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Trento
17 febbraio | 15:26

Il Pesciolino Rosso Renato Ballardini. Autoritratto di un grande del Novecento trentino

Partigiano a sedici anni, avvocato, politico, servitore del popolo. Oratore brillante, intelligenza scintillante. Mi piace ricordarlo attraverso le sue stesse parole (alcuni titolini e minimi adattamenti al testo sono miei), affidate alla sua appassionata e divertente autobiografia, ''I guizzi di un pesciolino… rosso''

Il Pesciolino Rosso Renato Ballardini
di Paolo Ghezzi

TRENTO. Con Renato Ballardini (1927-2025) si accomiata da noi un grande del Novecento trentino. Partigiano a sedici anni, avvocato, politico, servitore del popolo. Oratore brillante, intelligenza scintillante.

 

 


 

Mi piace ricordarlo attraverso le sue stesse parole (alcuni titolini e minimi adattamenti al testo sono miei), affidate alla sua appassionata e divertente autobiografia, “I guizzi di un pesciolino… rosso” che noi del Margine (l’aveva convinto Vincenzo Passerini), pubblicammo nel 2007, uno dei primi titoli della nostra casa editrice. Lo presentammo alla Rocca di Riva del Garda il 20 ottobre di quell’anno, con Claudio Molinari, Luciano Baroni e Walter Micheli.

 


 

NOME. Da re.

Ho corso il rischio di chiamarmi Romano. Non so per quale motivo, scelsero di battezzarmi così. Però, nel 1927, Romano era il figlio del duce. E tanto bastò perché i miei genitori rivedessero d’impulso la loro scelta e ripiegassero su un nome non compromettente… Ciò che, fra l’altro, mi facilitò la scelta dello pseudonimo, King Born, “nato re”.

 

PADRE. Cameriere.

In effetti mio padre non era antimonarchico, ma sicuramente era refrattario al fascismo. Si chiamava Remo ed era nato a Larzana di Montagne, nelle Giudicarie più periferiche. Faceva il cameriere. Simpatizzò con le idee di Cesare Battisti. Con mia madre Caterina Sacchella, conosciuta da militare a Sirmione, aprì una trattoria, La Bella Venezia, a Riva. Nel 1927, mentre io ero “in dirittura di arrivo”, mio padre fu messo in carcere a Rovereto per trenta giorni, perché aveva ospitato e sfamato un pregiudicato politico.

 

SGORBIETTO. Terzogenito.

Quando nacqui ero uno sgorbietto pietoso. Pesavo un chilo e mezzo. Mia madre aveva trascorso l’ultimo mese di gravidanza in uno stato tremendo di angoscia. Mio padre era in carcere a Rovereto e lei da sola doveva badare all’azienda, alle due figlie bambine, alla mia gestazione. A subirne le conseguenze fu anche il mio feto che venne infine alla luce forse incompiuto. Fu chiamato il medico che, con brutale franchezza, decretò che sarei morto o sarei sopravvissuto deficiente.

 

BLUFF. Imperiale.

Si esaltava un’Italia bellicosa, spavalda e aggressiva, si inneggiava agli “otto milioni di baionette”. Ma era tutto un bluff, una smaccata trasfigurazione dell’indole di un popolo che guerriero non era mai stato dopo la caduta dell’impero romano.

 

LA TOPOLINO. Dei tedeschi.

(dai diari dell’adolescente King Born): Sensazionale. Oggi sono andato in Topolino. È dei tedeschi. Mentre stavano mangiando siamo fuggiti e per la prima volta ho guidato. Ho fatto una curva a 50km all’ora. È molto bello, bellissimo (6 novembre 1943).

 

GESÙ. Un rivoluzionario.

Scrivevo, sempre a fine 43, “Credo in Gesù Cristo come Dio” ma manifestai ad Ermete Valentini, mio carissimo amico, i miei dubbi sulla religione, la Chiesa, i dogmi… Qualche anno dopo mi risolsi ad accantonare la questione. Gesù Cristo restava un grandissimo personaggio nella storia dell’umanità. Un vero rivoluzionario. Un laico predicatore di una dottrina etica perfettamente razionale. Profeta di una rivoluzione incompiuta dopo 2000 anni.

 

FIGLI DELLA MONTAGNA. La giovane resistenza.

(Dopo l’8 settembre 1943). Le notizie di Radio Londra ci rincuoravano, ma nel contempo ci invitavano a partecipare attivamente alla nostra liberazione. Diventammo i Figli della montagna, associazione informale: a legarci erano le convinzioni critiche verso le manifestazioni di corruzione e i favoritismi che scorgevano nel regime. Vi era anche un che di mistico che si esprimeva in una sorta di culto per la montagna, vista come simbolo di purezza e di faticosa conquista. Eugenio Impera, Enrico Meroni, Giorgio Tosi, Luciano Baroni, Giulio Poli, Giancarlo Tomba, tutti studenti del liceo Maffei di Riva, e Faustino Susatti, falegname e straordinario rocciatore, erano i più assidui. Fra tutti, io ero il più giovane. Portavamo riserve di cibo nei rifugi della Sat…

 

ALBA DI SANGUE. 28 giugno 1944.

Traditi da Fiore L., “el panza, ’na porca spia”. I miei genitori decisero di allontanarmi da Riva, in casa di parenti a Fisto in Val Rendena. All’alba del 28 giugno 1944 reparti di SS, spesso accompagnati da un fascista locale incaricato di guidarli al giusto indirizzo, piombarono nelle abitazioni dei partigiani ricercati. Eugenio Impera fu falciato da una scarica di mitra mentre stava ancora a letto. Enrico Meroni fu portato all’hotel Verdi e ucciso durante l’interrogatorio. … Nel Basso Sarca furono otto le vittime, un’autentica strage. Numerosi furono gli arrestati.

 

306 GIORNI. Da fuggitivo.

Trovai ai laghi di San Giuliano una baita mezza diroccata. Incontrai un pastore di capre, Candido Polla, che mi accettò come suo aiutante… La mia famiglia si rifugiò a Montagne e poi un mio cugino, più grande, Beppino Mazza, scappato dal servizio militare, restò con me fino alla liberazione e mi fu di grande aiuto. In Val d’Algone conoscemmo la famiglia Ghedina, che gestiva il rifugio vicino alla vetreria. Nell’ottobre ci trasferimmo alla Credata… Questo fu il vagabondaggio di quei 306 giorni, e ora è facile raccontarlo. Assai meno facile fu, invece, viverlo.

 

PUGILE BALLERINO. Nel cortile della Rocca.

Sull’onda del fervore della liberazione, ripresero anche le attività sportive. Io mi battevo per i medio leggeri e mi chiamavano “il ballerino”, perché avevo un agile movimento di gambe. Ma il mio avversario, un facchino del porto di Salò, dopo aver incassato con grande disinvoltura alcune mie carezze, come infastidito mi colpì con un destro a braccio teso e trasversale che mi intontì. A metà della seconda ripresa, Toni, l’allenatore, gettò la spugna. Fui battuto per abbandono tecnico. Così finì la mia carriera di pugile.

 

BOLOGNA, PARIGI. Ovvero la libertà.

Finito il primo anno di giurisprudenza a Bologna, nel 1947, mi vennero riconosciuti i dieci mesi trascorsi in montagna come servizio militare. Con due vantaggi: niente servizio di leva e 23.000 lire di “soldo”. Con questo peculio finanziai il mio viaggio a Parigi. … Place de la Concorde, il Louvre, naturalmente anche Pigalle e Place de la Bastille, in un’atmosfera cosmopolita eccitante, resa ancora più conturbante dall’incontro con una bellissima studentessa senegalese, nera e lucida come l’ebano…

 

CHE FARE DELLA LAUREA. Con l’avvocato Ferrandi.

Mi ero laureato, nel luglio 1950, discutendo una tesi che era la più lontana possibile dai miei interessi più sentiti: L’espropriazione dei beni indivisi. … Nel mese di settembre si tenne a Riva, alla Casa del popolo in viale Dante, un congresso del Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria), al quale mi ero iscritto. Vi feci un intervento che dovette non sfigurare. Al congresso erano presenti i dirigenti Giuseppe Ferrandi e Lucio Luzzatto, eletti deputati nel 1948. Luzzatto mi propose di andare a Roma a lavorare con lui presso la direzione, Ferrandi mi propose invece di fare la pratica forense nel suo studio di Trento. Più di tutto contò una certa diffidenza verso la politica come professione. Nell’autunno cominciai a frequentare lo studio legale Ferrandi in vicolo del Liceo n.1. … Nel 1952 aprii un mio studio a Riva in via Lipella. Come prima segretaria ebbi Luciana, che sposai nel maggio 1954.

 

IL BENE E IL MALE. E la toga.

Il bene e il male di una società si incasellano negli atti giudiziari con la precisione e l’autenticità di un atto notarile. Tanto che si potrebbe scrivere la storia di un popolo attraverso la rassegna dei processi celebrati. Non penso solo ai processi più famosi: da Socrate a Cristo, a Sacco e Vanzetti, a Dreyfus, al processo di Norimberga. Mi riferisco all’attività ordinaria che si svolge ogni giorno nelle aule giudiziarie.

 

PIAZZA DELLA LOGGIA. Processo e depistaggi.

Dopo i processi per i veleni Montedison e l’enciclopedia sessuale di Cembra, vennero gli anni delle stragi della destra parafascista, sotto la direzione di “servizi segreti deviati”. Al processo per la strage di piazza della Loggia a Brescia partecipai in difesa di alcuni familiari delle vittime. Imputati erano gli esecutori materiali del delitto. Squallidi, insignificanti personaggi, probabilmente prezzolati. La condanna che seguì lasciò l’amara convinzione che una impenetrabile barriera avesse protetto i veri ideatori di un disegno così criminale. … Ora continuo a fare l’avvocato, perché mi piace. È una professione che ha una sua nobiltà, quando è al servizio dei più deboli e difende i cittadini dagli abusi del potere.

 

SOCIALISTA. In moderata indisciplina.

Scorgevo nel Partito socialista una interna tolleranza, una pluralità di sfumature, una misurata indisciplina del tutto assenti nel Partito comunista. Mi parve insomma che nel Psiup vi fosse una parte del liberalsocialismo che connotava il Partito d’azione, con minore spocchia intellettuale e con maggior seguito popolare. E nell’ottobre 1945 mi risolsi a prendere la tessera, schierandomi subito con la sinistra di Lelio Basso.

 

TERMINI E TRANSATLANTICO. Da Riva a Montecitorio.

Dal 1951 al 1976 nei vivaci Consigli comunali a Riva, e dal 1958 per 21 anni alla Camera di Montecitorio, e solo dopo, nel 1983, mezza legislatura in Consiglio provinciale da dove mi sono dimesso nel luglio 1986 perché il lavoro professionale non mi consentiva di far fronte in modo adeguato agli impegni pubblici. … Mi capitò di sperimentare uno strano fenomeno. Quando salivo in treno a Rovereto avevo in mente idee chiare e inconfutabili. Sceso alla stazione Termini e aggiratomi per il “transatlantico” (così è chiamato il grande corridoio prospiciente l’aula di Montecitorio), scambiate opinioni con questo e con quello, assalito dal vociare concitato sui più vari argomenti, dopo alcune ore mi sentivo frastornato e confuso.

 

L’ALMIRANTE SCONCERTANTE. Con l’aggravante.

Erano gli anni del primo centro-sinistra. Pur essendo della sinistra di Basso e Vecchietti, avevo rifiutato la scissione del Psiup. Ferri, per togliermi di mezzo dal gruppo parlamentare di cui ero vice, mi propose a presiedere la Prima commissione, competente per gli Affari costituzionali. Decisamente la più prestigiosa. Ne era membro anche Giorgio Almirante, personaggio per me sconcertante: intelligente e ottimo parlatore, con un passato politico da far rabbrividire, compromesso nell’infamia della Repubblica sociale di Salò. Ho sempre pensato in questi casi che l’intelligenza del soggetto sia un’aggravante.

 

USA-URSS. Taccuini di viaggio.

28 ottobre 1973. La mia avventura al Parlamento europeo si conclude con un viaggio negli Stati Uniti. Dormo a cento metri dalla Casa Bianca. Oggi per tutto il giorno numerosi giovani, vestiti come a Carnevale, hanno invocato l’impeachment di Nixon. Erano guardati paternamente da mastodontici poliziotti, e accarezzati dal fruscio fastidioso di numerose telecamere. La Casa Bianca era impassibile nel suo isolato allucinante nitore. Il popolo di Washington è tutto, o quasi, nero.

21 marzo 1977. Tashkent, Unione sovietica. Ho chiesto se il cittadino è tutelato dagli arbìtri possibili del potere. Mi si è detto di sì. Però nell’Uzbekistan ci sono 580 avvocati su una popolazione di 15 milioni. Praticamente uno Stato senza avvocati. Questi possono essere un flagello (Napoli), ma una comunità che ne sia priva difetta di contraddizione, di dialettica, è manchevole nella difesa del cittadino, in una parola: manca della libertà!

 

DIFENSORE DEL DIVORZIO. Contro il vincolo insopportabile.

Assunsi l’onere e la veste di relatore quale presidente della commissione, non essendovi una maggioranza precostituita, e il 19 ottobre 1966 presentai a un’assemblea affollatissima la mia relazione introduttiva. Ci vollero ancora quattro anni prima che la proposta Fortuna diventasse legge. Quattro anni di dibattiti in giro per l’Italia e in Parlamento. Si trattò di un confronto civile, che fece affiorare i disagi delle famiglie, dei figli, in una parola la necessità di mitigare il principio dell’indissolubilità di un vincolo che, se non rinnovato ogni giorno, può diventare insopportabile.

 

CRAXI MI CACCIA. Dallo Psi affarista.

La mia esperienza parlamentare finì nei primi giorni dell’estate 1979. Ma continuai a frequentare Roma. Ero membro del comitato centrale del partito. Era il Psi di Craxi. Personaggio di grande rilievo, capace di circondarsi di collaboratori intelligenti come Martelli, De Michelis, Amato, aveva due vizi d’origine incontenibili, contagiosi, fatali nei loro aspetti devastanti: il suo viscerale anticomunismo. La smodata spregiudicatezza nella gestione del potere. Il 4 ottobre 1981 “Repubblica” e altri quotidiani pubblicavano un appello firmato da 17 membri del comitato centrale (io ero fra questi) rivolto ai militanti socialisti per esortarli a insorgere contro la degenerazione affaristica e autoritaria in atto nel partito. Il 6 ottobre Antonio Natali decretava la nostra espulsione dal partito. Fondammo la Lega dei socialisti…

 

RIVA E RIMPIANTI. Lotto e Pinocchio.

Ho avuto la sorte di nascere e vivere a Riva del Garda, un luogo baciato dalla fortuna. Una combinazione miracolosa di forme e colori. … Non uso il bancomat, non navigo in internet, non gioco in borsa, il computer ho tentato di usarlo ma ne ho provato noia. Scrivo con la penna. Ho il cellulare, dono dei miei figli Franco e Laura, ma lo adopero raramente solo per avere notizie di Luciana. Mi occupo del prossimo: anche quando lo faccio gratis, ne ho sempre un ritorno. Ho solo qualche banale rimpianto: non essere mai andato a cavallo, non avere mai letto Pinocchio, non avere mai giocato al lotto. Potrei ancora porvi rimedio.

 


 

Il compagno avvocato Renato Ballardini scriveva queste righe 18 anni fa, quasi una summa del suo ventesimo secolo, così breve e così lungo. Ha continuato a fare l’avvocato, fino alla fine. Uomo del Novecento, ci sembra più vivo di molti politici oggi al potere, in questo inquietante terzo millennio che pare stanco non della guerra (come la Teresa Batista di Jorge Amado, scrittore antifascista che Renato conobbe da giovane) ma stanco proprio della fatica della democrazia. Per questo ti siamo infinitamente riconoscenti, caro coraggioso coerente Pesciolino Rosso di Riva.

 



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