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Trento
26 ottobre | 06:00

Dal femminicidio Genini e quei 4 'sì' (anche "pensa lui potrebbe ucciderla?") che non sono bastati a salvarla all'omertà che circonda questi drammi: "Servono femicide review, formazione ed educazione all'affettività"

Un approfondimento tra prevenzione e formazione, l'avvocata Biaggioni: "Da anni chiediamo l'introduzione della cosiddetta 'femicide review', un'analisi retrospettiva di casi come questo che ci permetta, di fronte a una tragedia già avvenuta, di guardare a tutto quello che si sarebbe potuto fare per evitarla. Così si creano protocolli e interventi più pratici". L'appello del procuratore di Tivoli: "Gli strumenti ci sono, ci sono delle ottime leggi, cosa manca? La formazione e la cultura, un aspetto che riguarda tutti"

Dal femminicidio Genini e quei 4 'sì' (anche "pensa lui potrebbe ucciderla?") che non sono bastati a salvarla all'omertà che

TRENTO. Mentre in Italia si registrano due nuovi femminicidi – gli ennesimi – costati la vita in meno di due settimane a Pamela Genini (29enne uccisa dall'ex fidanzato Gianluca Soncin) e alla 62enne Luciana Ronchi (per il quale è stato fermato l'ex marito, Luigi Morcaldi), l'ennesimo riacutizzarsi a livello mediatico di un'emergenza, quella relativa alla violenza di genere, che si rinnova per le donne quotidianamente, ha innescato una discussione su uno degli aspetti centrali nell'affrontare il tema: la prevenzione. Una priorità che non può – e non deve – ricadere (solo) sulle vittime, ma che deve in primis riguardare gli uomini autori delle violenze e, più in generale, l'intero sistema di sicurezza e giustizia.

 

Pamela Genini, il femminicidio si poteva prevenire?

 

Proprio di questo, delle complesse attività che legano il lavoro di carabinieri, forze dell'ordine e autorità giudiziarie nell'affrontare casi di violenza di genere, si è infatti discusso in particolare dopo il femminicidio di Pamela Genini, uccisa a coltellate all'interno del suo appartamento a Milano il 14 ottobre scorso. Sul caso, oltre all'inchiesta che vede imputato l'ex fidanzato per omicidio volontario aggravato, la procura di Bergamo ha aperto una seconda inchiesta – un fascicolo a modello 45, per atti non costituenti notizia di reato – per verificare le procedure seguite nel 2024 e valutare se vi fossero i presupposti per l'attivazione del Codice rosso per la protezione di Genini.

 

Come spiega il Post infatti, il 3 settembre dello scorso anno Genini era stata vittima di un'aggressione da parte di Soncin nella casa dell'uomo a Cervia, nel corso della quale la donna aveva riportato tra le altre cose la frattura di un dito. I carabinieri arrivati sul posto, ha riportato il procuratore di Ravenna Daniele Barberini, hanno chiesto a Genini se volesse andare in ospedale e formalizzare una denuncia – cosa che, come spesso succede nei casi di violenza domestica, non è avvenuta. Il giorno successivo Genini era tornata a Bergamo facendosi visitare al pronto soccorso dell'ospedale di Seriate, dove aveva riportato quanto avvenuto la sera prima e dove gli operatori avevano fatto scattare il cosiddetto Brief risk assessment, un questionario di fatto formato da 5 domande alle quali rispondere “sì” o “no” per valutare il grado di rischio della situazione.

 

Genini rispose sì a quattro domande su cinque (“Crede che lui sia capace di ammazzarla?”, “La violenza fisica è aumentata di frequenza e gravità negli ultimi 6 mesi?”, “Ha mai usato un'arma o l'ha minacciata con un'arma?”, “Lui è fortemente e costantemente geloso di lei?”). L'unica domanda a cui rispose di no fu la quinta, relativa ad eventuali violenze subite in gravidanza. La soglia per parlare di un alto livello di rischio è di 3 risposte positive su 5. Nonostante la situazione però, il “Codice rosso” – una legge contro la violenza maschile sulle donne introdotta nel 2019 e che prevede, tra le altre cose, l'accelerazione dei procedimenti penali e l'inasprimento di alcune pene – non risulta essere stato attivato in quella circostanza.

 

Secondo quanto riportato, il referto venne quindi acquisito dai carabinieri di Seriate che lo inviarono successivamente ai colleghi di Cervia, dove era avvenuta l'aggressione – e dove i militari effettuarono un controllo relativo alle armi segnalate da Genini in casa di Soncin, chiedendo di rimando ai colleghi bergamaschi di raccogliere la denuncia della vittima. In definitiva, stando alle ricostruzioni, Genini non presentò una formale denuncia, nella banca dati delle forze di Polizia l'aggressione venne definita “presunta violenza di genere” e l'episodio non venne inserito nella piattaformaScudo”, uno strumento utilizzato per monitorare episodi a rischio anche in assenza di formale denuncia. Alle procure interessate, quella di Bergamo e di Ravenna, non arrivò nessun fascicolo.

 

Prevenzione: “La morte di Pamela Genini serva da lezione. Da anni chiediamo l'introduzione del 'femicide review' per analizzare in questi casi cosa sia andato storto”

 

Al di là delle eventuali responsabilità che emergeranno nel corso delle indagini, dice però a il Dolomiti l'avvocata Elena Biaggioni, dell'associazione Coordinamento donne di Trento – che gestisce i centri antiviolenza di Trento e Rovereto ed è parte della rete nazionale D.i.R.E –, la speranza è che questa ennesima tragedia possa perlomeno catalizzare l'attenzione su due aspetti fondamentali: la prevenzione e la formazione di tutti gli attori coinvolti nel sistema di sicurezza e giudiziario. “Come associazione – spiega – insieme al gruppo Grevio (il gruppo di esperti sull'applicazione della convenzione di Istanbul del Consiglio d'Europa) da anni chiediamo l'introduzione della cosiddetta 'femicide review', un'analisi retrospettiva di casi come questo che ci permetta, di fronte a una tragedia già avvenuta, di guardare a tutto quello che si sarebbe potuto fare per evitarla. Così si creano protocolli e interventi più pratici”.

 

L'apparato legislativo infatti, continua l'avvocata, in Italia è sostanzialmente adeguato: “La sua applicazione però dipende ancora tantissimo dalla capacità di lettura del fenomeno, dalla sensibilità personale. Per questo parliamo di un'applicazione a macchia di leopardo in tutto il Paese”. Prendendo ad esempio proprio il femminicidio di Genini, Biaggioni mette sul tavolo una serie di interrogativi per fornire un piccolo esempio di cosa consisterebbe una “femicide review” e come permetterebbe di analizzare ciò che non ha funzionato: “All'ospedale la vittima aveva raccontato di una specifica violenza. A quel punto chi deve fare cosa? Chi deve allertare le forze dell'ordine, chi mandare l'informativa al Pm? Soprattutto, alla donna vittima di violenze è stato fornito un contatto per un centro anti-violenza? Qualcuno è andato ad investigare se si trattasse del primo caso di violenza? Qualcuno ha ipotizzato l'ammonimento? Qualcuno ha convocato l'aggressore?.

 

Si tratta solo di alcune delle domande fondamentali che, al netto del caso Genini - per il quale, come anticipato, le autorità stanno portando avanti tutti gli approfondimenti del caso -, possono fornire una traccia per analizzare retrospettivamente i punti di debolezza del sistema e affrontare, in particolare, quei casi nei quali la vittima è isolata: "La parola d'ordine - dice Biaggioni - dev'essere 'sensibilizzazione'. C'è una difficoltà e una resistenza a parlare di situazioni di violenza che ci sono vicine. Ma la violenza, quando accade all'interno delle mura domestiche, ha anche questa caratteristica: isolare la vittima e impedire che possa usufruire di una rete d'aiuto è uno dei modi di esercitare violenza. La donna è isolata, screditata: è 'matta, esaurita' si dice, per delegittimare le sue segnalazioni. I centri anti-violenza sono gli unici posti nei quali una donna può recarsi liberalmente e trovare solo ascolto per uscire da queste situazioni. Ed è in questo senso che va sottolineato come esista anche una rete sociale che ha la possibilità di intervenire, di aprire le porte che una vittima può poi varcare".

 

Il tutto senza dimenticare un dato fondamentale: le vittime si possono - e si devono - proteggere anche fermando gli autori della violenza. Un obiettivo ampio, trasversale, da affrontare a livello sociale e culturale - rafforzando, per esempio, il ruolo dell'educazione all'affettività fin dall'infanzia, spingendo per campagne di prevenzione che analizzino i comportamenti maschili problematici, sensibilizzando gli uomini nel riconoscere i segnali di violenza da parte di amici e familiari e via dicendo.

 

Formazione: “Bisogna andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi e mettersi in gioco”

 

Rientrando però nell'ambito istituzionale, parlando di prevenzione è centrale anche la formazione degli operatori e delle operatrici che lavorano nel sistema di sicurezza e giustizia a livello nazionale: “Una formazione – aggiunge Biaggioni – che deve essere continua e a ogni livello. Bisogna sradicare meccanismi profondi, pregiudizi che spesso impediscono di riconoscere situazioni di violenza o ad alto rischio. Per sviluppare questa consapevolezza è però necessario mettersi in gioco in prima persona, mettersi in discussione: senza questa analisi la formazione di rito rimane a un livello superficiale. A me piace parlare di formazione 'esperienziale', che ponga necessariamente in discussione automatismi che normalmente nemmeno si vedono. Pensiamo per esempio ad una delle domande che spesso vengono poste a una donna vittima di violenza: 'Come mai? Tu cosa hai fatto?'. Si assume che la condotta dell'aggressore sia logica, che ci sia una reazione a un fatto antecedente, il che può in definitiva essere accolto dalla vittima in parte come una giustificazione”.

 

Ciò non significa ovviamente che l'accaduto non vada analizzato nel dettaglio: “Ma sapendo che certi automatismi si possono attivare è possibile prestare la giusta attenzione nelle tempistiche e nella modalità della domanda. Ma parliamo di un caso, ce ne sono tanti altri: come associazione 'D.i.R.E' per esempio abbiamo tenuto un corso sul processo di vittimizzazione secondaria per le forze dell'ordine che è stato molto partecipato. In conclusione abbiamo organizzato uno spettacolo teatrale nel quale si riportavano una serie di situazioni di violenza, di aggressioni, e si chiedeva al pubblico di 'cambiare' la storia. Di ragionare su cosa si sarebbe potuto fare diversamente. In altre parole, la rappresentazione teatrale di una 'femicide review'”.

 

Il procuratore: “La formazione è fondamentale: dobbiamo tutti fare un salto di qualità. Colpisce l'omertà nelle indagini relative a casi di Codice rosso”

 

Tra gli interventi sul tema, uno in particolare ha toccato 'dall'interno' negli scorsi giorni l'inevitabile complessità della risposta delle istituzioni in casi di violenza, mettendo ancora una volta l'accento sul cruciale aspetto della formazione. Intervistato lunedì da Alessandro Milan su Radio 24 infatti, il procuratore della Procura di Tivoli, Andrea Calice, ha toccato la questione a livello generale – non con riferimenti precisi, dunque, al caso di Genini sul quale, ribadiamo, le indagini sono in corso – precisando innanzitutto come non sia possibile, per le autorità, rimettersi alla sola volontà della vittima di denunciare.

 

L'esperienza – ha detto – ci insegna che molto spesso proprio le vittime nelle situazioni più pericolose hanno paura di denunciare, rimangono in silenzio. A prescindere dalla denuncia, la priorità deve essere la tutela della vittima”. A livello legislativo, ha aggiunto: “Gli strumenti ci sono, ci sono delle ottime leggi, cosa manca? La formazione e la cultura, un aspetto che riguarda tutti, gli operatori di polizia giudiziaria, i magistrati, i mezzi d'informazione, gli operatori sanitari, quelli scolastici. Tutti, a 360 gradi, dobbiamo fare un salto di qualità. Un dato che emerge spesso nelle indagini relative a casi di Codice rosso è una situazione di omertà tra vicini, amici, familiari, molto simile a quella che vediamo nella criminalità organizzata. Un'analogia incredibile ma in tanti fascicoli abbiamo verificato, per dire, che i vicini non hanno mai visto nulla, mai sentito nulla”.

 

Nei casi in cui i procedimenti vengono effettivamente avviati, ha poi aggiunto: “Spesso troviamo un pregiudizio di fondo. Che se la donna denuncia lo fa per un secondo fine, un fine strumentale. Uno stereotipo già stigmatizzato a livello europeo, con molte sentenze anche della cassazione che lo hanno smontato. Questo è uno dei macigni che impediscono una tutela efficace per le donne vittime di violenza domestica e ha un ulteriore aspetto negativo: la sfiducia delle donne nel denunciare. In uno studio effettuato dalla Commissione parlamentare sul femminicidio nella scorsa legislatura, analizzando tutti i casi di femminicidio, è emerso come nel 63% dei casi le donne vittime non avessero riferito a nessuno delle violenze pregresse subite. Solo il 15% aveva denunciato, evidenziando un problema di fondo di sfiducia”.

 

Proprio per questo, conclude Calice, soprattutto nel sistema di sicurezza e giustizia un'adeguata formazione sul tema della violenza di genere è fondamentale. Per rendere l'idea della delicatezza con cui gli operatori devono approcciare le vittime, ha fatto un esempio concreto: “Immaginate per esempio vostra figlia, vostra sorella, con un problema grave in famiglia, rivolgersi a un qualsiasi ufficio di polizia giudiziaria, dai carabinieri o polizia, ma anche in procura, per denunciare una situazione che voi ben conoscete e che dall'altra parte si vede magari rispondere con un sorrisetto, oppure col dire 'cercate di fare pace' o ancora 'magari è soltanto una fase passeggera'. Immaginate questo, come vi sentireste di fronte a una situazione del genere? È questo il tema che ci dobbiamo porre. La donna che va a denunciare ha già fatto un percorso interiore importante: va a denunciare il fallimento della propria vita di relazione. È un passo difficile, con paure che si moltiplicano se sono presenti anche dei figli. Immaginiamo il lavoro interiore che ha dovuto fare prima di presentarsi in un ufficio di polizia giudiziaria, in procura o in tribunale, per denunciare”.

 

Un discorso che non vuole certo essere un critica ai singoli operatori e sulle singole sensibilità, ma un appello a una maggiore consapevolezza culturale che, di fronte a un'emergenza come quella dei femminicidi e più in generale della violenza di genere, è sempre più necessaria.

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