"Il 7 ottobre 'giornata della resistenza'? Vergognoso in un corteo pacifico". A 2 anni dal massacro di Hamas, intervista a Ezio Mauro: "Un pogrom ma a Gaza superato ogni limite"
A due anni dall'attacco di Hamas in territorio israeliano, l'analisi di Ezio Mauro: "In Medio Oriente viviamo da un lato l'ennesima riproposizione del conflitto israelo-palestinese, d'altra parte però siamo di fronte ad una fase con caratteristiche del tutto particolari. E proprio per questo dobbiamo essere in grado di elaborare un doppio giudizio: sia sulla continuità del drammatico evolversi storico della vicenda sia sul valore episodico, specifico, intrinseco di quanto è avvenuto e continua ad avvenire"

TRENTO. Sono passati due anni dal 7 ottobre 2023, dal giorno in cui i miliziani di Hamas sono penetrati in territorio israeliano uccidendo circa 1200 persone tra civili e militari e rapendone oltre 250 – quasi 50 dei quali sono ancora nella Striscia. Due anni da quando l'intero Medio Oriente – e non solo – è cambiato radicalmente. Due anni da quando il governo israeliano ha dato il via ad una reazione militare brutale, a un massacro che ha causato oltre 60mila morti – quasi 20mila dei quali minori secondo le ultime stime – e che ha portato all'accusa di genocidio per Tel Aviv.
Due anni lunghissimi, uscendo dal contesto mediorientale, per una debolissima diplomazia internazionale – europea in primis – incapace di muoversi con decisione per immaginare e trovare modalità di risoluzione del conflitto, lasciando giocoforza oggi al meno diplomatico dei leader del mondo occidentale – il presidente americano Donald Trump – l'iniziativa per delineare un piano di pace. Due anni da quando le piazze europee si sono accese sempre più spesso dei colori palestinesi, tra bandiere e cori per chiedere la fine delle attività militari nella Striscia e il riconoscimento della Palestina come Stato.
Eppure per le lenti della storia due anni sono pochi, pochissimi. E così guardare in senso storico al 7 ottobre oggi è uno sforzo analitico difficile, reso ancora più complicato dalla drammatica attualità della tragedia in corso nella Striscia. Proprio per questo, dice a il Dolomiti Ezio Mauro – giornalista, già direttore de la Repubblica e La Stampa e fine interprete della contemporaneità – per guardare agli ultimi due anni è necessario un doppio livello di lettura.
Il 7 ottobre
“In Medio Oriente – dice – viviamo da un lato l'ennesima riproposizione del conflitto israelo-palestinese, d'altra parte però siamo di fronte ad una fase con caratteristiche del tutto particolari. E proprio per questo dobbiamo essere in grado di elaborare un doppio giudizio: sia sulla continuità del drammatico evolversi storico della vicenda sia sul valore episodico, specifico, intrinseco di quanto è avvenuto e continua ad avvenire”.
Il 7 ottobre in altre parole si inserisce necessariamente nel flusso di violenze e soprusi che da decenni caratterizza il conflitto israelo-palestinese, assumendo allo stesso tempo l'inevitabile status di spartiacque. “Mai avrei pensato – dice Mauro – che i miei figli sarebbero vissuti nella contemporaneità di un pogrom, di un evento che pensavamo relegato ai racconti, alla letteratura ebraica che riguarda in particolare quella porzione del nostro continente, l'Europa centrale e orientale, che ha vissuto quell'esperienza terribile. Si distingue da molti dei tanti altri episodi di violenza che la storia ci ha messo davanti proprio per il suo significato: colpire un popolo in quanto popolo, non per ciò che ha fatto ma per ciò che è”.
Proprio per questo, alcune delle immagini arrivate dalle molte manifestazioni che si sono tenute nelle piazze italiane negli scorsi giorni impongono una riflessione: "E' vergognoso - dice Mauro in riferimento al corteo che si è svolto a Roma - leggere nell'imponente, pacifico e democratico corteo per Gaza nella capitale lo striscione '7 ottobre giornata della resistenza palestinese'. È possibile uscire dal momento tragico in Medio Oriente solo nella comprensione profonda che libertà e sicurezza si realizzano solo se valgono per tutti. Il terrorismo è solo violenza e distruzione, sempre: anche per noi che viviamo nella pigrizia della democrazia".
L’orrore del 7 ottobre, dunque, ci ha messo di fronte alla responsabilità di comprendere quanto avvenuto: “Di riconfermare – precisa – come unica speranza per chi, come me, punta con convinzione sulla possibilità dell'esistenza di due Stati e due popoli, un binomio che sembra diventato un miraggio, una formula che oggi ci sembra un'enormità da ripetere: essere pronti a testimoniare, insieme al diritto del popolo palestinese ad avere il suo Stato, il diritto israeliano alla sopravvivenza”.
La reazione israeliana
Diritto rispetto al quale però, prosegue Mauro, le azioni del governo israeliano dopo il 7 ottobre hanno preso un corso ben diverso: “Guardando alla reazione di Israele non possiamo che applicare l'obbligatoria logica dei doveri imposti dalla democrazia: difendere la propria nazione e la sicurezza dei propri cittadini, ma senza perdere la propria natura. Questo vuol dire che la reazione di difesa e di tutela della propria sicurezza (che, nel pratico, si traduce inevitabilmente anche in azioni di attacco) deve essere proporzionata, deve avere un senso del limite. E non lo scopriamo certo oggi: è una delle caratteristiche principali della democrazia”.
Regole, continua l'ex direttore di Repubblica, che non si possono di certo chiedere ad Hamas, in quanto organizzazione terroristica, ma che si devono chiedere a Israele, che proprio tra i vincoli posti dalla sua stessa natura dovrebbe muoversi: “Certo tutta questa geometria è astratta, teorica rispetto alla tragedia della morte. Ma è l'unica regola che abbiamo, definisce noi stessi, la nostra capacità di esercitare i nostri diritti in spazi limitati dai vincoli che noi stessi ci imponiamo. E Israele negli ultimi due anni ha debordato rispetto a questo senso del limite, della misura. La reazione è stata sproporzionata e, soprattutto, è diventata fine a sé stessa: prima con l'uso della fame come arma di guerra, con i civili colpiti nei punti di raccolta per la distribuzione di viveri e l'insopportabile immagine della processione di persone con pentole vuote tra le mani. Poi con un'operazione militare che punta a estirpare un popolo dalla sua terra”.
“E come il 7 ottobre – continua Mauro – anche tutto questo orrore fa da un lato parte di una serie storica di colpe e responsabilità, chiedendo però a gran voce dall'altro autonomia d'analisi. Proprio per questo, credo, Gaza ha sollevato questa enorme ondata di partecipazione”.
Nel frattempo quanto avvenuto, e quanto continua ad avvenire, a Gaza pone inevitabilmente una questione sulla natura stessa dello Stato d'Israele: l'azione militare nella Striscia sta deformando, o ha deformato, la sua condotta democratica? “E' la domanda – dice Mauro – che molti intellettuali e minoranze interne si pongono nel Paese. Proprio questo fatto però, proprio la presenza di dibattito e interrogativi interni dimostra l'esistenza di uno spazio democratico in Israele, uno spazio di cui il governo Netanyahu ha abusato con la forza. Lo ribadisco: è ovvio che l'applicazione dei canoni democratici in un contesto di guerra possa sembrare astratta, ma non abbiamo altre 'tavole della legge'. E questa preoccupazione deve pesare sul governo, sul Parlamento, sugli intellettuali israeliani. Se guardiamo per esempio a Gaza, la confisca terroristica della rappresentanza operata da Hamas nella Striscia comprime necessariamente questo spazio. E come occidentali ci abbiamo messo del nostro, lasciando marcire l'Autorità nazionale palestinese nella corruzione. Oggi ne vediamo le conseguenze”.
Il piano di pace e le prospettive future
Di fronte a tutto questo, come anticipato, il prodotto più concreto della diplomazia internazionale – al netto del riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di nuovi Paesi e di iniziative, come la Global Sumud Flotilla, che naturalmente poco di concreto possono negli sforzi per la fine delle attività militari israeliane a Gaza – è rappresentato ad oggi dal piano di pace presentato da Trump e sostenuto dallo stesso Netanyahu, oltre che dai Paesi arabi dell'area. Una prima adesione è arrivata anche da parte di Hamas - i colloqui sono in corso in questi giorni in Egitto - mentre la componente più radicale dell'ultradestra israeliana, rappresentata in particolare dai ministri Smotrich e Ben-Gvir, ha criticato, anche duramente, il piano presentato da Trump.
“Personalmente – spiega l'ex direttore di Repubblica e Stampa – non credo si possa arrivare di punto in bianco oggi a una vera pace. Credo però che sia importante arrivare al cessate il fuoco proposto da Trump. Il grande 'distruttore' dell'ordine mondiale, paradossalmente, in Medio Oriente potrebbe diventare stabilizzatore: Trump ha in mano le carte per convincere Israele e forse anche Hamas. L'azione di Netanyahu, con tutta la sua sproporzione e l'accanimento anche sui civili con l'equazione 'palestinesi = terroristi', ha comunque fiaccato la resistenza di Hamas. Il punto debole del piano, che coinvolge anche i Paesi arabi, è proprio la mancanza di Hamas, un attore al quale oggi si addossa una responsabilità formidabile: siamo ad un passo dal cessate il fuoco, dalla fine dell'esodo forzato e del massacro dei palestinesi. I leader del movimento troverebbero anche la convenienza di un corridoio di amnistia, una condizione che rischierebbero di non trovare più in futuro. Se dovesse saltare anche questa proposta si dovrà ricominciare da zero”.
Emozione e razionalità, da Gaza all'Ucraina
In generale, conclude Mauro, la reazione che si è osservata in Italia di fronte alle terribili immagini da Gaza, dalle morti alle pentole vuote fino agli esodi dei civili, ha innescato inevitabilmente una risposta fortemente emotiva: “La domanda che viene da porsi – dice – è come mai la mobilitazione per l'Ucraina e la denuncia all'imperialismo russo non sia stata tanto forte quanto la mobilitazione per Gaza e la denuncia dell'imperialismo d'Israele. In una fetta importante della nostra opinione pubblica sembra che la condanna russa 'contasse' solo nei suoi primi giorni, senza rinnovare l'attenzione per quel continuo abuso della sovranità di un Paese, per la cifra permanente che deve distinguere aggressore e aggredito”.
“Eppure i principi attaccati in Ucraina sono i nostri, e sono il secondo bersaglio della Russia dopo le case e i corpi degli ucraini. Questo, in parte, deriva proprio dalla differente qualità del racconto delle due tragedie: Zelensky ha impostato la narrazione sulla difesa di un abuso di tipo politico-giuridico, dall'altra la reazione, come detto, è stata invece fortemente emotiva. Oggi però abbiamo la responsabilità di indignarci anche per quanto accade in Ucraina”.












