Violenza a scuola? “La vera emergenza è un sistema che non risponde ai bisogni dei ragazzi”. L’esperto: “Lo psicologo diventi punto di riferimento e alleato”
Lo psicologo scolastico sta diventando una figura importante all'interno delle scuole dove le richieste di aiuto sono aumentate negli ultimi anni. La Provincia sta ripensando il servizio potenziandolo attraverso il coinvolgimento degli esperti ma anche di tutta la comunità scolastica: "Lo psicologo deve essere per la scuola un valore aggiunto e un punto di riferimento per tutto ciò che è relazione e clima motivazionale positivo nelle classi, un alleato degli insegnanti che punta al benessere"

TRENTO. Oggi nelle scuole italiane esiste davvero un problema di violenza o stiamo ignorando aspetti più profondi? I recenti fatti di cronaca a livello nazionale, come l’uccisione a La Spezia, del giovane Abanoud Youssef, 18 anni, accoltellato da un compagno, pongono seri elementi di riflessione per tutto il sistema educativo e sociale.
“La vera emergenza nella scuola non è la violenza degli studenti in sé, ma quella di un sistema che è mediamente poco in grado di rispondere alla complessità dei bisogni dei ragazzi, e che quindi va ripensato” spiega al Dolomiti Gabriele Baldo, psicologo e psicoterapeuta, consigliere dell’Ordine degli Psicologi e membro del gruppo di Lavoro sulla Scuola.
Il suo invito è quello di guardare oltre l'emergenza. Oggi un ruolo sempre più importante viene rivestito dello psicologo scolastico. Una figura fondamentale di fronte all'aumento delle complessità e delle richieste di aiuto che arrivano dai ragazzi.
La Provincia di Trento ha investito 350 mila euro negli ultimi due anni scolastici ma l'obiettivo ora sembra essere quello di potenziare il servizio attraverso il coinvolgimento degli esperti ma anche di tutta la comunità scolastica.
Dottor Baldo Dopo il fatto grave avvenuto a La Spezia con l'accoltellamento e la morte di un ragazzo si è parlato di emergenza nelle scuole. È corretto usare questo termine “emergenza” o rischiamo di semplificare un problema più strutturale?
Ormai siamo abituati a parlare di emergenza ogni qualvolta un fenomeno ci colpisce, e lo facciamo al di là dei dati reali e sull’onda delle emozioni che proviamo. Anche se un solo omicidio è molto grave, non mi pare che nelle scuole si rischi la vita. La vera emergenza nella scuola non è la violenza degli studenti in sé, ma quella di un sistema che è mediamente poco in grado di rispondere alla complessità dei bisogni dei ragazzi, e che quindi va ripensato, ridando valore e sostegno anche agli insegnanti, spesso lasciati soli a gestire classi molto complicate (soprattutto nelle scuole professionali). Abbiamo una scuola ancora troppo incentrata sulla prestazione didattica e tecnica ma poco attenta alle necessità relazionali e motivazionali. Quindi no, non credo ci sia un’emergenza specificatamente legata alla violenza nelle scuole italiane, il problema è più ampio. E sono d’altro canto convinto che ciò è avvenuto a La Spezia sarebbe potuto accadere anche in una scuola perfetta.
Al di là degli interventi sulla sicurezza e repressivi c'è anche tutto quello che viene messo in campo per aiutare i giovani e le istituzioni scolastiche. Il servizio di consulenza psicologica nelle scuole in Trentino sta funzionando? In che modo come Ordine siete stati coinvolti?
Come Ordine, la psicologia scolastica ci sta molto a cuore. Abbiamo un gruppo interno dedicato a questo tema e tra gli obiettivi c’è anche quello di fare il punto della situazione su quanto gli psicologi sono coinvolti nelle scuole e in che modo operano. L’idea è quella di rendere questo tipo di attività sempre più efficace, di concerto con una scuola attiva, partecipe, collaborativa, incrementando ulteriormente anche la preparazione dei colleghi con formazioni ad hoc. Lo psicologo scolastico deve essere davvero molto di più del professionista chiuso nella sua stanza ad aspettare che gli vengano mandati a colloquio gli studenti, come ha ribadito anche l’assessora Gerosa in questi giorni. Lo psicologo deve essere per la scuola un valore aggiunto e un punto di riferimento per tutto ciò che è relazione e clima motivazionale positivo nelle classi, un alleato degli insegnanti che punta al benessere. E su questi temi abbiamo trovato anche grande apertura da parte della Provincia, con la quale stiamo mettendo a punto un progetto proprio in questo periodo, ma ci teniamo che sia condiviso con la comunità scolastica e quindi non calato dall’alto.
Quante ore di presenza psicologica sono mediamente garantite in una scuola? E sono abbastanza considerando l'aumento delle richieste di aiuto? Il professionisti sono abbastanza?
Le ore variano da istituto a istituto. Ci sono colleghi che hanno un monte ore di 90-100 ore in un anno scolastico in istituti con quattrocento studenti, altri che ne hanno il doppio in scuole più piccole. Mediamente, credo che dovrebbe esserci una presenza psicologica maggiore, a fronte di una complessità sempre crescente e di un disagio che in alcune aree pare essere dilagante. Nelle scuole molto spesso stanno male i ragazzi, è vero, ma non dimentichiamoci la fatica dei docenti. Una maggior presenza di professionisti della salute mentale sarebbe auspicabile, perché permetterebbe formazioni continue e specifiche, supervisioni al team docenti e raccordi più frequenti con alcuni di loro, progettazioni volte alla prevenzione con il coinvolgimento delle famiglie, eccetera. E forse ci sarebbe anche bisogno di una maggiore compresenza insegnante-educatore, soprattutto in classi molto numerose.
In che modo uno psicologo a scuola può intercettare situazioni di disagio prima che degenerano?
Come dicevo sopra, uscendo dalla sua stanzetta e andando al di là dello sportello. Parlare con gli studenti, ascoltarli profondamente è fondamentale. Ma uno psicologo scolastico deve anche riuscire a intessere un rapporto di fiducia anche con gli insegnanti che ci lavorano, che spesso vedono lo psicologo solo come colui a cui delegare un “caso difficile” o che ti dice cosa fare. Lo psicologo della scuola dovrebbe essere un bravo osservatore dell’individuo e dei gruppi, percepire il clima emotivo delle classi e dei team docenti, conoscere le famiglie. Deve essere dentro al sistema quotidianamente pur conservando al contempo uno sguardo esterno e lucido, contribuendo a incentivare le buone prassi che funzionano, ma pronto a portare al centro dell’attenzione problematiche da risolvere o su cui fermarsi a riflettere: con gli studenti, con i docenti, con i genitori, a seconda dei casi. E’ solo così che ti accorgi delle piccole cose.
Gli insegnanti sono formati per riconoscere segnali di disagio psicologico o comportamenti a rischio?
Per accorgersi dei minimi segnali di disagio bisogna prima di tutto trovarsi nella condizione ambientale ed emotiva adatta. Classi troppo numerose, alto livello di stress, pressione burocratica, scadenze didattiche troppo ravvicinate, sono elementi che ostacolano una buona empatia e minano la sensibilità necessaria a cogliere segnali spesso poco visibili o mascherati. Riguardo alla formazione degli insegnanti, possiamo dire che non sempre posseggono un’alta formazione pedagogica e psicologica, pur essendo molto competenti nella loro materia, e questo non basta. Serve più formazione e che sia una formazione anche pratica, esperienziale, continua, oltre a una supervisione diluita nel tempo per fare in modo che i contenuti non vengano consumati dalla fatica e dalla demotivazione dei docenti, a loro volta sotto pressione.
Misure come i metal detector possono davvero aumentare la sicurezza? E c’è il rischio che puntare solo su strumenti di controllo faccia passare in secondo piano la prevenzione?
Sono d’accordo con chi pensa che la scuola debba essere un luogo con regole chiare e limitazioni in alcuni casi anche molto nette: assertività e autorevolezza istituzionale sono elementi centrali. E non nego che questa misura potrebbe far sentire qualcuno più sicuro. Ma immagino che, per una maggioranza di ragazzi e ragazze, essa sarebbe sentita come una soluzione umiliante e fuori luogo. Arriverebbe loro un messaggio sbagliato: il problema siete voi, siete imprevedibili, pazzi e pericolosi, quindi vi temiamo. Credo che lo sforzo debba essere direzionato più a capire come funziona la mente di questi ragazzi e su che cosa stiamo sbagliando noi adulti, più che nel cercare che cosa nascondono nello zainetto. Per ora i metal detector li lascerei negli aeroporti














