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| 15 apr 2023 | 15:20

''Peccato che non avevamo il fucile'', l'orso appare tra i boschi di Malosco e la reazione è di vendetta: ''Fatevi avanti con i vostri commenti assurdi gente di città''

Chi chiede vendetta o rappresaglie (come l'eliminazione di 50 orsi) commette lo stesso errore degli animalisti più spinti: umanizza l'orso che non è né buono né cattivo ma semplicemente un orso. Alla politica, pagata profumatamente dai cittadini per assumersi responsabilità, decidere, studiare soluzioni, spetterebbe la gestione del fenomeno e invece si assiste a un tentativo di dividere la comunità tra ''persone di città'' e ''persone di montagna'' che è quanto di più deleterio ci sia per affrontare i problemi

Peccato che non avevamo il fucile'', l'orso appare tra i boschi di Malosco e la reazione è di vendetta

TRENTO. Le foto sono virali e circola anche un video con tanto di scritta ''peccato che non avevamo il fucile''. Mostrano un grosso orso (non si sa quale assolutamente) nei prati al limitare del bosco all'altezza della ciclabile Ronzone-Malosco che parte da via Regole (dove tra l'altro c'è un posto che si chiama Villa Orso Grigio e non a caso) ed arriva poi sopra Fanti.

 

La strada passa tra gli alberi, il bosco è fitto ma è utilizzata dalle persone e la ciclabile è proprio lì a un passo. Sotto le foto tantissimi commenti sul fatto che se su quella ciclabile in quel momento (in piena notte) fosse passato qualcuno sarebbe stato spacciato. Altri replicano dicendo che l'orso era lì proprio perché non passava nessuno. Le foto sono scattate di notte ed è normale che i plantigradi si spostino soprattutto nelle ore più buie proprio perché sono animali schivi e che tutto vogliono tranne incontrare l'essere umano.

 

Un tempo immagini di questo tipo, scattate da un'auto e a distanza ''di sicurezza'', avrebbero stupito e rappresentato il ricordo di un momento emozionante oggi sono corredate da scritte come ''peccato che non avevamo il fucile'' e da una serie di parolacce rivolte all'animale. Come se l'orso avesse qualche colpa per essere quello che è. Un meccanismo mentale in qualche modo giustificato dalla tragedia avvenuta a Caldes il 5 aprile, ma che non ha nessun senso razionale perché di fatto trasferisce sentimenti di vendetta e rappresaglia tipicamente e unicamente umani contro degli animali.

 

Un meccanismo che in questi giorni la politica locale sta cavalcando per riuscire a scrollarsi di dosso le responsabilità che ha chi amministra un territorio (per di più autonomo) e che è speculare a quello degli animalisti più spinti (quelli che il presidente della provincia dileggia nelle conferenze stampa definendoli ''gente di città'' o ''gente da salotto che nulla sa della montagna'') che umanizzano l'animale vedendo in lui del buono a prescindere. L'animale non è né buono né cattivo, l'uomo semmai lo è. L'animale non può essere il soggetto attivo che instaura la convivenza con l'uomo è l'uomo che dovrebbe pensarci e che paga profumatamente i suoi amministratori per farlo, escogitare soluzioni, guidarli prendersi le responsabilità.

 

Il post di condivisione delle foto, poi, recita ''fatevi avanti con i vostri commenti assurdi gente di città''. Dividere le persone tra ''gente di città'' e ''gente di montagna'' è un giochino che piace alla politica, quella che non sa amministrare e si serve delle divisioni e dei contrasti per scaricare colpe e responsabilità e acchiappare consenso. Le persone sono persone. La differenza, in città o in montagna, la fa la lucidità, la ragione, la voglia di informarsi e di conoscere. Meno male che chi ha fatto le foto e il video non aveva il fucile con sé, davvero: avrebbe finito per farsi arrestare e basta. 

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