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Guerra in Ucraina e incidenti nucleari, l’esperto: “Iodoprofilassi, no a soluzioni fai da te”. La centrale più “pericolosa” per il Trentino? È quella di Goesgen in Svizzera

Il Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari spiegato da Sergio Bonadio, referente nazionale dei soccorsi per il rischio della Croce Rossa: “Nella sventurata ipotesi che ce ne fosse bisogno saremmo tra gli enti coinvolti nella distribuzione della iodoprofilassi alla popolazione, l’importante è evitare le soluzioni fai da te che potrebbero mettere in pericolo la propria salute”

Di Tiziano Grottolo - 15 March 2022 - 19:32

TRENTO. Parola d’ordine “niente allarmismi” ma essere pronti a ogni evenienza è fondamentale. In questi giorni infatti, mentre il mondo guarda con apprensione all’escalation del conflitto in Ucraina è stato aggiornato il Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari. A darne conto anche l’assessora alla Salute della Provincia di Trento, Stefania Segnana.

 

In realtà si tratta in parte di una coincidenza” precisa Sergio Bonadio, referente nazionale dei soccorsi per il rischio chimico, biologico, radiologico e nucleare della Croce Rossa italiana. “La pubblicazione è arrivata in questi giorni ma la revisione era già stata programmata da un paio d’anni, questo magari ha creato un po’ di preoccupazione fra i non addetti ai lavori ma l’ultimo aggiornamento del Piano risaliva al 2010”.

 

Il Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari nel concreto è il documento che individua e disciplina le misure necessarie per fronteggiare gli incidenti che avvengono in impianti nucleari (anche se in questo caso il pericolo potrebbe essere rappresentato anche dalla guerra) al di fuori dell’Italia, tali da richiedere azioni di intervento coordinate a livello nazionale.

 

In particolare si prendono in considerazione le centrali nucleari più vicine ai confini italiani (nel raggio di 200 chilometri) che si trovano in Francia, Svizzera (la centrale di Goesgen sarebbe la più pericolosa per il Trentino), Slovenia e Germania, anche se non vengono scartate le ipotesi che alcuni incidenti possano verificarsi in altre parti del mondo, peraltro come già avvenuto a Cernobyl in Ucraina o a Fukushima in Giappone.

 

 

Come spiega Bonadio in questi casi le reti di monitoraggio sono fondamentali. Le reti nazionali, coordinate dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, sono la rete Resorad per il monitoraggio della radioattività ambientale e le reti di monitoraggio automatico, tra loro complementari, Remrad e Gamma, che concorrono al Sistema nazionale di allertamento in caso di arrivo di una nube radioattiva sul territorio italiano. A queste si affianca la rete del corpo nazionale dei vigili del fuoco, mentre in caso in caso di emergenza, vengono intensificate le misure radiometriche, eseguite periodicamente dai laboratori delle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente.

 

I dati raccolti dalle reti di monitoraggio, confluiscono nel sistema di calcolo Aries, una piattaforma in cui si integrano, per diverse scale geografiche, modelli di calcolo della dispersione in aria e della deposizione al suolo della radioattività, e dell’impatto sulla popolazione in base alle possibili vie di esposizione e per i diversi radionuclidi presenti nella contaminazione rilasciata. I modelli sono alimentati costantemente, in tempo reale, con i dati meteorologici acquisiti dal Centro operativo della meteorologia dell’aeronautica militare.

 

Ovviamente ci sono vari livelli d’allerta – sottolinea Bonadio – in base al tipo di evento e alla distanza dall’Italia. La cosa fondamentale, in caso di un incidente in una centrale nucleare, è capire dove ricadrà la nube tossica e in questi casi si può dire che siamo in balia del vento. Ad ogni modo nella stragrande maggioranza dei casi un’eventuale nube tossica impiegherebbe qualche giorno prima di arrivare in Italia lasciando il tempo alle autorità di organizzarsi al meglio”. L’esempio classico, prosegue l’esperto della Croce Rossa, è la ricaduta radioattiva di una esplosione nucleare “il cosiddetto fallout, come avvenuto per l’incidente di Cernobyl”.

 

Discorso diverso in caso di attacco con armi nucleari. Un’ipotesi tanto spaventosa quanto remota ma che comunque non può essere scartata a prescindere, soprattutto quando in ballo c’è la sicurezza di milioni di persone. “Se è vero che le operazioni di soccorso e salvaguardia della popolazione sarebbero pressoché le stesse – afferma Bonadio – bisogna considerare che una centrale nucleare è pensata per contenere al massimo le fuoriuscite radioattive in caso di incidenti, inoltre sappiamo dove sono ubicate, ma in caso di attacco con armi nucleari le informazioni non sarebbero altrettanto certe”.

 

L’esplosione di una testata nucleare avrebbe conseguenze devastanti. “Detonazioni di questo tipo rilascerebbero radiazioni gamma nella zona dell’impatto in appena 60 secondi”, evidenzia l’esperto della Croce Rossa. “Queste sono fra le più pericolose per l’uomo anche perché sono capaci di attraversare la materia, interferire con il dna e provocare la morte delle persone che rimangono esposte. Sarebbe un disastro perché poi si dovrebbe comunque fare i conti con la nube composta da polveri radioattive, con radiazioni alfa e beta dalle quali ci si può difendere ma restano comunque pericolose per l’uomo”.

 

Se una di queste ipotesi dovesse malauguratamente concretizzarsi fra le prime indicazioni per la popolazione ci sarebbe quella di rimanere al chiuso, all’interno delle proprie abitazioni “con porte e finestre chiuse e i sistemi di ventilazione o condizionamento spenti”. Dopodiché le autorità potrebbero scegliere di bloccare cautelativamente il consumo di alimenti e mangimi prodotti localmente (come verdure fresche, frutta, carne, latte), poi scatterebbe il blocco della circolazione stradale e le misure a tutela del patrimonio agricolo e zootecnico.

 

Molto importante anche la iodoprofilassi, come riportato nel Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari “una efficace misura di intervento per la protezione della tiroide, inibendo o riducendo l’assorbimento di iodio radioattivo, nei gruppi sensibili della popolazione, per prevenire gli effetti deterministici (morte delle cellule, pesanti disfunzioni cellulari, ecc.) e stocastici (neoplasie, malattie ereditarie, mutazione delle cellule somatiche o di quelle riproduttive, ecc.)”.

 

Al momento la misura della iodoprofilassi è prevista per le classi di età fino ai 40 anni e per le donne in stato di gravidanza e allattamento, inoltre il periodo ottimale di somministrazione di iodio stabile è meno di 24 ore prima e fino a due ore dopo l’inizio previsto dell’esposizione. Per il Ministero della Salute risulta ancora ragionevole somministrare lo iodio stabile fino a otto ore dopo l’inizio stimato dell’esposizione. Oltre le 24 ore però la somministrazione di iodio stabile potrebbe causare più danni che benefici (prolungando l’emivita biologica dello iodio radioattivo che si è già accumulato nella tiroide). “Nella sventurata ipotesi che ce ne fosse bisogno – conclude Bonadio – la Croce Rossa sarebbe tra gli enti coinvolti nella distribuzione della profilassi alla popolazione, l’importante è evitare le soluzioni fai da te che potrebbero mettere in pericolo la propria salute”.

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