AfD dai rapporti con la Südtiroler Freiheit ai trionfi in Germania, Berizzi: "Quello di Vannacci è un fascismo slavato, pop, da discount ma che porta una proposta politica"
Dai secessionisti sudtirolesi a Vannacci, il giornalista Paolo Berizzi spiega perché la storia rischia di ripetersi

BOLZANO. Il trionfo dell'estrema destra di Alternative für Deutschland, seconda forza più votata in Germania, non è un fulmine a ciel sereno. È la punta più visibile di un fenomeno che attraversa l'Europa intera. E che è ben visibile anche oltreoceano, nell'America di Donald Trump.
Il giornalista Paolo Berizzi, da anni tra i più attenti osservatori dell'estrema destra continentale, in una lunga intervista con Il Dolomiti analizza i risultati elettorali germanici, e li legge come ennesima riprova di un copione già scritto nella storia.
"Il più grande e terrificante abominio, il più sanguinario genocidio della storia dell'uomo, riemerge ottant'anni dopo, a braccetto con pulsioni che richiamano, in alcuni casi anche in modo molto diretto, al passato più cupo della storia della Germania" osserva Berizzi.
Un fenomeno, però, che per Berizzi non è affatto un'esclusiva tedesca, come ormai dicono i fatti sotto gli occhi di tutti.
"Quello che sta succedendo in Germania rispecchia una tendenza europea – spiega –. È vero che Alternative für Deutschland non è (ancora) al governo del paese, è vero che in Francia il Rassemblement National non è (ancora) al governo, ma la loro è un'avanzata che pare inesorabile e che rispecchia, appunto, una tendenza che è italiana, europea e mondiale".
E in questa cornice, dice Berizzi, si inserisce anche una specificità che riguarda da vicino il Trentino-Alto Adige: quella dei secessionisti sudtirolesi della Südtiroler Freiheit. "Da tempo si sentono vessati, discriminati dallo Stato italiano, e guardano alla Germania. L'ufficializzazione di tutto questo, il battesimo di tutto questo, è avvenuto con l'arrivo di Jean-Pascal Hohm, presidente della nuova organizzazione giovanile dell'AfD, Generation Deutschland, a Termeno, alle porte di Bolzano. Una partecipazione all'incontro dei giovani secessionisti che suggella un patto, in qualche modo. Loro dicono basta Italia, vogliamo andare sotto l'Austria".
Un gesto che Berizzi legge come sintomatico di una deriva più ampia, che un po' ne è anche simbolo e che paragona, per certi versi, alla Lega delle origini.
"Mi ricordavano un po' la Lega che gridava alla secessione dall'Italia. Ma andare sotto l'ombrello di un partito che le autorità, le istituzioni, il governo tedesco e le forze di polizia tedesche hanno considerato, in parte, pericoloso per la democrazia, la dice lunga sull'aria che tira anche in Trentino-Alto Adige, una terra che porta ancora sulla propria pelle le ferite profondissime del nazismo e del fascismo. E questo non è un dettaglio".
Perché, secondo Berizzi, proprio i luoghi che quelle ferite le hanno vissute sulla propria pelle sono spesso quelli dove le vecchie pulsioni tornano a bussare con più insistenza. E lo dice anche l'attuale evidenza.
Un paradosso che si vede nella specificità del Trentino-Alto Adige, e che si inserisce ovunque, man mano che si allarga l'orizzonte.
"Il fascismo è stato sconfitto militarmente e non culturalmente nel nostro paese – sottolinea –. I fascisti non sono morti, finiti e sepolti nel '45, ci sono ancora, sono al governo del paese, nel senso che questo non è tecnicamente un governo fascista ma ha al suo interno dei fascisti, tecnicamente fascisti, a partire dalla seconda carica dello Stato".
Ma perché, di fronte a un fenomeno che sembrava relegato ai libri di storia, milioni di elettori tedeschi scelgono oggi AfD, così come la destra estrema negli altri paesi?
Una domanda che sorge spontanea dopo gli anni passati a studiare e a leggere dei capitoli più bui della storia italiana, europea e mondiale.
Berizzi non si nasconde dietro facili semplificazioni. "Non è vero che AfD la votano soltanto i nostalgici, i fascisti. Nel corpaccione elettorale di AfD non ci sono solo fascisti o nazisti, ci sono persone tendenzialmente ascrivibili a strati sociali deboli che in un momento di paura, di fragilità, di insicurezza, di incertezza, abboccano a quello che, sostanzialmente, è un grande inganno, così come fu un grande inganno il fascismo di Mussolini, quello di chi offre risposte sbagliate a domande legittime".
Lavoro, casa, scuola, sanità, servizi sociali, diritti sociali: sono queste, per Berizzi, le domande vere a cui i partiti di estrema destra rispondono con slogan.
"Slogan che quando va bene sono semplificanti, quando va peggio addirittura ridicoli" osserva, riferendosi, ad esempio, alle recenti uscite del generale Roberto Vannacci sull'abbigliamento femminile, che ci riportano non solo alle battute facili da osteria, ma ai tempi più cupi della storia, alle epoche primordiali dove l'uomo e la donna giravano nudi con la pietra e la clava in mano".
"L'inimmaginabile sta tornando, insomma – prosegue Berizzi – e attenzione, non è accaduto di colpo. Per molto tempo i minimizzatori di professione hanno continuato a sostenere che il ritorno della destra estrema non era un problema, che mai sarebbe accaduto. E invece, piano piano e nel sottostrato, è accaduto e sta accadendo".
Sul banco degli imputati per Berizzi non finiscono solo "i minimizzatori", ma anche il campo progressista, colpevole di aver lasciato indebolire i propri anticorpi. "Il campo progressista è stato, in alcuni casi anche per responsabilità oggettive, per errori di lettura e di interpretazione del disagio delle persone, associato all'élite, a quelli che non hanno problemi a vivere. E si è indebolito pesantemente".
Una narrazione, aggiunge, che oltretutto viene "portata avanti dai Vannacci d'Europa e del mondo, che prevede che la sinistra pensi solo agli immigrati, ma non avendoceli sotto casa o accanto sul pianerottolo. Insomma, uno dei pezzi del puzzle della propaganda".
Una ricetta che, ad esempio, nella Germania dell'Est, dice Berizzi, "non un luogo esattamente neutro", ha trovato terreno particolarmente fertile.
C'è poi un tema, per Berizzi, non da sottovalutare, che riguarda sempre la narrazione di un certo tipo che parla di problemi concreti di ordine pubblico e il modo in cui la destra radicale li usa. "Che esista il tema della sicurezza e che ci siano problemi di ordine pubblico è un fatto oggettivo. Ma il punto è un altro – sottolinea Berizzi –, ovvero che a questi partiti non interessa affatto risolvere quei conflitti. A questi gruppi, a queste formazioni non interessa risolvere il conflitto sociale, anzi, lo vogliono alimentare, soffiandoci sopra come fosse benzina sul fuoco, perché gli serve. Senza quello, cosa farebbero?".
Nel quadro che ne emerge, secondo il giornalista, si deve evidenziare un altro fatto: quello di un'escalation continua, dove ogni leader radicale finisce prima o poi superato da uno ancora più radicale.
Un meccanismo che Berizzi individua con chiarezza anche nel rapporto tra Matteo Salvini e Vannacci. "Non c'è dubbio che Salvini sia stato clamorosamente divorato, cannibalizzato, da Vannacci, che non a caso lui stesso aveva scelto come vicesegretario della Lega". E anche Giorgia Meloni, sostiene Berizzi, si muove dentro questa dinamica, sfruttandola anche a proprio vantaggio. "L'existence di Vannacci le permette di essere quello che non potrebbe essere pubblicamente. Vannacci le sta aprendo la porta a tutto quello che lei ha nascosto fino ad ora".
Non è escluso, aggiunge, che i due finiscano poi per allearsi nella stessa coalizione: "Quando Meloni farà due conti vedrà che da sola con gli altri partiti della coalizione non riescono a superare la soglia per la governabilità del paese, e sarà costretta ad aprire le porte a Vannacci".
Sulla ultracitata "moderazione" della presidente del Consiglio, Berizzi è netto. "Io non vedo moderazione in Meloni, non l'ho mai vista, anche quando qualcuno diceva che era la nuova Merkel o la nuova Thatcher. Ho continuato a vedere una linea che è la linea del Movimento Sociale Italiano". Un filo che secondo Berizzi risale fino a Giorgio Almirante, "il loro padre politico", che rivendicava esplicitamente la continuità con il fascismo. "Diceva: non dobbiamo né rinnegare né restaurare. Non dobbiamo rinnegare il fascismo, ma non dobbiamo nemmeno ricrearlo, il fascismo storico. Lì c'è tutto: i fascisti in democrazia". Non a caso, ricorda Berizzi, "siamo l'unica democrazia in Europa dove gli eredi di quella storia governano".
Ma il fascismo di oggi, avverte Berizzi, non è quello con il fez e la camicia nera. "È peggio, è ripulito. È il fascismo da Vannacci, slavato, pop, da discount, da osteria, da sparata da balera, che però nasconde una proposta politica, un programma".
Un programma che oltretutto, secondo Berizzi "ricalca quello di AfD" e presenta affinità profonde con quello dei gruppi dichiaratamente neofascisti, da Forza Nuova a CasaPound.
Soprattutto con FN. Forza Nuova, partito che Berizzi ha messo sotto inchiesta nel suo nuovo libro, uscito il 22 di settembre e dal titolo "Il libro segreto di Forza Nuova".
"Un movimento – sottolinea il giornalista – che è ancora in vita da quasi trent'anni: stesso leader, Roberto Fiore, stesso simbolo e stesso programma. Ed è su quest'ultimo punto che mi vorrei soffermare: perché quel programma, quello del 1996, assomiglia, per non dire che è identico, a quello di Futuro Nazionale. Non nelle parole, sia chiaro, ma di certo nei temi".
"Quel Forza Nuova, FN, che, come altri partiti, è ancora incredibilmente tollerato dalle istituzioni democratiche. E che continua a essere ammesso alle elezioni. Solo un esempio italiano, ancora una volta, di quanto accade nel resto d'Europa e del mondo".
Il rischio concreto, quindi, conclude Berizzi, è quello di una "lenta, ma nemmeno troppo lenta, trasformazione delle democrazie in autocrazie o in democrature", un processo silenzioso in cui "le democrazie si indeboliscono, si fiaccano, si svuotano" prima ancora che ce ne si accorga.
"Si parte dalla narrazione che vuole questi movimenti solo goliardici, folcloristici, ma ricordo sommessamente che anche il nazismo ha iniziato così, con le battute nelle birrerie".














