"Non sarà la neve artificiale a salvare gli sport invernali. Come atleta faccio sentire la mia voce: la crisi climatica si affronta con un cambio di regole, mentalità e cultura"
Intervista alla groenlandese Ukaleq Slettermark, biathleta e attivista: "Gli sforzi per rendere la neve artificiale più 'sostenibile' ci sono, ma questa non è una soluzione a lungo termine. Il mondo degli sport invernali deve acquisire consapevolezza, prendere posizione e assumersi la responsabilità di decisioni forti". Le sfide, dalla Groenlandia ai territori delle Olimpiadi invernali in Italia, non mancano

TRENTO. Nové Město na Morave, Cechia. Febbraio 2024. Mancano poche ore all’inizio dei campionati mondiali di biathlon ma lo stadio e la pista che ospiteranno le competizioni sono vuoti: la temperatura supera i 10 gradi, il sole splende. Si celebra uno dei massimi appuntamenti degli sport invernali, ma le tonnellate di neve artificiale portate allo stadio bastano a malapena per creare una sottile lingua bianca tra erba e fango. Ukaleq Astri Slettemark, come tutti i biathleti, si allena sull’asfalto: per fortuna un’amica ceca le ha prestato gli skiroll. “Stavo scendendo per una leggera discesa – racconta la 24enne – e non potevo fare a meno di pensare quanto fosse inquietante essere costretti a girare con gli skiroll sull’asfalto, in pieno inverno, per poi fare la gara su una pista a malapena visibile. Se dobbiamo creare artificialmente l’intera arena su cui gareggiamo, che senso ha tutto questo? Cosa diavolo stiamo facendo?”.
GROENLANDIA E BIATHLON: L’INVERNO E’ FINITO.
Da quel momento nel 2024, tutto è cambiato eppure tutto è lo stesso. Oggi, sull'onda lunga delle Olimpiadi invernali che tanto hanno puntato (almeno a parole) su sostenibilità, futuro e legacy, Ukaleq Astri Slettemark parlando a il Dolomiti offre un punto di vista particolarmente genuino e intrigante.
Nativa di Nuuk, classe 2001, occhi gentili, capelli biondi ma per lungo tempo tinti d'azzurro: Ukaleq è una personalità che non passa inosservata nemmeno nel colorato mondo del biathlon internazionale. Parla cinque lingue, ha sempre il sorriso e vive con contagiosa leggerezza la sua carriera di atleta che l’ha portata due volte alle Olimpiadi e stabilmente nell’élite del biathlon, dove non ha raccolto risultati di rilievo ma dove sta lasciando il segno portando alla luce contraddizioni, sfide e problemi.
Slettemark oggi rappresenta il volto di una generazione di atleti che non ha paura a esporsi e a metterci la faccia, anche (e soprattutto) quando non si parla di sport, ma di geopolitica, di futuro, di crisi climatica. Una crisi tutt'altro che teorica.
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L’Artico è una delle zone del pianeta dove si percepiscono più nitidamente gli effetti della crisi climatica, e la terra natale di Ukaleq non sfugge a questo destino fatto di aumenti delle temperature e fusione dei ghiacci. Si stima che tra il 2002 e il 2023 la Groenlandia abbia perso in media 270 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno. “Conclusa la Coppa del mondo e la stagione agonistica sono tornata a casa – racconta Ukaleq al telefono mentre si trova nei dintorni di Nuuk, la sua città natale -; qui gli inverni sono sempre più corti, sempre più instabili. E gli effetti sono concreti e spaventosi: quest’anno a marzo non ha mai nevicato, l’impatto di questi cambiamenti ha ricadute su tutto l’ecosistema. Piante, animali, esseri umani”.
Soffre la Groenlandia, soffre il pianeta: Slettemark con gli effetti della crisi climatica fa i conti anche lontano da casa, quando girando per l’Europa e per il mondo tra novembre e marzo ogni anno affronta i migliori biathleti del mondo nelle gare di Coppa del mondo. “Abbiamo gare praticamente in tutta Europa, e ovunque purtroppo la situazione è la stessa: c’è sempre meno neve, gli inverni sono corti e imprevedibili. Si cerca di salire sempre più in alto, di affidarsi sempre di più all’utilizzo della neve artificiale, passata da essere un ‘piano B’ a rappresentare oggi la norma. Certo, ci sono grossi sforzi per rendere la neve artificiale e il suo utilizzo sempre più ‘sostenibile’ in termini di impatto energetico, di consumo di acqua e risorse. Ma parliamoci chiaro, sono cerotti applicati su una ferita molto più profonda”.
"La sensazione è di trovarsi dentro qualcosa di svuotato del proprio significato. Tutto questo - riprende Slettemark - mi rende triste, perché amo la natura, la neve, l’inverno. Ma il discorso è ovviamente molto più grande di me: mi sta a cuore il nostro pianeta, il nostro futuro. Il biathlon, gli sport invernali, sono solo una piccola parte delle nostre vite e dei nostri destini”.
CONTRADDIZIONI E CULTURA.
Gli sport invernali peraltro vivono una contraddizione che secondo Ukaleq andrebbe risolta una volta per tutte: “Alcune delle grandi aziende che operano nel settore dei combustibili fossili – spiega la 24enne groenlandese – stanno facendo di tutto per ripulire la propria immagine pubblica, e lo fanno senza vergogna. Io a questo gioco sinceramente non ci sto: sembra incredibile, e invece proprio chi sta minacciando l’esistenza degli sport invernali di fatto li finanzia”.
Slettemark fa diretto riferimento a casi concreti: “YX, una catena di stazioni di servizio norvegese, sponsorizza la Federazione norvegese di biathlon. Vår Energi fa lo stesso con la nazionale norvegese di sci alpino. E uno degli sponsor delle Olimpiadi di Milano Cortina è stato Eni, compagnia del settore petrolifero e del gas”.
“Ho scoperto per caso la campagna #SkiFossilFree e l’ho subito sostenuta con grande entusiasmo e convinzione: come atleta e come cittadina sono convinta che sia il momento di impedire alle aziende del settore dei combustibili fossili di utilizzare e sfruttare gli sport invernali per le loro strategie di marketing o di inesorabile greenwashing”.
Da questo punto di vista Slettemark ha la fortuna di fare parte di una federazione internazionale, quella del biathlon, capace prima di tutte le altre di affrontare queste spaventose questioni ambientali. “Sono molto orgogliosa dell’IBU, delle idee e delle azioni concrete che porta avanti. In questi anni hanno alzato molto gli standard richiesti alle sedi di gara, gli eventi hanno parametri stringenti in termini di impatto sul territorio, dal riciclo all’energia consumata. Sono importanti passi in avanti”.
In prima linea anche all’interno della stessa federazione ci sono gli atleti: è questa forse la vera piccola rivoluzione con cui il biathlon sta provando a contagiare il mondo dei winter sports. “Faccio parte – riprende Ukaleq - dei sette IBU Sustainability Ambassador, il nostro obiettivo è quello di coinvolgere i nostri ‘colleghi’, creare interconnessioni, sensibilizzare sul tema e diffondere buone pratiche e cultura”.
SOCIAL E SPERANZE (POCHE).
Messaggi positivi che nel 2026 per raggiungere un pubblico ampio e per trovare luce in tempi di messaggi “oscuri” hanno bisogno anche di passare sui social network: “Come atleta sento di avere una responsabilità anche da questo punto di vista - prosegue Slettemark -; io stessa sui social vedo tante persone che per me diventano un modello, che mi ispirano, che rinvigoriscono la mia ambizione al cercare un cambiamento positivo nel nostro mondo. Nel mio piccolo, utilizzo la piattaforma dello sport per trasmettere messaggi e spunti di riflessione che possano andare al di là del singolo gesto tecnico e della performance sportiva”.
“In questi ultimi anni mi è capitato di incontrare altri atleti o anche semplicemente dei fan dello sport che mi hanno ringraziata, o che mi hanno detto di aver cambiato le proprie abitudini o di essere rimasti colpiti dalle mie parole e dai miei messaggi. Questo mi dà coraggio e forza: si deve partire da qui, da piccole grandi vittorie quotidiane, gesti diffusi e condivisi”.
La sensazione è che, su questi temi, la voce degli sport invernali che cerca di farsi ascoltare sia soprattutto femminile: “In effetti è una buona osservazione – ammette Ukaleq -. Le donne per quella che è la mia esperienza sono più appassionate e più consapevoli a riguardo di questo argomento, più aperte a parlarne pubblicamente e a mettersi in gioco. Ma dobbiamo portare a bordo anche gli uomini, non possiamo pensare che la crisi climatica sia una questione di genere”.
Slettemark è determinata, preparata e combattiva, ma anche consapevole delle difficoltà nell’affrontare questa battaglia contro un nemico invisibile ma implacabile. “Ogni tanto mi sento sopraffatta dalle difficoltà, dalle cattive notizie, dalle brutte cose di cui è pieno il mondo. Non so se il cambiamento di mentalità, cultura e consapevolezza che auspico arriverà, se arriverà in tempo, se basterà per cambiare le cose. Però io ci provo, do il massimo come lo do quando sono con gli sci sulla neve. Giorno dopo giorno”.
Il biathlon tornerà a novembre. L'inverno, forse no. E una domanda resta sospesa: cosa succederà agli sport invernali quando l’inverno smetterà di esistere?












