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| 07 set 2025 | 17:51

Crisi demografica, senza migranti la popolazione italiana tornerebbe al 1870 per la fine del secolo (con meno di 30 milioni di abitanti)

L'elaborazione del Guardian sulla base dei dati Eurostat. Con la crisi demografica la popolazione italiana, come quella di molti Paesi europei, è destinata a calare nei prossimi decenni, ma togliendo dall'equazione il saldo positivo dovuto ai flussi migratori, il crollo demografico nel nostro Paese nei prossimi 80 anni circa sarebbe oltre tre volte maggiore

Immagini del Guardian
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TRENTO. Non solo l'Italia, non solo l'Europa: la crisi demografica che da anni rappresenta una profonda minaccia per il nostro Paese è destinata, di fatto, a diventare una questione globale mentre, secondo diverse proiezioni, entro la fine del secolo potrebbe ufficialmente cominciare una fase di declino della popolazione mondiale.

 

In sostanza già oggi a crescere sono soltanto le popolazioni dei Paesi più poveri, da dove tendenzialmente i flussi migratori seguono le direttive del benessere verso quelli più ricchi, i cui sistemi economici si trovano a fare i conti – letteralmente – con un numero di lavoratori destinato a calare di anno in anno.

 

Ed è proprio in questa dinamica che si è inserita la forte narrativa anti-migratoria che, da anni ormai, sta alimentando i bacini elettorali dei partiti sovranisti e populisti europei – e non solo: in Giappone per esempio, uno dei Paesi con la natalità più bassa al mondo, è recente l'ascesa dell'estrema destra del Sanseitō – e i cui effetti, se tradotti in scelte politiche concrete, potrebbero essere netti anche sul fronte demografico.

 

A riportarlo, rielaborando le proiezioni di Eurostat per quanto riguarda le popolazioni dei paesi europei al 2100, è il Guardian, che evidenzia chiaramente come le società del Vecchio continente siano destinate ad invecchiare molto più velocemente senza l'apporto dei flussi migratori.

 

A livello numerico infatti, riporta il giornale inglese, con l'attuale trend demografico la popolazione dell'Unione è destinata a calare di circa il 6% per la fine del secolo, passando da 447 milioni a 419 milioni di cittadini. Una diminuzione sensibile – si parla di quasi 30 milioni di individui – ma che rappresenta ben poca cosa rispetto a uno scenario senza immigrazione, nel quale la popolazione europea calerebbe di più di un terzo, fino a circa 295 milioni di individui al 2100.

 

Le proiezioni base di Eurostat prendono infatti in considerazione, elaborando le stime demografiche per i prossimi decenni, un tasso di immigrazione netto pari a quello medio registrato negli ultimi 20 anni: escludendo il dato, gli effetti di un eventuale taglio ai flussi migratori – per quanto impossibile all'atto pratico – appaiono chiaramente.

 

Se guardiamo ai Paesi dell'Unione più popolosi, le proiezioni in assenza di migranti restituiscono infatti un quadro a tinte fosche: secondo i dati citati dal Guardian in Germania si passerebbe in poco meno di 80 anni da 83 a 53 milioni di abitanti, in Francia da 68 a 59, in Italia addirittura da 59 milioni a 28, in Spagna da 47 a 24 e in Polonia da 38 a 24.

 

A colpire è però anche il raffronto con le proiezioni effettuate tenendo in considerazione il tasso medio di immigrazione degli ultimi 20 anni: per la Germania in questo scenario il trend si invertirebbe addirittura, con una popolazione in crescita a 84 milioni di abitanti. In Francia la popolazione rimarrebbe sostanzialmente invariata mentre in Italia e Spagna il calo verrebbe contenuto rispettivamente a 50 e a 45 milioni di abitanti. In Polonia la differenza sarebbe minore, ma comunque sostanziale: la popolazione scenderebbe a 30 milioni invece che a 24.

 

Estremo è poi il caso del Regno Unito, dove da tempo il tema migratorio è al centro delle discussioni politiche del Paese: le proiezioni in assenza di flussi migratori vedono infatti al 2100 un calo della popolazione di 20 milioni di individui, da 68 a 48 milioni. Nel caso contrario, mantenendo quindi i flussi medi degli ultimi 20 anni, la popolazione è prevista dallo Uk Office for National Statistics addirittura in crescita di oltre 20 milioni di individui, da 68 a 86 milioni (altre stime sono leggermente inferiori). 

 

Guardando in particolare al caso italiano, uno dei Paesi con il tasso di natalità più basso in Europa, nello scenario a zero immigrazione – lo ripetiamo: si tratta di un'eventualità di fatto impossibile ma utile per inquadrare un discorso spesso ostaggio di discussioni ideologiche più che politiche – il calo della popolazione riporterebbe il nostro Paese indietro di circa un secolo e mezzo rispetto a oggi, andando a toccare valori che non si vedevano dagli anni '70 dell'800. Il tutto con una popolazione non solo inferiore, ma anche sempre più anziana e quindi con una forza lavoro drasticamente minore.

 

Con tutte le conseguenze del caso sulla spesa pensionistica, su quella sanitaria e su quella relativa all'assistenza agli anziani.

 

Si tratta di dinamiche che, più in piccolo, già si osservano in molti dei Paesi Ue. I flussi migratori, in ogni caso, non possono essere l'unica soluzione per l'inverno demografico che attende il Vecchio continente: “Aumentare i livelli d'immigrazione – ha spiegato infatti al giornale inglese John Springford, ricercatore associato al thinktank Centre for Euoropean Reform – non sarà sufficiente a risolvere questi problemi demografici. I flussi necessari sarebbero estremamente importanti e i numeri di migranti disposti a spostarsi sono limitati”.

 

Fondamentale, ovviamente, è infine che i migranti in arrivo trovino un'occupazione per non pesare, a loro volta, sui sistemi di welfare nazionali. I ragionamenti da questo punto di vista non possono però che essere posteriori all'approccio politico al fenomeno migratorio stesso: in altre parole, un modello di successo come quello di Camini – si tratta di un paese calabro tornato a crescere dopo una dura fase di spopolamento proprio grazie all'arrivo di cittadini stranieri –, citato come esempio virtuoso anche dal Guardian, può essere messo a terra solo in presenza di una chiara volontà politica di accoglienza e di gestione dei flussi migratori. Una chiusura aprioristica rischia invece di pesare sulla spalle delle future generazioni di italiani.

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