Caldo estremo e città invivibili: quale futuro? “Lo spazio pubblico un’infrastruttura di salute: dobbiamo ripensare le città, coinvolgendo la popolazione”
Il caldo intenso dei giorni scorsi ha messo in difficoltà in primis le città. Per capire cosa non funziona oggi nei centri urbani e come ripensare la pianificazione in vista di fenomeni climatici ormai strutturali, abbiamo intervistato Romeo Farinella, docente all’Università di Ferrara, che pone l’attenzione anche sul tema della giustizia sociale

BELLUNO. “La transizione energetica non riguarda solo il modo di produrre energia, ma anche quello in cui progettiamo le città per ridurre il fabbisogno. Pensiamo a chi è in difficoltà abitativa, senza aria condizionata, spazi verdi accessibili, in alloggi sovraffollati o degradati: subisce il caldo estremo in modo qualitativamente diverso. Non è solo una questione di comfort, ma di sopravvivenza e diritti. Eppure la dimensione della giustizia termica latita nel dibattito politico, ma una città che lascia in questa condizione i suoi abitanti più esposti non è degna di essere ritenuta civile”.
Il caldo intenso dei giorni scorsi ha messo difficoltà in primis le città, divenute quasi invivibili tra centri storici densi, stratificati e spesso refrattari ai cambiamenti strutturali. Per capire come dovremmo sviluppare gli agglomerati urbani, il Dolomiti ha intervistato Romeo Farinella, docente di progettazione urbanistica all’Università di Ferrara.
Quali sono gli interventi più urgenti nel breve-medio periodo?
Ondate di calore e rischio termico sono ormai una condizione climatica con cui le città dovranno convivere. Per questo è necessario cambiare le priorità della pianificazione urbana: aumentare la copertura arborea e tutelare gli alberi esistenti, ridurre le superfici asfaltate, rendere permeabili i suoli, creare spazi ombreggiati, usare materiali che accumulano meno calore, favorire la ventilazione naturale e migliorare l’isolamento degli edifici.
Il caldo estremo è anzitutto un problema di salute pubblica e di giustizia sociale. Le persone più vulnerabili sono anziani, bambini, chi lavora all’aperto e chi vive in quartieri con meno verde e in edifici meno efficienti. E quando lo spazio pubblico è inabitabile e il calore della casa insopportabile, il centro commerciale spesso diventa l’unico bene comune climatizzato accessibile: una forma di privatizzazione del sollievo termico.
Questo accade perché si è disinvestito su spazi ed edifici pubblici come rifugi termici. Barcellona ha iniziato nel 2020 a predisporre rifugi termici coprendo il 99% degli abitanti entro dieci minuti a piedi. Il principio è semplice ma politicamente preciso: un luogo pubblico ad accesso libero che offre ristoro dalle temperature estreme, pur mantenendo le sue funzioni. Luoghi dove la temperatura è mantenuta sotto i 26° gradi con spazi di sosta, wifi, climatizzazione e accesso all’acqua potabile senza costi. Altrimenti la resilienza diventa una condizione selettiva.
In molte città il rischio black out si è fatto reale. Come adeguare le reti elettriche all’esplosione dei consumi estivi?
Il potenziamento delle reti è necessario, ma la soluzione non è esclusivamente tecnologica. Se continuiamo ad aumentare la domanda di raffrescamento senza intervenire sulle caratteristiche delle città, saremo costretti ogni estate a rincorrere consumi sempre più elevati. La migliore strategia consiste nel ridurre la domanda attraverso città più fresche con alberi, superfici permeabili ed edifici ben progettati e, parallelamente, investire in reti intelligenti, sistemi di accumulo, fonti rinnovabili e comunità energetiche.
C’è poi il consumo di suolo: si parla sempre più di 'urbanistica del togliere', rimuovere cemento per restituire porosità alla terra e far respirare le città. Da dove cominciare?
Il primo modo per ‘togliere’ è non aggiungere: contrastare il consumo di suolo e bloccare l’impermeabilizzazione dei suoli. Togliere, inoltre, non significa cancellare la storia delle città o renderle meno funzionali. Significa eliminare ciò che ne aumenta la vulnerabilità climatica, come superfici impermeabili inutili, eccessi di asfalto, parcheggi sovradimensionati, piazze completamente mineralizzate e spazi che possono essere restituiti al verde.
Anche nei centri storici esistono margini di intervento. Non si tratta di trasformare il patrimonio urbano, ma di recuperare permeabilità con alberature dove possibile, materiali meno radianti e migliore qualità climatica dello spazio pubblico. Inoltre, spesso nelle fasce di contatto con le periferie troviamo spazi vuoti o degradati che si presterebbero a operazioni di micro-forestazione urbana. Tutto questo richiederebbe un piano del verde e del clima: farlo è una questione di volontà politica, ma in Italia siamo in ritardo.
Nel vostro manifesto sulla città autoritaria si parla di militarizzazione dello spazio pubblico e deficit di partecipazione dei cittadini, tema sul quale è esplosa una polemica anche a Belluno con il rifacimento di via Feltre (qui). Che fine fa il diritto democratico a uno spazio urbano vivibile?
Le estati sempre più torride ci mostrano che lo spazio pubblico è un’infrastruttura di salute pubblica. Un viale alberato non è un elemento decorativo, ma un dispositivo climatico che riduce le temperature, protegge i più fragili, migliora la qualità dell’aria. Per questo le trasformazioni urbane non possono essere determinate da interessi economici o procedure tecniche calate dall’alto, ma vanno accompagnate da un confronto reale con la cittadinanza e una valutazione trasparente degli impatti climatici, ambientali e sanitari.
Nel Manifesto sulla città autoritaria, che sto elaborando con il sociologo Alfredo Alietti, abbiamo evidenziato il rischio di una progressiva privatizzazione e verticalizzazione delle decisioni urbane. La crisi climatica potrebbe persino accentuare questa tendenza, giustificando interventi sempre più rapidi e meno partecipati e trasformando la transizione in un business per pochi. Invece, proprio tale crisi richiede più democrazia urbana, perché adattare le città significa ridefinire il modo in cui si vive lo spazio pubblico.
Cosa aggiungere?
Tutti questi interventi sono indispensabili, ma sono politiche di adattamento per ridurre gli impatti di un cambiamento già in corso. Se non interveniamo sulle cause del riscaldamento globale, ogni estate sarà più difficile della precedente e le città dovranno inseguire un’emergenza sempre più costosa e complessa. Da anni la comunità scientifica ribadisce che adattamento e mitigazione devono procedere insieme, ma la politica è in colpevole ritardo e nel dibattito pubblico l’attenzione si concentra quasi esclusivamente su come difendersi dal caldo e rendere le città resilienti.
Ciò riflette la non volontà politica di mettere in discussione interessi economici consolidati e un modello di crescita fondato sullo sfruttamento delle risorse. Eppure la scienza è chiara: ogni decimo di grado evitato significa meno vittime, meno eventi estremi e meno costi. Non dobbiamo scegliere tra adattamento e mitigazione: servono entrambi, perché senza una decisa politica di mitigazione, l’adattamento rischia di diventare una rincorsa senza fine.












