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Belluno
22 aprile | 10:51

Emergenza fast fashion: il 10% dei gas serra mondiali prodotti dalla moda 'usa e getta'. Marta Dal Farra: ''Anche nelle nuove generazioni c'è poca consapevolezza''

“Discariche a cielo aperto? È solo la fine di un processo interamente non sostenibile. Si deve essere più consapevoli di ciò che si nasconde dietro il mondo della moda ed agire di conseguenza. Spiegare a ragazzi e ragazze gli impatti reali e sociali che il fast fashion ha sul nostro pianeta è necessario per provare a cambiare le cose” spiega Marta dal Farra, esperta di economia circolare che ha tenuto dei workshop agli studenti del Liceo Catullo di Belluno

di Redazione

BELLUNO. Approfondire l’impatto ambientale e sociale del fast fashion, stimolare una riflessione su quelle che sono le modalità di consumo e promuovere le pratiche di riuso e moda sostenibile nelle nuove generazioni. Questi gli obiettivi dei workshop del progetto T.E.S.S.I.L.O, promosso dalla Fondazione Progetto Uomo Onlus con il contributo della Fondazione Cariverona. Un totale di 180 studenti del Liceo Catullo di Belluno ha partecipato di recente ai primi workshop che sono stati organizzati sul tema della sostenibilità nel settore tessile.

 

Fast Fashion: il costo nascosto della moda” è il titolo della parte dei corsi che sono stati condotti dalla dottoressa Marta Dal Farra, bellunese ed esperta di sostenibilità ambientale. Attiva sui social, attualmente vive in Danimarca, ha una missione: informare i giovani su quelli che sono gli impatti ambientali che “la moda veloce” ha sul pianeta e introdurli a quello che è il mondo della moda sostenibile e dell’economia circolare.

 

“Ho fatto delle lezioni con le classi prime e poi con le terze quarte e quinte dell’Istituto Catullo di Belluno, raccontando l’impatto della moda, il ciclo di vita di una maglietta e come si passa dalla materia prima a tutti i vestiti presenti nelle discariche. Ci siamo soffermati anche sui risultati scientifici, sugli impatti reali e sociali di questo fenomeno di cui si parla decisamente ancora troppo poco - spiega al giornale l’esperta Dal Farra -. I ragazzi erano effettivamente scioccati. Non ho voluto fare una classica lezione frontale, ho voluto interagire con loro tramite domande riguardanti l’argomento e confesso di aver sperato che la situazione fosse un po’ cambiata da quando c’ero io al posto loro, ma non è così. Tutto ciò dimostra quanto ci sia bisogno di andare nelle scuole per spiegare cosa sia l’economia circolare e l’impatto che deriva dalle nostre scelte”.

 

Cosa si intende però con “fast fashion”? Moda veloce è la sua traduzione: un modello di produzione e consumo dell’industria tessile caratterizzato dalla rapida realizzazione di capi di abbigliamento, in grandi quantità e a basso costo. Produrre continuamente collezioni di capi di scarsa qualità, offrendo sempre modelli nuovi e spingendo il consumatore a comprare sempre di più: un modello decisamente non sostenibile, che presenta moltissime criticità. L’industria della moda è, infatti, tra le più inquinanti al mondo: il ciclo di vita dell’abbigliamento prodotto è breve e comporta gravi impatti ambientali come l’inquinamento dell’acqua e alte emissioni di carbonio.

 

Ecco alcuni dati: il 60% dei tessuti è plastica (poliestere, nylon, acrilico) ed impiega più di 200 anni a decomporsi, ogni lavaggio rilascia circa 1.900 fibre sintetiche, il 35% delle microplastiche in oceano viene dai nostri vestiti. La moda produce il 10% dei gas serra mondiali, più di aerei e navi insieme e un camion di vestiti finisce in discarica ogni secondo. "Chiaramente si tratta di aziende enormi che producono all’estero perché lì non ci sono tutte le regolamentazioni che sono presenti qui in Europa. Servono ingenti quantità di acqua, coloranti chimici, solventi, molte sostanze chimiche inquinanti che poi vanno a finire nei fiumi: fiumi che poi vengono utilizzati dalle persone che ci vivono attorno - spiega la dottoressa Dal Farra -. Ma questo è solo il primo step della vita di un capo d’abbigliamento: produzione dei vestiti che spesso è affidata tra l’altro a manodopera sottopagata e con scarsi, se non inesistenti diritti lavorativi. Poi dove vanno a finire gli indumenti una volta passati di moda? Nelle immense discariche a cielo aperto presenti nel sud del mondo, ad esempio in Cile o in Ghana. Solo una parte degli indumenti che vengono messi nei cassonetti gialli vengono riutilizzati, gli altri vengono rivenduti e spediti altrove: alcuni finiscono nei grandi mercati dei paesi più poveri, dove ciò che serve viene tenuto, mentre il resto viene accantonato in immense discariche. A volte lo smaltimento avviene con degli inceneritori, in altri casi tutto viene semplicemente bruciato all’aperto impattando gravemente sul territorio”.

 

L'economia circolare punta a fornire delle alternative a tutto ciò. Non per forza ciò che viene visto come un rifiuto deve essere eliminato: questo è il concetto alla base delle pratiche alternative al fast fashion. In natura, ad esempio, nulla è davvero rifiuto, “tutto contribuisce a qualcosa” e lo stesso pensiero può essere in parte applicabile al mondo della moda: “Produrre con l’ottica che un prodotto resti in vita e all’interno del ciclo il più tempo possibile, anche cambiandone la funzione se necessario. Ridurre gli acquisti, riparare, riusare, rigenerare, donare e riciclare, questa dovrebbe essere la “filosofia giusta”” secondo l’esperta Dal Farra.

 

Quanti fra studenti e studentesse erano già a conoscenza del fenomeno e degli impatti che ha il fast fashion? “Nelle classi c’erano tra i 40 e i 60 ragazzi: solo alcuni di loro avevano già una visione critica di questa realtà, si erano informati, e avevano un’opinione solida. C'erano d’altra parte molti ragazzini che invece non erano a conoscenza di nulla – spiega Dal Farra -. Ho chiesto quanti abiti avessero comprato negli ultimi tre mesi: alcuni zero, alcuni cinque, alcuni dodici, fieri di averlo fatto. Ciò mi ha fatto realizzare quanto effettivamente la moda sia importante per ragazzi e ragazze, avere un particolare modello di scarpe o zaino ti mette purtroppo nella condizione sociale di appartenere ad un gruppo. Ma dopo essere venuti a conoscenza degli impatti che ciò genera, ho visto molti sguardi sconvolti”.

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