Tra violenze e vandalismi, al grido dei giovani rispondono i docenti. “I graffiti si cancellano, le ferite interiori richiedono tempo e ascolto da tutta la comunità”
Dopo l’episodio di vandalismo sui muri del liceo Galilei di Belluno, il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani interviene con una nota per esprimere una riflessione su ciò che si cela dietro quei graffiti e la lettera di denuncia degli studenti. “Quando un giovane arriva a pensare di non essere abbastanza, non è soltanto la sua autostima a vacillare: è il patto educativo della comunità che mostra una crepa”

BELLUNO. “La vicenda bellunese evidenzia un paradosso che merita una riflessione: i giovani vivono in un'epoca caratterizzata da iperconnessione permanente e, al contempo, da una crescente fragilità dei legami significativi. Molti studenti dispongono di strumenti tecnologici per comunicare continuamente, ma denunciano la difficoltà di essere realmente compresi. Siamo di fronte non soltanto a una crisi educativa, ma a una crisi di riconoscimento”. Sono forti e condivisibili le parole espresse dal Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani (Cnddu), che ha mostrato attenzione e preoccupazione per gli episodi verificatisi di recente a Belluno, in particolare i graffiti e la lettera di denuncia scritta da alcuni giovani del liceo Galilei (qui il fatto).
Cosa stanno cercando di dirci i nostri ragazzi? Una domanda più che legittima quella posta dal Coordinamento, che “ritiene necessario compiere uno sforzo preliminare: evitare sia la giustificazione dei comportamenti illeciti sia la loro riduzione a meri atti di devianza. Quando un adolescente scrive di sentirsi ‘non abbastanza’, schiacciato dalle aspettative, dalla competizione, dall'ansia e dalla solitudine, non sta semplicemente esprimendo un disagio individuale. Sta descrivendo una condizione generazionale che interpella il sistema dei diritti umani, a partire dal diritto alla salute mentale, al benessere relazionale, all'ascolto e alla partecipazione”.
Parole non nuove, che Il Dolomiti ha raccolto più volte nei suoi approfondimenti sul mondo giovanile. In particolare, anche in tema bullismo e cyberbullismo - visto il pestaggio in centro di poco antecedente all’episodio di vandalismo - l’esperta ha evidenziato la necessità prima di tutto di ascolto: “Se come agenzie educative diciamo a chi e come possono comunicare, vuol dire che sappiamo offrire la presenza di un adulto che ascolta, accoglie e prende sul serio” (qui l’articolo completo).
Gli eventi accaduti a Belluno ne sono ora la testimonianza concreta: una generazione sopraffatta da una realtà - digitale e non - consegnata loro senza gli strumenti per affrontarla. Strumenti che devono provenire da tutta la società. “La scuola - prosegue infatti il Cnddu - rimane il principale presidio democratico, il luogo in cui si costruiscono cittadinanza, responsabilità e coscienza critica. Tuttavia, non può farsi carico in modo esclusivo delle fratture emotive, economiche, culturali e relazionali che attraversano le nuove generazioni. Occorre una corresponsabilità tra famiglie, istituzioni, servizi socio-sanitari, associazionismo, mondo della cultura e politica”.
Da qui l’appoggio all'iniziativa delle Scuole in Rete di un'alleanza educativa territoriale, una comunità educante che sia responsabilità di tutti. Perché è troppo facile dare la colpa alle sole tecnologie, o ai social: siamo tutti coinvolti.
“Riteniamo altresì necessario - prosegue - che il dibattito nazionale sul disagio giovanile compia un salto di qualità. Non bastano più interventi emergenziali o campagne occasionali, servono politiche strutturali che investano su prevenzione, supporto psicologico scolastico, educazione socio-emotiva, partecipazione studentesca e promozione della cultura dei diritti umani. I graffiti possono essere cancellati. Le ferite interiori che li hanno generati, invece, richiedono tempo, ascolto e responsabilità condivisa”.
D’altronde lo hanno ribadito anche i ragazzi nella lettera: sta agli adulti scegliere se cancellare o meno quei segni sul muro, ma soprattutto se interrogarsi su cosa c’è dietro, su quel “come stiamo” che arriva - o dovrebbe arrivare - come un pugno allo stomaco di un mondo che non se lo sta chiedendo fino in fondo.
“La vera sfida educativa - conclude il Comitato - non consiste nel ripristinare rapidamente un muro imbrattato, ma nel ricostruire gli spazi di fiducia tra generazioni che troppo spesso si osservano senza riuscire a dialogare. Quando un giovane arriva a pensare di non essere abbastanza, non è soltanto la sua autostima a vacillare: è il patto educativo della comunità che mostra una crepa”.












