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| 30 ott 2025 | 11:13

Femminicidio sul Garda, Canestrini: “Il braccialetto elettronico inutile? È uno strumento, serve e va usato bene. Ma la vera sfida è culturale: il carcere non è la panacea”

L'avvocato penalista trentino interviene sul tema dopo le discussioni seguite all'ennesimo caso di femminicidio, quello costato la vita a Castelnuovo sul Garda alla 33enne Jessica Stapazzollo Custodio de Lima

VERONA. Dopo l'ultimo, drammatico, caso di femminicidio in Italia – quello costato la vita alla 33enne Jessica Stapazzollo Custodio de Lima, uccisa con una quantità “smisuratadi coltellate e per il quale è stato arrestato l'ex compagno, il 41enne Douglas Reis Pedroso, a Castelnuovo del Garda – il tema della prevenzione nell'ambito della violenza di genere è tornato al centro delle discussioni.

 

Come spesso accade infatti, il femminicidio avrebbe costituito anche in questo caso il tragico epilogo di una lunga storia di violenza che aveva portato lo scorso aprile, dopo l'ennesimo e brutale episodio – la vittima era stata gettata a terra, trascinata per i capelli sull'asfalto, colpita con tre pugni al volto e poi ancora con la chiave di un'auto al volto e al collo – all'applicazione di una misura cautelare, il divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico, per l'uomo.

 

Il dispositivo era stato installato il 19 maggio scorso, con la contestuale consegna a Jessica Stapazzollo Custodio de Lima dell'apparecchio che avrebbe dovuto avvertirla nel caso in cui l'aggressore si fosse avvicinato oltre i limiti consentiti – apparecchio che la stessa vittima aveva però nascosto nel garage della casa della madre. Come riportano i carabinieri intervenuti, quando Douglas Reis Pedroso è stato arrestato, nella notte tra lunedì e martedì, non indossava più il braccialetto elettronico. Secondo una ricostruzione della vicenda pubblicata da l'Arena, l'arrestato avrebbe detto di esserselo tolto dopo il crimine, lanciandolo in un campo. Resta da capire se un alert, in quella circostanza, sia effettivamente arrivato alle autorità.

 

Quel che è certo però è che dopo l'ennesimo caso di femminicidio il dibattito sull'effettiva efficacia del braccialetto elettronico nel proteggere le vittime si è riaperto – già negli scorsi mesi si discuteva delle problematiche di questi dispositivi – e sul tema ora interviene anche l'avvocato penalista trentino Nicola Canestrini, mettendo però l'accento sulla necessità di lavorare, prima di tutto, sull'aspetto culturale.

 

Negli ultimi tempi – dice – si è tornati a discutere del braccialetto elettronico come se fosse un simbolo di inefficienza, o peggio, una misura inutile. Ma questo modo di ragionare tradisce una grave confusione tra ciò che la misura è e ciò che rappresenta. Da un punto di vista giuridico, il controllo elettronico è oggi obbligatorio in molti casi di violenza domestica e di genere. Le recenti modifiche al codice di procedura penale, introdotte con la legge 168 del 2023, prevedono infatti che nei casi di divieto di avvicinamento o di allontanamento dalla casa familiare, il giudice disponga anche il monitoraggio elettronico. È un cambio di paradigma: fino a pochi anni fa, in molti procedimenti simili, l'indagato (presunto innocente, non dimentichiamolo) restava soggetto solo a un divieto di avvicinamento 'sulla carta', misura efficace finché rispettata, ma senza alcun controllo effettivo sul territorio”.

 

Oggi, continua: “Il braccialetto introduce un grado di tutela in più, non in meno. È una forma di protezione preventiva, che si applica prima del processo e senza bisogno di misure più afflittive come il carcere. Naturalmente, il sistema non è infallibile: esistono casi di mancate attivazioni, ritardi o violazioni, e ogni volta che un dispositivo non evita un femminicidio si apre una ferita profonda e intollerabile. Ma il rimedio non può essere il ritorno alla logica del 'carcere per tutti'. Oggi in Italia ci sono oltre 60mila detenuti (sovraffollamento strutturale, con circa 6mila ricorsi accolti nel 2024 per condizioni carcerarie inumane o degradanti) a fronte di 10.00013.000 braccialetti elettronici attivi: pensare di risolvere il problema della violenza di genere moltiplicando le carcerazioni è materialmente impossibile e concettualmente sbagliato”.

 

“Ma – spiega ancora Canestrini – è anche discutibile da un punto di vista di tenuta numerica: quanto 'valgono' i casi di cronaca sul totale? Se assumiamo, per dare una misura, circa 1 caso di violenza nonostante il braccialetto (12 quindi all'anno) sullo stock di circa 10-13mila dispositivi attivi, parliamo di 0,09-0,12% l'anno. È una quota minima rispetto all'universo dei monitoraggi, pur essendo evidentemente intollerabile anche un solo caso. Usare questi episodi per chiedere 'carcere sempre e comunque' è una conclusione non supportata dai numeri e che ignora i limiti strutturali del sistema penitenziario. È dunque pura propaganda”.

 

Il carcere insomma, conclude l'avvocato: “Non è la panacea. Non lo è mai stato. La violenza maschile sulle donne è un problema strutturale, non episodico, e si radica in un modello di identità maschile costruito sulla dominanza, sul controllo, sulla paura del rifiuto. Finché non si lavorerà su questo (sull'educazione al rispetto, sulla percezione di sé nel rapporto con l'altro, sull'idea distorta del possesso) continueremo a rincorrere i delitti anziché prevenirli. Il braccialetto elettronico è uno strumento. Serve, e va usato bene. Ma la vera sfida è culturale: lavorare sull'uomo, non solo contenerlo”.

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