"Tra la vittoria di Afd e le prossime elezioni: in gioco c'è il futuro dell'Ue. Nel '27 al voto in Francia, Spagna e Italia (tra gli altri): una Europa divisa favorisce Mosca e Washington"
L'analisi del direttore del dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Trento, Marco Brunazzo: tra le conseguenze della globalizzazione e gli errori del centro-sinistra, ecco come le "nuove" destre hanno guadagnato terreno. "Ma parlare di 'onda nera' è riduttivo"

TRENTO. Mentre in Svezia il centrosinistra guidato dalla socialdemocratica Magdalena Andersson ha chiuso in vantaggio l'ultima tornata elettorale, a una decina di giorni dal voto in Sassonia-Anhalt – dove ha stravinto Alternative für Deutschland – l'estrema destra in Germania ha per la prima volta dalla fine del secondo conflitto mondiale la concreta possibilità di formare un governo in uno stato federale tedesco.
Il voto del 6 settembre scorso, che ha interessato uno dei territori meno popolosi nel Paese (la Sassonia-Anhalt conta poco più di 2 milioni di abitanti), si inserisce però in una finestra elettorale fittissima. Domenica scorsa ha votato la Svezia, il 20 settembre tocca ad altri due land tedeschi, Berlino e Meclemburgo-Pomerania Anteriore: nel primo l'Afd è data terza, mentre nel secondo nettamente in vantaggio. Nei prossimi mesi, e in particolare nel corso del prossimo anno, sarà poi il turno dei Paesi più popolosi e delle maggiori economie europee, con molti osservatori che hanno già paventato il rischio di una "onda nera" nel Vecchio continente.
Con tutte le conseguenze del caso, naturalmente, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di tenuta dell'intera architettura politica dell'Unione Europea, che si trova a fare i conti con la crescita di movimenti apertamente contrari, tra le altre cose, a una maggiore integrazione tra i Paesi Ue. Ad andare al voto nell'arco di pochi mesi nel 2027 infatti, saranno i quattro Paesi più popolosi dopo la Germania: Francia, Italia, Spagna e Polonia.
Ma quali sono nel dettaglio le caratteristiche di quei movimenti? Quali i rischi politici? E quali, in definitiva, le strategie da adottare per chi si propone di rappresentare un argine alla crescita di quei partiti che puntano a sfidare il quadro politico attuale? Il Dolomiti lo ha chiesto a Marco Brunazzo, professore di Scienza politica e direttore del dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Trento.
“Innanzitutto – spiega il docente – le prossime elezioni negli Stati tedeschi, tra i quali anche l'area amministrativa di Berlino, saranno un test per capire se il risultato dell'Afd in Sassonia-Anhalt rappresenti un trend replicabile anche in altre aree tedesche con condizioni socio-economiche diverse. Ricordiamoci che la destra estrema in Germania, e non solo, è particolarmente forte nei territori in situazioni di sostanziale marginalità, proprio come la Sassonia-Anhalt, dove alle difficoltà economiche si somma un sentimento di mancata integrazione con il resto del Paese”.
Un terreno ideale nel quale configurare, a livello politico, uno dei temi centrali nell'azione politica della destra estrema, tanto in Germania quanto più in generale in Europa: la lotta all'immigrazione. “A livello politologico – continua infatti Brunazzo – vediamo differenze nette nelle preferenze della popolazione non solo su scala regionale, ma anche nell'ambito locale, arrivando a distinguere chiaramente in alcuni casi centri storici e periferie”.
Per il professore di UniTrento però, racchiudere l'intera sfida posta da partiti e movimenti come Afd, Rassemblement National o Futuro Nazionale nella grande cornice di una “minaccia nera” per l'Europa è riduttivo: “Al di là dello schieramento politico, che in questa particolare fase è chiaramente orientato a destra, stiamo parlando di movimenti che puntano a sfidare i partiti tradizionali, agendo verso quella parte di elettorato convinta che i loro problemi non vengano affrontati”.
Una dinamica che ricorre di Paese in Paese e che s'intreccia, naturalmente, con i temi più caldi legati alle particolari situazioni politiche di riferimento: “In Lettonia per esempio – dice Brunazzo – si vota in ottobre e la battaglia politica, tanto a destra quanto a sinistra, è naturalmente incentrata sul tema della sicurezza e della minaccia rappresentata dalla Russia. Sempre in autunno si voterà anche in Bulgaria mentre il prossimo anno sarà il turno, fra gli altri, di Francia, Italia, Spagna e Polonia”.
In Francia in particolare, Marine Le Pen e il suo Rassemblement National sono dati in netto vantaggio al primo turno, con Jean-Luc Mélenchon – il leader de La France Insoumise, che si pone a sinistra dei Socialisti – a giocarsi il secondo posto con l'ex premier Édouard Philippe, di provenienza centro-destra. “Mai come questa volta – continua l'esperto – Le Pen sembra avere la possibilità di assicurarsi l'Eliseo, essendo rientrata nella gara elettorale dopo la riduzione dell'ineleggibilità decisa quest'estate in appello. Il suo partito non può essere assimilato completamente ad Afd per le posizione espresse, ma si muove certamente in un perimetro politico molto critico dell'Ue e molto contrario all'immigrazione”.
Il dato di fatto, continua, è che tanto Rn in Francia quanto Afd in Germania o Futuro Nazionale in Italia: “Si pongono come forze risolutrici in un contesto di grande fragilità dei partiti tradizionali. Un altro aspetto da considerare è la scarsa fiducia che oggi gli elettori pongono negli incumbent, in chi si presenta alle elezioni trovandosi già al potere: lo vediamo in Francia, dove il già risicato consenso di Macron (che comunque non potrà ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo ndr) sta calando. Pur se in direzione diversa a livello politico lo abbiamo visto con Orbàn, che ha perso per la prima volta dopo 16 anni nell'aprile scorso, potremmo vederlo in Spagna con Sanchez, che si troverà a dover gestire la crescita degli estremisti di Vox. In generale pare sentirsi un forte desiderio di cambiamento, che spinge gli elettori indecisi a rivolgersi ai partiti più 'esterni' a quanto già visto”.
E la connotazione politica di quei partiti, sottolinea nuovamente Brunazzo, non è il discrimine principale: “Pensiamo per esempio a Mélenchon e al grosso consenso che è riuscito a raccogliere in Francia. Oggi si parla di 'onda nera', in passato si parlava di 'onda populista'. I protagonisti però rimangono spesso gli stessi”. Come grosso modo simili rimangono le direttive politiche sulle quali si concentra una campagna elettorale ormai permanente: immigrazione e disagio a livello economico.
“Per inquadrare al meglio quest'ultimo concetto – spiega il professore di UniTrento – bisogna analizzare le conseguenze della globalizzazione, che non ha funzionato come ci si aspettava. A livello generale il fenomeno ha indubbiamente portato numerosi e grossissimi vantaggi, che nella vita di tutti i giorni vengono tra l'altro spesso dati per scontati, ma ha anche avuto dei costi. Uno di questi è l'aumento delle diseguaglianze: i benefici, in altre parole, si sono spesso concentrati nelle fasce di popolazione che avevano più possibilità di approfittare della globalizzazione”.
La stessa immigrazione è uno dei prodotti del processo di globalizzazione, continua Brunazzo: “E parliamo di un fenomeno che non può certo essere organizzato attraverso le semplicistiche soluzioni proposte dall'estrema destra, a partire dalla remigrazione. Si tratta di proposte assolutamente irrealizzabili ma che poggiano le loro basi politiche su uno strumento retorico ben noto e da tempo utilizzato dalle forze tradizionalmente identificate come identitarie. Il ragionamento alla base è molto rozzo ma allo stesso tempo molto rassicurante: si parte dalla costruzione di un passato in qualche modo mitico, nel quale esistevano valori e modelli di vita condivisi e oggi messi in discussione proprio dall'immigrazione”.
L'esempio più noto di questo approccio è rappresentato dal famoso slogan trumpiano, Make America Great Again, attraverso il quale si opera un riferimento diretto a una grandezza passata da recuperare, a un passato edenico “perso oggi a causa dell'azione di élite corrotte, della contaminazione multireligiosa e multirazziale”, aveva spiegato in un approfondimento sul tema lo storico Mario Del Pero (Qui Articolo). I riferimenti retorici ai messaggi lanciati dai movimenti più estremisti anche in Europa sono chiari – come chiaro è il sostegno che, non a caso, è arrivato e continua ad arrivare proprio dalla destra americana.
La partita che l'Europa si troverà ad affrontare nei prossimi mesi, infatti, non è solo interna ma anche – e forse soprattutto – internazionale, con l'Ue stretta sui due fianchi da chi sembra sempre più intenzionato a minarne alla base l'architettura politica.
“Non c'è nessun dubbio – sottolinea infatti ancora Brunazzo – che la posta in gioco in tutte queste elezioni sia, per l'appunto, il futuro dell'Unione europea. L'Ue è al centro delle campagne elettorali dei movimenti più estremisti sia come soggetto che come cornice, visto e considerato che i temi più sentiti, a partire dalla sicurezza e dall'immigrazione, hanno inevitabilmente una dimensione anche europea. A trarre vantaggio da una frammentazione del progetto politico europeo sarebbero in questa fase sia Washington che Mosca, e gli europei in primis dovrebbero capirlo: entrambe le potenze potrebbero garantirsi maggior potere e maggior influenza sui singoli Paesi”.
In conclusione però, alla crescita registrata dalle destre nei diversi Paesi europei va affiancata un'analisi sulla sostanziale stagnazione dei partiti di centro-sinistra. Il caso italiano in questo senso è emblematico. Futuro nazionale si è insediato in pochi mesi attorno all'8%, quarta forza del Paese, ma pesca elettoralmente quasi interamente a destra e nell'astensione. Un bacino, in altre parole, difficilmente contendibile e la contrapposizione al partito di Vannacci non ha infatti prodotto alcun guadagno per il Partito democratico, che resta la principale forza di opposizione ma inchiodato tra il 21 e il 22%.
“Non solo in Italia, ma a livello europeo – conclude Brunazzo – nelle maggiori economie i partiti di centro-sinistra sembrano in difficoltà e faticano ad accrescere consensi. Penso che le ragioni siano da rintracciare in due errori principali. Il primo è stato quello di appiattirsi su posizioni che hanno progressivamente sfumato l'attenzione tradizionalmente avuta nei confronti delle classi sociali più deboli. Ne abbiamo visto le conseguenze in passato, con le meteoriche crescite registrate sia dalla Lega che dal Movimento 5 Stelle. Molti di questi cittadini hanno perso la fiducia in una politica che non è riuscita a intercettare i loro bisogni e oggi trovano in Vannacci un interlocutore. La sinistra, in altre parole, aveva una base sociale di riferimento, che oggi ha completamente perso: la convergenza verso il centro ne ha snaturato l'identità politica”.
Il secondo punto, dice il professore, è per certi versi correlato al primo: “Soprattutto nel nostro Paese, la sinistra ormai non è più presente sui territori. Ha lasciato che altri partiti, a partire dalla Lega ancora negli anni '90, ne prendessero il posto, dimenticando quanto invece sia importante il radicamento e la presenza diretta per i cittadini e gli elettori. Questa dinamica è stata poi osservata in particolare nelle periferie, sia delle città che, in senso lato, dei territori: quando i territori stessi sono stati presidiati, in altre parole, i movimenti del centro-sinistra si sono spesso limitati ai centri storici e alle zone più urbanizzate, dove hanno trovato il consenso delle classi sociali economicamente più avvantaggiate, degli intellettuali. Come abbiamo visto nel corso delle elezioni in Sassonia-Anhalt però, la partita si gioca anche, e soprattutto, nei lander più in difficoltà, non solo a Berlino”.














