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| 08 mar 2022 | 10:54

Lo storico incontro tra un rabbino (Rav Labi di Milano) e il sindaco di Trento (città maledetta per il popolo ebraico per 5 secoli). IL VIDEOSERVIZIO

Ieri è stato un momento storico per la città di Trento. Prima è stata riaperta quella che fino al 1475 (quando si è verificato uno dei primi pogrom d'Europa) era la sinagoga di Trento e poi è avvenuto l'incontro tra la massima autorità della città (tornata ''frequentabile'' dagli ebrei solo nel 1965) e il rabbino della comunità di Milano

TRENTO. E' stato un momento a suo modo storico quello vissuto ieri a Trento (e per Trento) grazie all'iniziativa del Rotary Club Trento (e di Riccardo Petroni che è stato l'organizzatore), della Voralberg Bank di Bolzano (proprietaria della cappella) e alla partecipazione de il Dolomiti. Prima sono state riaperte le porte di quella che fino al 1475 è stata la sinagoga della comunità ebraica del capoluogo, diventata la cappella del Simonino dopo che la città si è resa protagonista di uno dei primi pogrom d'Europa con lo sterminio dei suoi abitanti di religione ebraica e il conseguente marchio di ''città maledetta'' per tutto il popolo ebraico. Poi è stata la volta dell'incontro tra un rabbino, il Rav Joseph Labi di Milano, con la massima autorità di Trento, il sindaco Franco Ianeselli, per un momento conviviale e di scambio, reciproco, di pensieri, riflessioni, aneddoti.

 

Un evento vero e proprio se si pensa che dal 1475 al 1965 nessun ebreo ha potuto mettere piede a Trento pena l'equivalente della cattolica scomunica (herem per gli ebrei). Il perché è ancora troppo poco noto (soprattutto in Trentino) ed è legato proprio a quella sinagoga di Trento che si trova in via Manci 67, all'interno di Palazzo Salvadori, dove si trovano gli uffici del nostro quotidiano, e che è stata visitata, ieri, prima dell'incontro con il rabbino, dai membri del Rotary e da molte autorità (dal sindaco Ianeselli all'assessora Monica Baggia, dal presidente del consiglio comunale Paolo Piccoli a Marcello Carli vicepresidente nazionale dell'Unione cristiana imprenditori dirigenti ed era presente anche il Fai con la delegata Fai Scuola Maria Luisa Brioli).

 

La storia l'avevamo raccontata con l'aiuto dell'ex direttrice del Museo diocesano di Trento e curatrice della mostra L'invenzione del colpevole, Domenica Primerano e la riportiamo qui sotto affinché non venga dimenticato quel che è stato compiuto a Trento e quanto male è stato fatto, tutto partendo da una falsa accusa.  

 

Nel 1475 Trento è una piccola città in cui vive una comunità ebraica piccolissima. Composta da circa 30 persone, da sole 3 famiglie, la comunità mantiene buoni rapporti con la popolazione. L'arrivo di alcuni predicatori francescani, su tutti del presbitero Bernardino da Feltre, rompe però l'equilibrio. “Smorbare la città dagli ebrei”, usurai e deicidi, diviene parola d'ordine destinata a far presa sulla popolazione tridentina. “Odio teologico e sociologico alimentano il boicottaggio delle relazioni con un nemico da cui bisogna guardarsi”, spiega Domenica Primerano, direttrice del Museo diocesano di Trento e curatrice della mostra L'invenzione del colpevole.

 

“La costruzione dell'odio e della superstizione è la miccia che fa esplodere il caso di Simonino – continua – visto che ancor prima che avvenga il ritrovamento già si diffonde in città la voce che i responsabili siano gli ebrei. Lo loro case vengono sottoposte a perquisizioni, in cui non si trova nessun indizio di colpevolezza. Il ritrovamento del corpo del bambino nella roggia da parte di un esponente della comunità israelita fa scattare la denuncia del principe-vescovo Johannes Hinderbach”.

 

È il 24 marzo del 1475 quando alla corte del vescovo si presenta un conciapelliCerca suo figlio Simone, dell'età di 28 mesi, dalla sera prima. Alla diffusione della notizia, una voce che comincia a girare in città non tarda a trasformarsi in una certezza cementata nella diffidenza e nella superstizione: il bambino è stato rapito dagli ebrei. Passano due giorni e il corpo di Simone viene ritrovato nella roggia della contrada del Fossato (attuale vicolo dell'Adige), proprio di fronte all'abitazione di una famiglia ebrea.

 

8 esponenti della comunità sono immediatamente incarcerati. L'autopsia, quando il corpo si sgonfia, offre l'automatica conclusione. Il bambino è stato ucciso in un omicidio rituale. La gente accorre a vedere il corpo, si convince che sia morto non per annegamento ma per ferite inferte in un perverso rito religioso, nel sacrificio rituale attribuito dalla voce popolare agli ebrei. Deposto nella vicina chiesa di San Pietro, si aggiungono voci di miracoli che avvalorano la tesi del martirio subito.

 

Il culto di Simonino prende vita parallelamente all'avvio del processo inquisitorio. L'uso della tortura ne determina gli esiti: i responsabili sono gli ebrei, il movente l'odio anti-cristiano. Ma se Hinderbach è certo della colpevolezza, da Innsbruck e da Roma s'avanzano perplessità sui metodi impiegati e sulla fabbricazione del culto. Tuttavia, una volta liberato, quest'ultimo rompe le frontiere territoriali. A distanza di pochi anni la dimensione del culto si diffonde a macchia d'olio, come testimoniato dagli affreschi di Spoleto.

 

“Da Roma papa Sisto IV invia il messo apostolico – prosegue Primerano – e ne vieta il culto. Non era un caso locale che si creassero forme di devozione del genere. Il pontefice aveva uno sguardo diverso, la questione degli ebrei era delicata visto il ruolo che giocavano in molte città. Senza un'indagine non poteva dunque sposare l'ipotesi dell'omicidio rituale, e non a caso ci vorranno cent'anni per il riconoscimento del culto”.

 

Cent'anni di gestazione - dal giugno 1475, quando il grosso della comunità ebraica, eccetto quelli già morti in carcere, viene messa al rogo, al 1588, quando Sisto V ne autorizza il culto – e il Concilio di Trento sarebbero stati necessari perché la Chiesa ne facesse un martire. La città di Trento ha il suo martireDal mondo ebraico si lancia il cherem, l'anatema sulla città che sterminò gli ebrei in nome dell'odio antigiudaico. Nessun appartenente alla religione di Mosè avrebbe più potuto abitare o far nascere i propri figli nella città maledetta.

 

Nel 1588 il pontefice beatifica Simonino – illustra la direttrice - ma nel mentre il culto si è già radicato. Assume un'enorme fama nonostante un breve del papa stabilisca la scomunica di chi lo adora. Da tutto il mondo arrivano pellegrini per visitare le reliquie esposte in una cappella della chiesa di San Pietro. I miracoli segnalati sono 129. La macchina attorno alla devozione del bambino è ben oliata, sul territorio cittadino compaiono così tre luoghi legati alla figura del 'Beato' Simonino. San Pietro, appunto, e poi due cappelle in corrispondenza della casa natale e pertanto del luogo da cui scomparve, e nell'attuale via Manci, nel luogo dove c'era la residenza degli ebrei, la sinagoga e quindi il luogo dove si sarebbe consumato l'omicidio rituale”.

 

“Da questo luoghi passa la processione – prosegue – inaugurata nel 1589 con cadenza decennale e accompagnata da una rappresentazione teatrale del martirio. Per le vie di Trento sfilano 6000 persone, per dire di come fosse sentito questo culto. Si portano in processione l'urna con il corpo, gli stendardi, perfino gli strumenti di tortura indicati dagli ebrei durante gli interrogatori come quelli usati per sacrificare il bambino, tutto in custodie preziosissime. L'ultima verrà compiuta nel 1955, 10 anni prima dell'abolizione del culto”.

 

E' solo nel 1965, infatti, che la devozione al Simonino subisce la decisiva frenata. I documenti del processo, su stimolo della studiosa delle comunità ebraiche Gemma Volli, vengono ripresi in mano da monsignor Iginio Rogger, docente di storia della Chiesa nel seminario diocesano. “Sono gli anni della riflessione sui rapporti tra Chiesa e religione ebraica – spiega Primerano – il caso del Simonino viene affidato alla perizia di un domenicano (Willehad Eckert) che, nella relazione finale, afferma come l'accusa non stesse in piedi, come la colpevolezza fosse stata determinata alla luce dei pregiudizi e dell'odio”.

 

In concomitanza con l'uscita del decreto Nostra Aetate sui rapporti tra cristianesimo e altre religioni, il culto del “martire Simone” è abolito. Le reliquie vengono tolte da San Pietro – e portate in un luogo segreto - la cappella dedicata chiusa al pubblico, “tutte le opere messe in deposito al Museo Diocesano”. Le autorità ebraiche, da parte loro, fanno decadere la maledizione. Nel 1992 l'amministrazione cittadina decide di apporre una targa di fronte al luogo del ritrovamentoTrento, famosa per secoli come la “città del Simonino”, si riconcilia agli ebrei chiedendo perdono.

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