dall'incentivazione dell'uso della criptomoneta ad un eventuale risparmio sui costi energetici). Il tutto però non era altro che uno dei famosi “schemi Ponzi”, una truffa piramidale in cui i potenziali investitori venivano procacciati con il passaparola o con la partecipazione a serate informativi in noti alberghi di Trento, Pescara, Milano e Roma, dove venivano promessi anche una serie di “bonus” per ogni nuovo cliente fatto associare al network.

 

Inoltre, alle vittime veniva (falsamente) prospettato che tutti i loro investimenti erano garantiti da bonds emessi dal gruppo societario internazionale di riferimento. In realtà, tutte le risorse accumulate dagli investitori sono state sistematicamente distratte (prevalentemente attraverso false fatturazioni) a vantaggio degli indagati, tanto da determinare lo stato di insolvenza della citata Srl e di una seconda società trentina appartenente al medesimo network, con il conseguente fallimento delle stesse.

 

Parallelamente alle indagini nei confronti dei presunti minatori di criptovaluta, i finanzieri hanno individuato un secondo sodalizio criminoso, operativo nel Lazio e in contatto con il gruppo trentino, che attraverso la redazione di un falso contratto commerciale tra una Srls. di Cerveteri (RM) (nella veste di creditrice) ed una società tedesca (nella veste di debitrice), e grazie ad una intromissione operata da hacker stranieri nei circuiti telematici di pagamento (Visanet e Sepa direct debit b2b), inseriva nell’home banking del conto corrente societario della società ceretana un falso mandato di pagamento elettronico pari a 1,25 milioni di euro. Gli hacker, infatti, inserendosi nelle comunicazioni informatiche tra i server delle banche del creditore e del debitore, davano conferma positiva all’istituto di credito ceretano del deposito del contratto commerciale e dell’esistenza del relativo mandato di pagamento a favore della società italiana. Ciò traeva in inganno i dipendenti della filiale di Cerveteri dell’istituto di credito presso il quale era aperto il rapporto di conto della Srls, i quali, credendo che a breve sarebbe arrivata la provvista dal cliente tedesco, concedevano un anticipo di pari importo alla società italiana. Successivamente i cinque indagati (due romani, un veneziano, un cosentino e un aquilano) autoriciclavano il denaro sottratto alla banca reimpiegandolo in altre attività economiche, finanziarie ed imprenditoriali attraverso una società croata controllata dal sodalizio.

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