La terribile diagnosi, il trapianto e l'inizio di una nuova vita grazie al figlio 21enne. La storia di Davide, salvato dalla malattia con la donazione delle cellule staminali
Senza le cellule staminali del figlio Davide non sarebbe sopravvissuto e per questo motivo considera il 18 febbraio, giorno del trapianto, come il suo secondo compleanno

BOLZANO. Una terribile diagnosi, l'attesa, lo sconforto per l'assenza di un donatore di cellule staminali e poi l'inizio di una nuova vita grazie al trapianto, e a suo figlio ventunenne Luca che gli ha donato le proprie cellule staminali.
La storia del bolzanino Davide Baratta è di quelle da raccontare, perchè intreccia davvero l'essenza della vita: fatta di gioie e dolori, di speranza e momenti più negativi, ma soprattutto di voglia di guardare al domani senza mai arrendersi.
Tutto ha inizio oltre dieci anni fa, per puro caso, quando all'allora quarantenne viene diagnosticata una grave malattia, la mielofibrosi: una patologia cronica in cui il midollo osseo perde progressivamente la capacità di produrre cellule del sangue.
Davide al tempo viaggiava in tutto il mondo per motivi di lavoro, nel tempo libero amava praticare sport e la cosa più importante della sua vita era sempre la famiglia. Trascorreva tutto il tempo possibile con la moglie e i tre figli, stava bene e non avrebbe mai pensato che una malattia molto pericolosa avrebbe potuto minacciare la sua vita.
"In realtà mi sentivo bene e attribuivo i frequenti dolori allo stomaco allo stress. Per scrupolo, il mio medico di base mi prescrisse un esame del sangue, dal quale emerse che c'era qualcosa di anomalo nei miei valori ematici", racconta Davide. E dopo un controllo più approfondito al reparto di Ematologia dell'Ospedale di Bolzano arriva la diagnosi, con l'unica possibilità di cura prospettata dai medici rappresentata da un trapianto di cellule staminali, una procedura rischiosa e complessa.
"La notizia mi aveva tolto il terreno da sotto i piedi. All'inizio non capivo nulla e non riuscivo a crederci, perché in realtà mi sentivo bene. Per fortuna, mia moglie era sempre al mio fianco", racconta Davide che spiega come pensasse più alla sua famiglia che a sé stesso, dal momento che l'idea di lasciare i suoi tre figli senza un padre era insopportabile.
L'ATTESA
Finché Davide si sente bene, deve solo sottoporsi a regolari esami del sangue presso l'Ospedale di Bolzano, dove gli ematologi monitorano la progressione della malattia: "Il fatto che mi avessero diagnosticato la mielofibrosi a un'età così giovane era insolito. Dall'altra parte, però, i medici mi dissero che per i pazienti più giovani era più facile sottoporsi a un trapianto di cellule staminali." E così Davide viene immediatamente inserito in un registro mondiale per la ricerca di un donatore compatibile, cosa non facile visto che la probabilità di trovare un cosiddetto “gemello genetico” è solamente di 1 su 100 mila.
"Abbiamo cercato di continuare a vivere nel modo più normale possibile, finché ce l'abbiamo fatta - racconta Davide - e non abbiamo detto ai bambini tutta la gravità della malattia per non farli preoccupare inutilmente. Quando lavoravo, riuscivo a distrarmi, ma nel tempo libero era più difficile. Non riuscivo a credere che tutto questo stesse accadendo davvero. Grazie a Dio, mia moglie è stata ed è una roccia ed è sempre riuscita ad aiutarmi e a sostenermi."
Con il passare del tempo, i valori del sangue però peggiorano, con la milza che cerca di compensare questa mancanza ingrandendosi: "Una milza normale misura circa 10-12 centimetri, la mia era cresciuta fino a quasi 30, il che era molto pericoloso". Nell'estate del 2020, per ridurre le sue dimensioni, il quarantenne si sottopone ad un ciclo di chemioterapia: "La milza si era effettivamente ridotta e finalmente riuscivo di nuovo a piegarmi. Tuttavia, alla fine dell'anno, è stato necessario asportarla chirurgicamente con un'operazione non semplice di cinque ore e mezza".
Le condizioni di Davide però continuano a peggiorare, ed è chiaro che il trapianto deve essere effettuato il prima possibile: "Ho sempre cercato di non pensarci e speravo che quel momento non sarebbe mai arrivato. D'altra parte, volevo finirla una volta per tutte, così mi sono detto: devi andare fino in fondo, facciamo questo maledetto trapianto!".
IMPROVVISAMENTE RIMASTO SENZA DONATORE
Grazie all'ematologa che lo ha in cura presso l’Azienda sanitaria dell’Alto Adige, la dott.ssa Irene Cavattoni, Davide viene informato che sono stati trovati tre potenziali donatori di cellule staminali, con il ricovero previsto per l'inizio di dicembre. Tuttavia, man mano che la data si avvicina, viene continuamente posticipato: prima di dieci giorni, poi di altri dieci e infine, per la terza volta, all'inizio di gennaio.
"Mi chiamarono dicendomi: 'Vieni, dobbiamo parlare'. Durante la conversazione erano presenti la dott.ssa Cavattoni e il Primario Atto Billio, quindi ho capito subito che la situazione era molto grave" ricorda Davide, che specifica: "Sembrava che, per vari motivi, nessuno dei donatori fosse più disponibile. Così mi sono ritrovato improvvisamente senza un donatore, e l'unica opzione che mi restava era chiedere a mio figlio."
IL FIGLIO LUCA DIVENTA DONATORE
Luca al tempo ha ormai 21 anni e come figlio è compatibile al 50%. Non è proprio l'ideale, perché gli ematologi preferirebbero un donatore di cellule staminali compatibile al 100%, ma è impossibile trovare qualcun altro. E per Luca non ci sono dubbi: accetta immediatamente di fare la donazione salvavita per il padre.
L'atto, viene raccontato, ha rappresentato un'enorme emozione per Luca dal momento che riguardava la vita di suo padre e, nel bel mezzo della pandemia, è stata una vera e propria avventura: all'epoca infatti viveva a Vienna, era arrivato subito in Alto Adige e si era isolato in un appartamento per non contrarre il Covid e mettere a rischio il trapianto. Doveva poi iniettarsi sostanze ematopoietiche per diversi giorni e, poiché non era in grado di effettuare queste iniezioni da solo, la moglie di Davide si recava dal figlio ogni giorno per eseguire le iniezioni.
Per la donazione, avvenuta all'Ospedale di Bolzano, le cellule staminali sono state prelevate dal sangue di Luca nell’arco di due giorni, con prelievi della durata di circa quattro o cinque ore ciascuno. I suoi valori ematici sono poi stati monitorati per un po' di tempo, ma nel complesso la donazione non è stata complicata per lui e si è ripreso bene.
IL TRAPIANTO
Non appena Davide viene ricoverato nel reparto di Ematologia, deve trascorrere tutto il tempo in una stanza di isolamento, con il trapianto che richiede diverse settimane. Per iniziare, gli viene applicato un catetere venoso per somministrare i numerosi farmaci necessari. Nella prima fase, il suo stesso midollo osseo è distrutto dalla chemioterapia e il suo sistema immunitario è soppresso per prevenire il rigetto delle nuove cellule staminali, con il trapianto che viene poi eseguito in modo relativamente semplice, direttamente nel sangue come una trasfusione.
Ma nonostante tutto, in seguito le difficoltà per Davide aumentano notevolmente: “Sembrava che ci fossero 5 mila problemi: dolori, debolezza, vomito, diarrea, formicolio alle gambe. Mi aspettavo di essere debole, ma non pensavo di stare così male”. A causa del suo sistema immunitario compromesso, inoltre, Davide è completamente isolato e i suoi unici contatti sono i medici e il personale infermieristico, potendo comunicare con la sua famiglia solo per telefono.
“Probabilmente per mia moglie e i miei figli è stato ancora più difficile che per me, ma non l'hanno mai detto - ricorda Davide -. Ho trascorso il mio compleanno in ospedale e quel giorno stavo particolarmente male. Mia moglie e i miei figli volevano farmi una sorpresa: si sono piazzati dietro l'ospedale con dei palloncini e potevo vederli dalla finestra. Mi sentivo così debole che non riuscivo nemmeno a salutarli come si deve. La sera, gli ematologi hanno eccezionalmente concesso a mia moglie di farmi visita, perché ero davvero abbattuto”.
Questa è però la fase dell'attesa, durante la quale è necessario aspettare per vedere se il trapianto avrà successo e se il nuovo midollo osseo riprenderà a funzionare. E alla fine arriva la buona notizia: in Davide le cellule ematiche cominciano a riprodursi e lui lentamente lui inizia a riprendersi. L'alimentazione artificiale viene interrotta e le numerose infusioni sono gradualmente sostituite da farmaci orali.
Alla fine di marzo 2021, Davide può finalmente lasciare l'ospedale: ha perso ben dodici chili, è molto debole e ha ancora davanti a sé un lungo percorso verso la completa guarigione.
LA GUARIGIONE
“È davvero incredibile ciò che la medicina è in grado di fare al giorno d'oggi e dopo il trapianto riuscito ho persino lo stesso gruppo sanguigno di mio figlio” spiega ora Davide, che osserva: “Sono stato molto fortunato perché in Alto Adige c'è un eccellente reparto di Ematologia”.
Subito dopo la dimissione, Davide deve ancora recarsi due volte alla settimana in ospedale per i controlli e per assumere diversi farmaci e dopo qualche mese riesce a riprendersi bene.
Grazie alla donazione del figlio, ora è completamente sano, non ha più bisogno di farmaci e va a fare un controllo solo una volta all'anno: può condurre la stessa vita che conduceva prima dell'insorgere della malattia e inoltre, racconta, ha trascorso il primo anniversario del trapianto sciando sulle piste.
Senza le cellule staminali del figlio, insomma, Davide non sarebbe sopravvissuto e per questo motivo considera il 18 febbraio, giorno del trapianto, come il suo secondo compleanno.
La storia di Davide, che ha visto un lieto fine, fa dunque riflettere sull'importanza dell'atto di donare il midollo osseo o le cellule staminali. Ma come è possibile farlo? L'Azienda sanitaria spiega come l’iscrizione al registro dei donatori sia molto semplice e che tutte le informazioni sono reperibili sul sito di Admo e di Admo Bolzano. E che, inoltre, chi viene chiamato ha l'opportunità di salvare la vita di qualcuno: un bambino, un giovane, una mamma o, come nel caso di Davide, un padre di tre figli.













