Tra il "buio americano" e il mondo Maga spaccato in due: "Trump fa leva su una doppia nostalgia e tiene insieme estremismi opposti". L'analisi di Mario Del Pero
L'intervento di Mario Del Pero, storico e professore di Storia internazionale al Centre d'Historie di Sciences Po, a Trento in un incontro organizzato dalla Scuola di Studi Internazionali: a un anno dal voto, ecco l'America di Trump

TRENTO. Dal rapporto conflittuale con l'Unione europea all'introduzione del “corollario Trump” alla Dottrina Monroe, dalle diverse anime del movimento Maga alla matrice razziale di un fenomeno – il trumpismo – che da un richiamo nostalgico a un passato idealizzato cerca oggi di proiettare la sua ideologia anche oltre oceano, nel Vecchio continente. Di questo e di molto altro si è discusso venerdì mattina a Palazzo Geremia insieme a Mario Del Pero – storico e professore di Storia internazionale al Centre d'Historie di Sciences Po – in un evento organizzato dalla Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento.
“L'America di Trump un anno dopo il voto” il titolo dell'incontro, moderato dal professore di Storia contemporanea a UniTrento Umberto Tulli, destinato a studenti, docenti e cittadini per aprire una finestra sul mondo americano – e non solo – attraverso lo sguardo di uno dei più attenti osservatori del mondo a stelle e strisce. Sguardo che nel suo ultimo lavoro – “Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell'era Trump” – del Pero ha fissato sull'oggi nel tracciare una vera e propria 'storia del tempo presente', tra l'analisi della dialettica “violenta, crudele, irridente del nemico” trumpiana e la ricostruzione del percorso che ha portato il tycoon a rientrare nella Casa Bianca lo scorso anno.
Percorso le cui traiettorie ideologiche hanno profonde radici storiche e che vede, oggi, l’universo Maga spaccato in due – tra gli uomini forti del mondo tech, per certi versi tanto visionari quanto anti-democratici, e gli ideologi di quell’idea di America profonda che ha costituito la base del trumpismo, da Steve Bannon a Tucker Carlson fino al giovanissimo Nick Fuentes – e tenuto insieme proprio dalla figura del presidente, al quale non sembrano per il momento esserci alternative future. Ma procediamo con ordine.
Parchi gratis per il compleanno del presidente
Il punto di partenza della discussione è stato una decisione solo apparentemente 'secondaria', ma che svela in realtà alcuni degli elementi centrali del trumpismo: la recente decisione del presidente americano di introdurre, tra le giornate a ingresso gratuite per i parchi federali, il proprio compleanno – eliminando al contempo il Martin Luther King Day e il Juneteenth, la festa federale che commemora la liberazione degli schiavi afro-americani.
“Tra le giornate festive introdotte da Trump – spiega Del Pero – oltre al 14 giungo, suo compleanno e Flag Day, c'è anche il compleanno del presidente Theodore Roosevelt, fondatore a inizio Ventesimo secolo dei parchi federali in Usa, e il Veteran's Day. Non a caso Roosevelt è stato il presidente che ha introdotto l'omonimo corollario alla Dottrina Monroe nel 1904, uno strumento strategico con il quale gli Stati Uniti ribadivano in sostanza il diritto di intervento nell'emisfero occidentale, l'emisfero 'americano', laddove si fossero allentati ‘i legami della civiltà’, declinando così in senso imperiale la Dottrina Monroe. Siamo di fronte a un linguaggio che lo stesso Trump richiama nella recente Dottrina di sicurezza nazionale, nella quale si fa esplicito riferimento a un analogo 'corollario Trump'”.
Tornando ai parchi naturali e all'attacco alle festività considerate più “inclusive”, la mossa di Trump conferma ancora una volta la volontà politica della nuova amministrazione di fare proprie le categorie del suprematismo bianco, continua il professore di Sciences Po: “Categorie che oggi trasla anche allo spazio atlantico e quindi all'Ue. Nel documento sulla sicurezza Trump fa infatti riferimento a una civiltà europea 'in decadenza' per la 'perdita delle sue radici'. In altre parole, secondo il racconto del mondo Maga alcuni Paesi europei stanno diventando in qualche modo meno europei: tradotto, stanno diventano meno cristiani e meno bianchi. E nello schema di fatto razziale che informa le azioni della Casa bianca oggi, diventare meno europei si traduce inevitabilmente in un cambiamento nella visione del mondo”.
È su quest’onda che personaggi centrali del mondo Maga, a partire da Vance – del quale si ricorderà il dirompente intervento alla conferenza di Monaco a febbraio – e dallo stesso Trump – che ha ribadito il concetto nella recente intervista rilasciata a Politico –, si schierano apertamente per i movimenti identitari e sovranisti dell'ultradestra europea. Gli stessi che, tra remigrazione e anti-europeismo, si rifanno chiaramente a una matrice ideologica affine a quella trumpiana.
Il doppio nazionalismo americano
Matrice ideologica, spiega Del Pero, che nel mondo americano affonda le sue radici in un particolare tipo di nazionalismo, contrapposto al noto modello del melting pot: “All'interno degli Stati Uniti si muovono due modelli di nazionalismo. Il primo è costituzionale, civico, inclusivo. Descrive il tessuto di una nazione, per così dire, a maglie larghe. Il cosiddetto melting pot, dal quale è poi evoluta la metafora del mosaico di identità specifiche che costituiscono il corpo della nazione. Un nazionalismo in definitiva multirazziale, emerso dopo la Guerra civile”.
Dall'altra esiste invece un nazionalismo opposto “essenzialista, razziale, che interpreta gli Stati Uniti come un Paese bianco, cristiano e anglofono nella sua essenza profonda”. Anche in questo contesto non è dunque un caso che Donald Trump sia il primo presidente che ha imposto l'inglese come sola lingua ufficiale di un Paese, gli Stati Uniti, nei quali il bilinguismo – in particolare per quanto riguarda ovviamente lo spagnolo – è largamente diffuso in diversi Stati. “E se il corpo della nazione deve essere bianco e cristiano – continua Del Pero – allora è necessario 'ripulirlo', per quanto orribile sia la metafora, da chi non vi appartiene”. Una priorità che nel concreto traspare dalle politiche restrittive sugli ingressi di stranieri, sulla lotta alle politiche di diversità e inclusione e via dicendo.
La doppia nostalgia che cavalca Trump
Proprio da quel nazionalismo, dunque, si costruisce il mito fondativo dell'America trumpiana – quella destinata a diventare nuovamente grande. “Nello slogan Make America Great Again – continua infatti Del Pero – l'appeal alla nostalgia è chiarissimo. Il riferimento è a una grandezza passata da recuperare, non a una futura grandezza da conquistare: si guarda indietro alla simbologia di un passato edenico, perso oggi a causa dell'azione di élite corrotte, della contaminazione multireligiosa e multirazziale”.
Si tratta però di una nostalgia, anche in questo caso, doppia, come doppio è il richiamo a periodi ideologicamente rappresentati come particolarmente felici e prosperi: “Il primo richiamo è agli anni immediatamente precedenti alla crisi del 2008. Parliamo di un periodo in cui la bolla speculativa ha portato alla crescita del principale asset di risparmio dei bianchi americani: la casa. Il 75% della popolazione bianca americana era proprietaria di un appartamento o di una casa e molti di loro avevano un accesso estremamente facilitato al credito, fornito dalle banche sulla garanzia di un valore delle abitazioni in costante crescita”. Una crescita speculativa, ovviamente, che ha sopperito però alla sostanziale stagnazione dei redditi dei cittadini americani del periodo. Molti dei quali hanno ridotto drasticamente, proprio per queste ragioni, la propensione al risparmio in un momento di benessere sostanzialmente artificiale.
“Con il 2008 – spiega il professore – tutto questo è crollato. Oggi la memoria di quel ‘momento Bengodi’ è ancora viva per molti americani e Trump fa leva su tutto questo promettendo un ritorno a quel benessere”. Il secondo momento di nostalgia è invece più lontano nel tempo e arriva fino agli anni '50-'60 del '900, nell'America insomma pre-1968: “Una fase che si racconta come l'apice degli Stati Uniti, di un'America prospera, ottimista, suburbana. Un'America governata da inscalfibili gerarchie di genere. Un'America in cui era ancora forte la segregazione razziale. Non a caso infatti nell’ultima campagna elettorale Trump ha condiviso numerose immagini di placidi e stereotipati sobborghi americani presi d'assalto da orde di immigrati, tendenzialmente dalla carnagione scura”.
L'unilateralismo di Trump e la politica degli ordini esecutivi
Come sottolineato da Tulli nel corso della discussione infatti, Trump è il primo presidente che nega in toto un discorso inclusivo, un tentativo di sintesi tra le diverse componenti politiche e sociali del Paese. In altre parole è il primo presidente che non si impegna, almeno politicamente, a presentarsi come il presidente di tutti. Un unilateralismo che si trasla direttamente anche nella gestione degli affari interni e internazionali.
“Per Trump non esiste un contesto internazionale regolato da norme, regole, istituzioni comuni – dice Del Pero –. Il rapporto degli Stati Uniti con il diritto internazionale, c'è da dire, è comunque sempre stato piuttosto complicato. Ricordiamo l'evoluzione seguita all'11 settembre, ricordiamo Guantanamo. Oggi però non c'è più nemmeno la volontà di salvare le apparenze: si agisce sul presupposto che un presidente eletto abbia poteri quasi illimitati e, anche sulla base di un pronunciamento della Corte suprema, piena incolumità rispetto alle azioni portate avanti nel corso del suo mandato. Incolumità che Trump fa ricadere a cascata sugli altri membri del suo esecutivo, piegando dunque anche le costrizioni costituzionali sul fronte interno”.
Un atteggiamento al quale il tycoon non è certo nuovo: “Basti pensare – sottolinea il professore di Sciences Po – che dall'inizio del suo mandato ha già firmato più ordini esecutivi di quanti ne abbia firmati Biden in quattro anni di mandato. Per la fine dell'anno supererà il totale di ordini esecutivi firmati da Obama in due presidenze. Tra i vari provvedimenti ce n'è anche uno, subito impugnato, che ha abrogato il 14esimo emendamento costituzionale, quello che regola lo ius soli. Si tratta di un principio riportato in un trittico di emendamenti fondamentali, il 13, il 14 e il 15, che stabiliscono rispettivamente la fine della schiavitù, il principio della cittadinanza per nascita e la tutela del diritto di voto. Un insieme di norme fondamentali per aprire in senso multirazziale il mondo statunitense”.
Contemporaneamente il presidente forza la mano facendo sistematico uso di leggi emergenziali del passato – dall'Alien enemies act del 1798 all'Emergency economic powers act del 1977, usato da Trump per imporre i dazi promessi in campagna elettorale. Una mossa che ha portato a diversi ricorsi alla Corte suprema, dalla quale si attende nei prossimi mesi un pronunciamento proprio sul fronte dei dazi: “Se l'applicazione delle tariffe – spiega Del Pero – dovesse essere ritenuta illegittima, non solo l'amministrazione Trump dovrebbe rinunciare al suo principale strumento di politica economica e commerciale, ma dovrebbe anche risarcire gli attori economici americani colpiti dalla misura. In altre parole, questa è forse la partita più importante in questo momento per Trump, il cui disegno autoritario e neo-imperiale è sempre più chiaro sia sul fronte interno che esterno”. Dall'Ucraina al Medio Oriente, passando per Europa e America latina, per il presidente americano il mondo è in definitiva diviso in blocchi, in sfere di influenza ‘gestite’ da grandi potenze – una sola delle quali, gli Stati Uniti, ha proiezione globale.
Venezuela, Manifest destiny e Unione europea: così Trump costruisce il 'suo' mondo
L'esempio più calzante per descrivere l'unilateralismo imperiale della seconda presidenza Trump è però forse il Venezuela, un Paese vicino – e ricco di risorse naturali – ricadente in quella che dai tempi della Dottrina Monroe Washington vede appunto come la sua naturale sfera d'influenza. Ancora una volta però, a informare l'azione della Casa Bianca è un complesso insieme di richiami ideologici, che Trump non manca di citare apertamente.
“Nel suo discorso inaugurale – spiega ancora Del Pero – Trump ha presentato come obiettivo concreto della sua presidenza l'espansione territoriale. Per trovare un altro presidente che avesse posto la medesima questione bisogna tornare indietro al 1845, a James Polk. Nello stesso discorso ha citato McKinley, il campione dell'imperialismo americano a cavallo tra 19esimo e 20esimo secolo, usando uno slogan da tempo ormai screditato: quello del Manifest Destiny, in voga in particolare negli ambienti del nazionalismo cristiano ed espansionista degli anni 30-40 dell'800”. Oggi tutto questo retaggio ideologico si trasla nel concreto in un'azione di carattere ben diverso, fornendo una serie di strumenti politici per giustificare scelte radicali.
“Con un ordine esecutivo – dice Del Pero parlando della situazione in Venezuela – Trump ha di fatto dichiarato un'invasione in atto da parte del Venezuela negli Stati Uniti promossa da un'organizzazione criminale, il Tren de Aragua, che si dice essere al servizio del regime di Maduro. In altre parole, le azioni militari americane sono raccontate come autodifesa. Con un altro ordine esecutivo il presidente ha inserito le organizzazioni criminali venezuelane nella lista di quelle terroristiche, sostenendo tra l'altro che Maduro rappresenti una minaccia anche per Colombia e Messico; i cui governi hanno tra l'altro subito negato. Queste sono però le giustificazioni utilizzate da Trump per colpire numerose imbarcazioni che, a quanto riportato, sarebbero state impegnate nel trasporto di sostanze illecite. In un caso, il primo, era stata colpita un'imbarcazione con 11 persone a bordo, due delle quali erano sopravvissute. Come emerso successivamente, anche grazie ad alcuni video condivisi dai media americani, i due sopravvissuti, attaccati in acqua ai resti del natante, sono stati in seguito uccisi. Una situazione estrema che ha portato a dure critiche da parte dell'opinione pubblica americana di fronte a quello che, a tutti gli effetti, è un crimine di guerra".
L’Europa e la politica transazionale
Rimanendo nello scenario internazionale, nel suo secondo mandato Trump ha duramente attaccato, a livello politico, l’Europa, arrivando come detto a denunciarne una ‘decadenza’ a livello civile: “Non c’è dubbio – spiega Del Pero – che oggi per Trump l’Europa sia un avversario, un nemico. Storicamente comunque gli Stati Uniti nascono sia come Europa che come anti-Europa, in un rapporto ambivalente che continua ancora oggi. Se questo sentimento era però sopito nella prima amministrazione Trump, simile nella sua composizione a una tradizionale amministrazione repubblicana, oggi il modello di cosmopolitismo e integrazione multinazionale europeo è antitetico rispetto a quel nazionalismo essenzialista e razziale così fortemente ribadito dal mondo Maga. Scendendo dal piano ideologico a quello concreto, Bruxelles rappresenta poi una potenza normativa, che punta a regolamentare, sanzionare, colpire quegli oligopoli e monopoli costruiti dai giganti del tech americano, oggi completamente schierati con questa amministrazione”.
L’anti-europeismo ha in altre parole due dimensioni – ideologica e concreta a livello politico ed economico – che si rafforzano a vicenda: “La Dottrina di sicurezza, ancora una volta, è esplicita: per gli Stati Uniti, si dice, è necessario sostenere le forze identitarie e sovraniste europee. L’obiettivo è chiaro: smantellare dall’interno il progetto di integrazione europeo. Di fronte a tutto questo l’Europa ha reagito scommettendo sulla possibilità di mediare e di attutire le ruvidezze di Trump. Qualche risultato è arrivato, in particolare con il compromesso sui dazi al 15%, un livello limite ma sostenibile per la maggior parte degli attori economici colpiti, ma è probabile che questo atteggiamento, di fronte all’aggressività di Trump, non aiuti il progetto europeo”.
In più occasioni però la ruvidezza e l’aggressività del presidente Usa sono state in qualche modo neutralizzate con la più semplice delle strategie: il dono. “Dal Qatar alla Svizzera – continua il professore – in molti ormai stanno adottando questa tattica. A livello generale infatti la dimensione privatistica e quasi cleptocratica dell’azione di Trump lascia senza parole. Pensiamo alle criptivalute, un ambito nel quale la nuova amministrazione Usa sta spingendo molto anche per rifinanziare il debito americano. Trump ha creato una piattaforma di gestione di criptovalute, oggi gestita dai figli, ricevendo finanziamenti e consulenze da persone condannate e oggi graziate dallo stesso Trump. La sua è una diplomazia patrimonialista, nella quale l’arricchimento anche personale è raccontato come un successo. In generale parliamo di una politica estera transazionale, e in una transazione il vantaggio, dice il presidente, deve andare all’interlocutore più forte”.
Da Fuentes a Carlson fino ai ‘broligarchi’: Trump è il collante di un universo Maga spaccato in due
Come anticipato in apertura però, l’universo che sostiene e spinge il movimento Maga presenta forti fratture al suo interno, fratture che solo la figura di Trump oggi è in grado di ricomporre: “Nel mondo Maga – dice infatti in conclusione Del Pero – possiamo individuare due anime e due estremismi. Il primo è quello dei cosiddetti ‘broligarchi’, l’élite tech di Silicon Valley composta da uomini con posture e atteggiamenti ad alto tasso di testosterone, globalisti, che disprezzano l’America profonda e vorrebbero, in definitiva, uno Stato federale sempre più leggero. Sono i Musk, i Thiel, personaggi che immaginano un futuro post-democratico nel quale pochi, i migliori, governano di fatto il mondo. E i criteri per identificare i ‘migliori’ sono semplici: successo imprenditoriale, ricchezza, capacità di sviluppo di nuove tecnologie”. In altri termini, parliamo di persone che si auto-rappresentano come i più adatti a prendere le decisioni: “Per certi versi sono ‘visionari’ – ironizza Del Pero – per quanto discutibile ovviamente sia però il futuro che immaginano”.
Dall’altra c’è invece il mondo Maga “duro e puro”, quello dei Carlson e dei Bannon, dei Nick Fuentes – ospitato recentemente dallo stesso Carlson nel suo podcast – fortemente contrapposto ai ‘broligarchi’ rappresentando una loro versione della cosiddetta America profonda. “I due gruppi si odiano rispettivamente – sottolinea Del Pero –, contrapponendosi a livello ideologico. Bannon per esempio, che è quanto di più simile si possa immaginare a un fascista del 21esimo secolo, promuove temi legati alla grande cospirazione globalista, inserendo tra l’altro alti tassi di anti-semitismo. Lo stesso fa Tucker Carlson. In definitiva entrambe le fazioni sono estreme e radicali: l’elemento di ‘ottimismo’, se vogliamo, è che a quanto pare solo Trump è in grado di tenere insieme i pezzi. Senza di lui è probabile che le contraddizioni finirebbero per esplodere”.












