Sanità, tra liste d’attesa, rinunce e famiglie che si indebitano. Gimbe a il Dolomiti: “Il vero rischio non è il privato accreditato, ma una sanità sempre più a pagamento”
Siamo sempre più davanti purtroppo ad un diritto alla salute legato alla capacità di spesa delle famiglie e in molti si trovano costretti a scegliere se aspettare o pagare. "Un fenomeno che va ad ampliare le disuguaglianze" ha spiegato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Il vero problema non è il privato accreditato ma "una sanità a pagamento, che mina i principi di universalità ed equità del sistema sanitario nazionale"

TRENTO. Tra continue attese e famiglie che sempre più spesso sono costrette ad aprire il portafoglio per potersi curare. A lanciare l'allarme è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, che in una intervista rilasciata a il Dolomiti sottolinea come oggi il problema non sia tanto l’avanzata del privato accreditato, quanto la deriva verso una sanità sempre più a pagamento.
“Il vero rischio non è l’espansione del privato accreditato – spiega Cartabellotta - ma quello della sanità a pagamento, che mina i principi di universalità ed equità del sistema sanitario nazionale”.
Un diritto alla salute che guarda alla capacità di spesa con sempre più famiglie si trovano costrette a scegliere se aspettare o pagare con una povertà sanitaria che anche sul nostro territorio negli ultimi anni è aumentata.
Secondo i dati Gimbe, dal 2026, in Trentino, il tetto di spesa della della Provincia autonoma per acquisti di prestazioni sanitarie da privati accreditati, comprensivo dell'aggiornamento previsto in legge di bilancio 2024, sarà pari a 79 milioni di euro, circa 145 euro pro capite. In Alto Adige il tetto di spesa sarà invece di 29 milioni, circa 55 euro pro capite.
Dati, questi, spiega Cartabellotta, che vanno letti nel contesto. “In termini assoluti, 79 milioni di euro rappresentano una quota contenuta rispetto alla spesa sanitaria complessiva della Provincia. Tuttavia, i principali indicatori da monitorare sono l’andamento della spesa delle famiglie e quello delle liste d’attesa, oltre alla rinuncia alle prestazioni”.
Negli ultimi anni Gimbe ha più volte denunciato la situazione in cui si trova il servizio sanitario nazionale vittima di un continuo definanziamento. Quando pesa in questo quadro, l’aumento della spesa verso i privati accreditati portato avanti da Regioni e Province autonome?
Il punto va chiarito. Nel 2024 al privato convenzionato è stato destinato il 20,3% della spesa sanitaria pubblica, pari a € 28,7 miliardi. Risorse in molti casi utilizzate per integrare l’offerta del pubblico e ridurre le liste d’attesa. La vera criticità è un’altra: la crescita della spesa privata, che ha superato i € 47 miliardi, di cui una quota rilevante è out-of-pocket (€ 41,3 miliardi), cioè sostenuta direttamente dalle famiglie. È questo il segnale più evidente di un sistema che fatica a garantire accesso equo alle cure.
Questo sempre maggiore ricorso al privato che stiamo vedendo in moltissimi territori lei ritiene sia una scelta politica o una conseguenza inevitabile delle difficoltà del pubblico?
Si tratta di una combinazione di fattori. Il definanziamento del SSN e la carenza di personale – con organici che non crescono in linea con i bisogni di salute – rendono in parte inevitabile il ricorso al privato accreditato. Ma incidono anche scelte politiche regionali che ne modulano il peso. Il fenomeno più rilevante, però, è l’espansione della sanità a pagamento: privato puro, out-of-pocket nel privato accreditato e intramoenia, che rappresentano una quota crescente della spesa a carico delle famiglie e contribuiscono ad ampliare le diseguaglianze.
Di recente il professor Crisanti ha sostenuto che le strutture private accreditate godono di privilegi inaccettabili a danno del contribuente con il rinnovo da parte delle Regioni (o Province autonome) di impegni di spesa senza gara. È un problema reale o una semplificazione?
Il problema esiste, ma va inquadrato nel sistema di accreditamento, nato per integrare il pubblico. In alcuni contesti, la gestione degli accordi può presentare criticità in termini di trasparenza e concorrenza. Tuttavia, il nodo centrale resta un altro: anche in presenza di un sistema di accreditamento efficiente, se il pubblico non garantisce tempi adeguati, i cittadini si rivolgono comunque al privato a pagamento. È lì che si genera il vero squilibrio, perché aumenta la spesa delle famiglie.
Le convenzioni con i privati rischiano di creare una “sanità parallela” per chi può permettersi di integrare di tasca propria? In quali casi il privato accreditato è un valore aggiunto e in quali invece diventa una distorsione?
Il privato accreditato rappresenta un valore aggiunto quando è pienamente integrato nella programmazione pubblica e contribuisce a garantire i Lea. Diventa una distorsione quando si concentra sulle prestazioni più semplici e remunerative, lasciando al pubblico quelle più complesse.
Se tutto ad un tratto si riducesse il privato accreditato il sistema sanitario pubblico sarebbe in grado di reggere l'impatto delle richieste da parte della popolazione?
Nel breve periodo no. Il privato accreditato è ormai una componente strutturale del SSN: ridurlo senza rafforzare il pubblico significherebbe aumentare le liste d’attesa e, di conseguenza, spingere ulteriormente i cittadini verso il privato puro. Il tema non è ridimensionarlo, ma riequilibrare il sistema, investendo nel pubblico e governando meglio l’integrazione con il privato.
Secondo le analisi Gimbe, in Trentino-Alto Adige la spesa per prestazioni da privati accreditati arriverà a circa 79 milioni nel 2026: è un livello normale, fisiologico oppure un segnale di squilibrio/criticità?
Il dato, che deriva dall’analisi della Manovra 2024, va letto nel contesto. In termini assoluti, 79 milioni di euro rappresentano una quota contenuta rispetto alla spesa sanitaria complessiva della Provincia. Tuttavia, i principali indicatori da monitorare sono l’andamento della spesa delle famiglie e quello delle liste d’attesa, oltre alla rinuncia alle prestazioni. Se crescono insieme alla spesa per il privato accreditato, allora il sistema mostra segnali di squilibrio.
Il modello sanitario trentino è di solito considerato un modello migliore di altri. Questo aumento della spesa verso il privato è coerente con quel modello?
Il modello resta storicamente solido, con livelli di servizio mediamente superiori alla media nazionale. Nel 2023 il punteggio totale degli adempimenti della Provincia autonoma ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ovvero le prestazioni che il SSN eroga gratuitamente o tramite il pagamento di un ticket, è stato di 278 (punteggio max 300). In dettaglio, si colloca in prima posizione per l’area della prevenzione (98 punti) e in quella ospedaliera (97 punti) e 7a per l’area distrettuale (83 punti). Tuttavia, anche nei contesti più virtuosi si osservano dinamiche analoghe al resto del Paese. Nel 2024 il 9,2% dei residenti – oltre 391 mila persone – ha dichiarato di aver rinunciato ad una o più prestazioni, con un incremento di 0,4 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Un dato che indica come la crescita della spesa sanitaria privata non sia illimitata, ma venga di fatto “frenata” dalle rinunce alle cure, soprattutto nelle fasce più fragili della popolazione. L’aumento del privato accreditato è coerente solo se mantiene equo l’accesso alle cure; diventa critico se si accompagna a un aumento della sanità a pagamento.
Qual è secondo lei una scelta urgente che il mondo della politica dovrebbe prendere per evitare il declino del servizio sanitario nazionale?
La priorità è un rifinanziamento strutturale del SSN: oggi il Fabbisogno Sanitario Nazionale si attesta 6,16% del PIL ed è previsto che precipiti sotto il 6% nel 2028. Senza risorse adeguate il sistema non può reggere. Ma serve anche una scelta politica netta: bisogna evitare che la risposta ai bisogni di salute dipenda sempre più dalla capacità di spesa dei cittadini, oltre che dal luogo di residenza. Il vero rischio non è l’espansione del privato accreditato, ma quella della sanità a pagamento, che mina i princìpi di universalità ed equità del Ssn.












