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Bolzano
06 dicembre | 15:33

Mascherine scadenti non idonee a proteggere la salute dei sanitari: sette dirigenti dell'Azienda sanitaria nei guai, ipotesi 6,7 milioni di danno erariale

Il nodo dell'indagine, rispetto alla quale i dipendenti pubblici sono stati chiamati a fornire le proprie argomentazioni difensive, riguarda l’acquisto, durante l’emergenza Covid-19, di dispositivi di protezione individuale (Dpi) provenienti dalla Cina e rivelatisi non idonei a salvaguardare gli operatori sanitari, cui erano destinati, dai rischi del contagio

BOLZANO. Acquisto di mascherine scadenti acquistate dalla Cina e non idonei a salvaguardare gli operatori sanitari. Ammonta a 6,7 milioni di euro il danno causato all’erario da sette tra dirigenti e funzionari dell’Azienda Sanitaria dell’Alto Adige, destinatari di un invito a fornire deduzioni emesso dalla Procura Regionale della Corte dei Conti alla sede di Bolzano a conclusione di un’attività istruttoria affidata al Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza del capoluogo.

 

L’indagine, che ha avuto anche recenti risvolti giudiziari con la richiesta di rinvio a giudizio di alcuni dirigenti in posizione apicale nell’Azienda sanitaria, ha preso le mosse da alcune notizie apparse sulla stampa locale.

 

Il nodo dell'indagine, rispetto alla quale i dipendenti pubblici sono stati chiamati a fornire le proprie argomentazioni difensive, riguarda l’acquisto, durante l’emergenza Covid-19, di dispositivi di protezione individuale (Dpi) provenienti dalla Cina e rivelatisi non idonei a salvaguardare gli operatori sanitari, cui erano destinati, dai rischi del contagio.

 

L'INDAGINE

Negli scorsi mesi, gli specialisti del nucleo di Polizia Economico Finanziaria hanno eseguito numerose acquisizioni documentali, audizioni personali ed altre attività istruttorie, all’esito delle quali è emerso come, nei primi mesi del 2020, in piena fase emergenziale, una nota società bolzanina che produce e commercia maglieria e capi d’abbigliamento si fosse attivata per il reperimento di dispositivi di protezione individuale da destinare agli operatori sanitari impegnati a fronteggiare la prima ondata di Covid, su input dell’autorità politica provinciale incaricata della gestione dell’emergenza e delle figure di vertice della locale Azienda Sanitaria.

 

Tali dispositivi, oltre 2 milioni di pezzi tra mascherine e tute di protezione, per un costo di circa 9 milioni di euro, venivano trovati da un fornitore cinese, importati in territorio italiano alla fine del mese di marzo del 2020 e distribuiti ai sanitari, nonostante le perplessità degli addetti al servizio di urgenza e emergenza dell’Azienda sanitaria, determinate dalla carenza della documentazione tecnica di accompagnamento, atta ad attestarne la rispondenza agli standard di salute e sicurezza richiesti dalla normativa europea. Ma non solo.

 

Sono stati registrati anche gli esiti negativi di alcuni test fatti eseguire sulle medesime mascherine da parte della Croce Rossa austriaca, che ne sconsigliavano l’utilizzo come dispositivi del tipo FFP1, FFP2 e FFP3. L'Inail aveva attestato la non rispondenza dei dispositivi alle norme vigenti, con conseguente divieto di immissione in commercio.

 

Pur consapevoli degli esiti negativi dei test di laboratorio e dell’inidoneità delle certificazioni messe a disposizione dal fornitore cinese, i vertici dell’Azienda sanitaria disponevano il pagamento della fornitura a beneficio della società alto atesina, per oltre 6 milioni di euro. Nel tentativo di sanare la situazione, poi, gli stessi si attivavano direttamente con un ente certificatore tedesco, allo scopo di ottenere l’attestazione di idoneità dei dispositivi importati ricevendo, tuttavia, in risposta, un ulteriore diniego all’utilizzo, atteso che i presidi inviati non avevano superato l’esame di permeabilità.

 

All’esito delle indagini eseguite dai finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziaria di Bolzano è emerso, in definitiva, come, pur nella piena consapevolezza dell’assenza di documentazione atta a classificare i dispositivi e a valutarne la qualità, i vertici dell’Azienda Sanitaria non hanno desistito dal perfezionare l’acquisto e, comunque, non hanno adottato le necessarie cautele in sede di stipula del contratto, al fine di tutelare l’interesse dell’ente pubblico e la salute di pazienti e operatori, inserendo clausole a garanzia di un eventuale diritto di recesso.

 

Le Fiamme Gialle hanno, infatti, rinvenuto un contratto privo della sottoscrizione delle parti, modificato unilateralmente dall’imprenditore con l’inserimento di condizioni svantaggiose per l’Ente che, ciò nonostante, ha disposto il pagamento della fornitura denotando, i destinatari dell’atto emanato dall’A.G. contabile “contro ogni principio di prudenza, un ingiustificabile atteggiamento di favore degli interessi imprenditoriali del privato…a discapito dell’interesse pubblico”. Con la notifica dell’invito a dedurre, i sette responsabili sono stati chiamati a rispondere, a titolo di dolo e in solido tra loro, di un danno quantificato in 6.709.053, 23 euro, invitati a fornire proprie deduzioni sulle contestazioni e intimati al ristoro del danno, mediante pagamento degli importi dovuti.

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