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Trento
07 ottobre | 19:48

"Per Israele una Shoà e per i palestinesi una Nakhba", intervista a Fra Patton (custode di Terra Santa) a un anno dal 7 ottobre: "Rapporti rotti. L'Onu recuperi il suo ruolo"

A un anno dal massacro di Hamas e l'ingresso di Israele nella Striscia di Gaza, il Medio Oriente è sull'orlo di una guerra regionale. L'intervista a Fra Francesco Patton, custode di Terra Santa

"Per Israele una Shoà e per i palestinesi una Nakhba", intervista a Fra Patton (custode di Terra Santa) a un anno dal 7

TRENTO. Frustrazione nell'assenza di progressi politici e nell'incapacità di voler negoziare, ma anche nella debole incisività della comunità internazionale. I timori concreti di un allargamento del conflitto in Medio Oriente con una guerra diretta tra Israele e Iran. Una preoccupazione per il peso, scarso, del ruolo dell'Onu. L'ispirazione di Rachel Goldberg Polin (portavoce delle famiglie degli ostaggi) e il lavoro della chiesa per assistere le popolazioni e per cercare la via della pace.

 

"Non si può arrivare alla pace attraverso la guerra. Ma se sono inefficaci le azioni dell’Onu, degli Usa e dell’Europa, così come degli altri attori in campo - le parole a il Dolomiti del trentino Fra Francesco Patton, Custode di Terra Santa a Gerusalemme - non sarà certo ciò che proponiamo noi a far raggiungere la pace o il cessate il fuoco, tanto più che la posizione della Chiesa è facilmente bollata di utopia e di irenismo anche se di fatto è l’unica davvero realistica.

 

A un anno dal 7 ottobre la pace sembra ancora troppo distante. L'esercito e cittadini israeliani si sono trovati completamente impreparati agli attacchi di Hamas. La risposta del governo di Netanyahu è stata più che muscolare con l'ingresso in Palestina.

 

"I rapporti tra le comunità si sono sostanzialmente rotti", dice il custode di Terra Santa. "Per Israele è stato rivivere la Shoà mentre per il mondo palestinese la Nakhba".

 

E 12 mesi dopo il quadro geopolitico è ancora più instabile e teso. Negli scorsi giorni Israele ha ucciso il capo di Hezbollah e ha invaso il Libano, mentre c'è stata un'escalation tra Tel Aviv e Teheran. L'intera regione è sull'orlo di una guerra

 

A un anno dalle atrocità di Hamas e dalla dichiarazione di guerra di Israele qual è il suo sentimento?

Direi che è soprattutto un sentimento di frustrazione nel non vedere alcun progresso verso una soluzione politica del conflitto, frustrazione nel non vedere alcuna volontà di negoziare da entrambe le parti, frustrazione nel vedere che le vite delle persone (ostaggi, sfollati, popolazioni civili a Gaza, in Cisgiordania, in Israele e Libano) non sono realmente tenute in considerazione, frustrazione nel vedere la comunità internazionale limitarsi a dichiarazioni di moral suasion senza la capacità di fare qualcosa di concreto ed efficace per evitare che il conflitto si allarghi, come di fatto sta succedendo col rischio di infiammare tutto il Medio Oriente. E potrei continuare a lungo questo elenco.

 

Dal suo punto di osservazione come vede la situazione generale e come è l'evoluzione (o involuzione) nei rapporti tra le diverse comunità araba, ebraica e cristiana a Gerusalemme?

I rapporti tra le varie comunità dopo il 7 ottobre e dopo tutto ciò che il 7 ottobre ha generato si sono sostanzialmente rotti. Per la comunità ebraica il 7 ottobre (1.200 morti tra soldati, civili, lavoratori migranti di varia provenienza e religione, e 250 ostaggi di simile varia composizione) è stato rivivere la Shoà ed è stato scoprire la propria vulnerabilità in un contesto che aveva creato il mito della sicurezza.

 

Per il mondo palestinese ciò che è successo dopo il 7 ottobre (42 mila morti solo a Gaza, dei quali più di 16 mila bambini) è stato un rivivere la Nakhba cioè la catastrofe del 1948. I rapporti tra il mondo ebraico-israeliano e quello arabo-palestinese si sono chiaramente rotti e hanno prevalso (almeno fino a ora) le ali più radicali, quelle che hanno polarizzato il conflitto mescolando (da una parte e dall’altra) fondamentalismo etnico/nazionalistico e fondamentalismo religioso/messianico.

 

In questo contesto la posizione della minoranza cristiana è rimasto di vicinanza ai membri della propria comunità che soffrono nei vari territori (da Gaza al Libano passando per la Cisgiordania e Israele) ma anche di vicinanza a quelli che soffrono sia in campo ebraico che in campo musulmano in questi vari territori. Come ho ripetuto più volte in questi mesi una delle posizioni più ispirate è stata quella della portavoce delle famiglie degli ostaggi, Rachel Goldberg Polin. Questa donna che ha vissuto un dramma molto personale (quello di vedersi rapire il figlio Hersh e poi di saperlo ucciso nei tunnel di Gaza proprio quando stava per essere liberato) ha ricordato che sarà necessario un lungo percorso di riconciliazione che passa dal riconoscere reciprocamente le sofferenze gli uni degli altri, arrivando a riconoscere entrambi il diritto di esistere gli uni agli altri: i palestinesi agli israeliani e viceversa.

 

Questa donna ha anche detto saggiamente che non si deve mettere la sofferenza degli uni in competizione con la sofferenza degli altri, come se ci fosse una sofferenza di serie A e una di serie B, perché questo vorrebbe dire avere un approccio disumanizzante alla sofferenza delle persone e non riconoscere l’uguale dignità degli uni e degli altri. La comunità cristiana poi è un piccolo segno di una convivenza possibile proprio perché è fatta di cristiani di lingua araba e di lingua ebraica così come di lavoratori migranti provenienti da molti paesi, ed essendo sparsa su tutto il territorio condivide il dramma e la sofferenza di tutte le componenti della società.

 

Al tempo stesso, essendo i cristiani una piccola minoranza, sono anche quelli che più rischiano e che più sono tentati di emigrare: di fatto la comunità cristiana a Gaza in un anno si è dimezzata e dalla zona di Betlemme, nell’ultimo anno, sono partite più di 90 famiglie cristiane.

 

C'è paura per il perdurare dello stato di guerra e c'è timore per un'ulteriore escalation? C'è timore per una guerra con l'Iran o di attentati su larga scala di Hezbollah su suolo israeliano?

Il timore più immediato è quello che la guerra si allarghi e che Israele e l’Iran arrivino a uno scontro diretto, il che vorrebbe dire un allargamento della guerra a tutto il Medio Oriente. Gli attentati sono già ripresi, non tanto a opera di Hezbollah quanto di Hamas. C’è anche un timore per le conseguenze economiche che avrà la guerra. Io stesso, all’inizio pensavo che la guerra sarebbe durata dai sei ai dodici mesi, oggi non sono più così ottimista.

 

Quale strada vede per arrivare alla pace e alla stabilizzazione della situazione e dei rapporti?

Di fatto non si può arrivare alla pace e alla stabilizzazione dei rapporti solo per via militare e in assenza di una prospettiva politica. Ora quello che io vedo è invece l’illusione di ottenere la pace con la guerra e con un uso della deterrenza che, aumentando la paura, aumenterà anche la rabbia e l’odio e il desiderio di rivalsa e – anche in caso di vittoria militare di una parte – porterà prima o poi a un’ulteriore esplosione di violenza dall’altra parte. Quello che non si vede in questo momento è una volontà politica di intraprendere un percorso di pace e non si vede all’orizzonte nessuna proposta politica realistica e realizzabile.

 

La polarizzazione delle posizioni politiche e la volontà di risolvere il conflitto eliminando la controparte è semplicemente un’illusione e fa parte del linguaggio della propaganda. Per stabilizzare i rapporti, dal mio punto di vista, ci vuole almeno un minimo di disponibilità delle parti in conflitto, ci vuole una forte pressione su Israele da parte dei paesi occidentali, in primis gli Usa, una forte pressione dei paesi arabi sunniti su Hamas e una forte pressione di Russia e Cina sull’Iran e i suoi alleati.

 

Va recuperata poi la funzione dell’Onu che invece rischia di essere svuotato della minima capacità di influenza. Va infine costruito un percorso negoziale che porti a una soluzione politica che sarà probabilmente il superamento di tutte le soluzioni proposte finora (due stati o uno stato binazionale) che sono ormai impraticabili. A supporto di questo poi è necessaria un’azione culturale che aiuti israeliani e palestinesi a guardarsi reciprocamente in modo diverso da come hanno fatto negli ultimi 80 anni e che richiederà tempi lunghi. Infine è necessaria una nuova classe politica da entrambe le parti, che aiuti i due popoli a guardare al futuro in termini di reale accettazione reciproca al diritto di esistere.

 

Quale lavoro e quali azioni la Chiesa porta avanti in questo stato di emergenza e per raggiungere la pace o un cessate il fuoco?

Il lavoro della Chiesa non è di tipo politico, se stanno risultando inefficaci le azioni dell’Onu, degli Usa e dell’Europa, così come degli altri attori in campo non sarà certo ciò che proponiamo noi a far raggiungere la pace o il cessate il fuoco, tanto più che la posizione della Chiesa è facilmente bollata di utopia e di irenismo anche se di fatto è l’unica davvero realistica. Ciò noi possiamo fare in questo contesto è soprattutto sostenere la piccola comunità cristiana a non farsi intossicare dall’odio, dalla rabbia e dalla sete di vendetta che si respira nella società.

 

Poi sul piano piano concreto c’è l’aiuto alle popolazioni provate dalla guerra e questo si fa senza distinzioni legate all’appartenenza religiosa. C’è un’azione culturale educativa, che noi svolgiamo soprattutto attraverso le nostre scuole nelle quali cerchiamo di educare ai valori espressi da papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti”.

 

C’è infine un’azione potremmo dire più personale e limitata che è legata ai rapporti che ogni capo delle varie comunità ha con politici e diplomatici. Dal mio punto di vista è molto importante infine che ogni leader religioso tolga ogni giustificazione e legittimazione religiosa al conflitto, cosa che purtroppo non sempre accade.

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