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Trento
09 aprile | 06:00

Fiumi e invasi, Adige "osservato speciale": portata -40%, giù anche Sarca e Chiese. In pianura è allerta per la stagione irrigua, ma i bacini 'reggono' tra Trentino e Veneto

Marzo secco, Adige "osservato speciale" con portata del 40% inferiore alle medie, Sarca e Chiese con deficit simili - o maggiori - e una situazione sostanzialmente speculare in Veneto: ma qual è, ad oggi, la situazione nei più importanti bacini? Ecco i dati

TRENTO. Mentre si manda in archivio, a Trento, la terza Pasquetta più calda dell'ultimo secolo e un marzo decisamente "secco", a livello meteorologico le previsioni indicano una sostanziale assenza di piogge anche per i prossimi giorni sul territorio provinciale, dove la portata dei corsi d'acqua si conferma sensibilmente al di sotto delle medie del periodo – come le riserve nivali in quota. A ribadirlo a il Dolomiti sono gli esperti dell'Ufficio dighe della Provincia autonoma di Trento, che sottolineano come invece i dati di riempimento dei maggiori bacini idrici sul territorio si mantengano sostanzialmente sui livelli storici per l'inizio di aprile. Una dinamica del tutto simile, conferma Arpav, si registra in Veneto, dove a un buon volume totale invasato si accompagnano però livelli di falda bassi per il periodo e in calo lontano dagli assi di ricarica. Ma procediamo con ordine. 

 

L'Adige e l'appello dalla pianura: "La stagione irrigua parte in allarme idrico". Giù anche Sarca e Chiese

 

Negli scorsi giorni il nostro giornale aveva innanzitutto riportato come l'Adige in particolare fosse già “osservato speciale” in Veneto con l'inizio della stagione irrigua, vista una portata inferiore di oltre il 30% rispetto al dato medio per il periodo. Un valore che in pianura, nel Rodigino, si era tradotto nel superamento della fatidica soglia degli 80 metri cubi al secondo, il limite oltre il quale le apposite paratoie “non sono in grado di contrastare la risalita del cuneo salino, che minaccia la qualità dell'acqua destinata ai campi, soprattutto nelle zone di Sant'Anna di Chioggia e Rosolina”.

 

A lanciare l'allerta era stato l'Anbi – l'Associazione nazionale consorzi gestione e tutela del territorio e acque irrigue – riportando come la stagione irrigua in Polesine abbia preso il via quest'anno in una situazione di “allarme idrico”.

 

Rispetto all'ultima settimana di marzo, la portata dell'Adige al Ponte di San Lorenzo è rimasta sostanzialmente uguale – mediamente circa 82 metri al secondo – ma con l'avanzare dei giorni il gap, rispetto alla media storica, si sta alzando: se si guarda alla prima settimana di aprile, la portata del principale fiume trentino negli ultimi 40 anni è stata infatti mediamente pari a 136 metri cubi al secondo, facendo segnare nel 2026 un delta negativo pari a quasi il 40%.

 

La media storica per quanto riguarda l'intero mese di aprile è ancora leggermente superiore – circa 155 metri cubi al secondo – rendendo possibile un'ulteriore crescita del deficit in caso di scarso apporto da precipitazioni o fusione nivale.

 

Dati simili si registrano anche per il Sarca – deficit del 30% circa, con una portata a Ponte Gobbo pari a 2,5 metri cubi al secondo – mentre lungo il Chiese il deficit è ancora maggiore: circa il 66%, da una media di 9 metri cubi al dato attuale di circa 3. In questo caso i numeri risultano però maggiormente influenzati dalle necessità di produzione di energia idroelettrica rispetto ai corsi d'acqua e, dopo il lungo weekend pasquale, è probabile che nei prossimi giorni le necessità di produzione energetica si riassestino su livelli più alti, portando a un contestuale aumento della portata del fiume.

 

I dati dei fiumi in Veneto

 

Come in Trentino, sottolineano gli esperti di Arpav, anche in Veneto le piogge di marzo sono state sensibilmente inferiori alle medie - con un totale di 54 millimetri, inferiore del 21% rispetto al valore atteso - e al 31 marzo si registravano deficit pluviometrici pari al -42% sull'Adige, al -39% sulla pianura tra Livenza e Piave, -37% sul Lemene, -31% sul Livenza, -30% sul Sile, -24% sul Tagliamento, -22% sul Brenta e -19% sul Piave

 

La situazione si riflette anche sulle portate dei maggiori fiumi veneti, che alla fine dello scorso mese segnavano dati sostanzialmente in linea con quelli trentini: rispetto alla media storica mensile i deflussi sono risultati infatti inferiori del 37% per quanto riguarda il Bacchiglione a Montegalda, del 23% sul Livenza a Meduna, del 21% sull'Adige a Boara Pisani - in questo caso, come visto, la situazione è peggiorata dal 31 marzo -, del 17% sul Po a Pontelagoscuro, del 16% sul Gorzone a Stanghella e del 5% sul Brenta a Barziza

 

Buone notizie dagli invasi: la situazione in Trentino

 

Al netto delle (attese) precipitazioni primaverili, il dato più importante da osservare in questa fase è però quello relativo alle riserve d'acqua trattenute negli accumuli nevosi in quota: per la Fondazione Cima l'intero bacino dell'Adige si trova in questa fase in un deficit pari a circa il 26%. Il dato raddoppia fino a circa il 50%, spiega l'Ufficio Dighe, se si guarda in particolare ai territori afferenti all'Avisio e al Noce – che porta, in definitiva, all'invaso di Santa Giustina.

 

Proprio dai bacini presenti sul territorio però, continuano gli esperti della Pat, arrivano notizie più rassicuranti. Come anticipato infatti, i tassi di riempimento – pur se fermi a livelli tutto sommato bassi – sono sostanzialmente in linea con i dati medi del periodo, con un quantitativo d'acqua presente nel lago di Santa Giustina – il più importante in Provincia – di poco superiore alle attese.

 

A livello politico lo stato di riempimento dei bacini in Trentino e in Alto Adige era stato al centro di un acceso dibattito politico che, nelle fasi di siccità più intense dell'annus horribilis 2022, aveva visto contrapposti Trento, Bolzano e Venezia. Dal sistema agricolo della pianura veneta era infatti arrivata insistente la richiesta di aumentare i rilasci dagli invasi montani, per favorire una maggior portata dell'Adige e quindi maggiori afflussi d'acqua in pianura. Richieste alle quali i territori montani avevano risposto facendo invece riferimento alla necessità di mantenere i livelli di produzione di energia idroelettrica. In altre parole: il tema è sensibile da diversi punti di vista e, alla luce dei precedenti, l'allerta arrivata negli scorsi giorni da Anbi per quanto riguarda la zona del Rodigino assume un significato più profondo.

 

Di certo, dicono i tecnici della Provincia, c'è che la regolazione delle dighe sul territorio è una questione complessa: in alcuni bacini vige per esempio l'obbligo di raggiungere determinate quote entro certi periodi dell'anno per motivi paesaggistico-turistici, in altri non è possibile scendere oltre determinati altri livelli per garantire la capacità di avviare rapidamente la produzione di energia da immettere nella rete elettrica nazionale in caso di black-out, altri ancora non possono superare determinati riempimenti per garantire volumi in caso di necessità di laminazione delle piene. Altro dato da tenere in considerazione nel valutare lo stato di riempimento dei bacini è il cosiddetto "volume morto", situato al di sotto del livello di minima presa e di fatto inaccessibile - e proprio per questo epurato nel calcolo percentuale relativo ai tassi di riempimento. Il dato più utile per definire lo stato degli invasi è quindi il paragone con la media storica del periodo, che tiene in qualche modo conto di tutte le variabili del caso.

 

E su questo fonte, come detto, per quanto riguarda i più importanti bacini del Trentino in questa fase la situazione è generalmente positiva. A monte delle dighe di Pezzè di Moena e Stramentizzo è accumulato un quantitativo d'acqua pari a circa 5.35 milioni di metri cubi, inferiore al valore medio del periodo (5.42 milioni di metri cubi) di appena l'1,25%. La percentuale di riempimento rispetto al massimo volume invasabile risulta invece pari al 55% (su circa 9,6 milioni di metri cubi totali). A monte della diga di Forte Buso è poi accumulato un quantitativo di risorsa idrica pari a circa 1.9 milioni di metri cubi, inferiore del 16% rispetto al valore medio del periodo (2.3 milioni di metri cubi). la percentuale di riempimento rispetto al volume massimo invasabile risulta pari al 6,2%, su circa 30 milioni di metri cubi totali

 

Leggermente più marcato il deficit per quanto riguarda il quantitativo di acqua accumulato a monte delle dighe di Careser e Pian Palù, dove si registrano ad oggi circa 4,7 milioni di metri cubi, il 28% in meno rispetto alla media del periodo (6,5 milioni di metri cubi). La percentuale di riempimento rispetto al massimo volume invasabile risulta pari al 15% (su circa 30 milioni di metri cubi totali). Il più importante dei bacini trentini, il Lago di Santa Giustina, presenta invece un trend positivo: a monte della diga è infatti accumulato un quantitativo di acqua pari a circa 73,8 milioni di metri cubi, superiore del 10,3% rispetto al valore medio del periodo (66,9 milioni di metri cubi). La percentuale di riempimento rispetto al volume massimo invasabile (172 milioni di metri cubi) risulta pari al 37%. A monte delle dighe Bissina e Boazzo è poi accumulato un quantitativo d'acqua pari a circa 19,7 milioni di metri cubi, superiore al valore medio del periodo (16,2 milioni di metri cubi) del 21%. La percentuale di riempimento rispetto al massimo volume invasabile risulta pari al 27% (su circa 72 milioni di metri cubi). 

 

Per quanto riguarda insomma gli invasi ad uso idroelettrico, la situazione appare ad oggi sotto controllo: il punto da attenzionare però, ribadiscono gli esperti, sono le previsioni per le prossime settimane e i prossimi mesi sui possibili apporti in arrivo dalle nevi in fusione. Nel bacino del Noce, per esempio, si calcolano circa 130 milioni di metri cubi d'acqua 'disponibili' sotto forma di neve. A livello assoluto il dato può sembrare enorme, ma è come anticipato circa il 50% in meno di quanto ci si aspetti mediamente. Nell'ultimo weekend, in particolare, le temperature si sono alzate nettamente, portando a un deciso aumento dell'apporto d'acqua di fusione: se si guarda alla portata dell'Adige però, il dato è rimasto stabile. In altre parole, l'acqua 'liberata' dalla neve fusa è stata sufficiente appena a mantenere i livelli precedenti, compensando di fatto la mancanza di piogge.

 

Il punto sul Veneto: risorsa nivale, bacini e falde

 

Per quanto riguarda il mese di marzo, dicono ancora gli esperti di Arpav, rispetto alla media 2010-2015 il deficit di precipitazione nevosa è stato del 25-28% in quota nelle Dolomiti e del 35% nelle Prealpi. Da ottobre a fine marzo il debito di precipitazione è di 160 centimetri (-35%) a 2200 metri nelle Dolomiti e di 80 centimetri (-25%) nelle Prealpi a 1600 metri. Lo spessore medio del manto nevoso a fine mese nelle Dolomiti è di 73 centimetri (norma 54-122 cm) e, nelle Prealpi, di 62 centimetri (norma 16-82 cm). La densità della neve a fine mese in quota è di 310-330 chilogrammi per metro cubo e di oltre 400 chilogrammi per metro cubo a fondovalle. La copertura nevosa sulla montagna veneta il 29 marzo era stimata in 2000 chilometri quadrati , con oltre l’80% del territorio montano innevato oltre i 1700 metri di quota

 

In generale, con le precipitazioni del mese la risorsa idrica nivale è arrivata a valori nella norma per il periodo: il dato era valutato al 31 marzo in 182-186 milioni di metri cubi nel Bacino del Piave, in 100 milioni di metri cubi in quello del Cordevole e in 132-136 milioni di metri cubi in quello del Brenta

 

E guardando ai principali bacini del territorio - proprio come in Trentino - i dati di riempimento sono buoni: nei serbatoi del Piave i volumi invasati sono risultati, nel mese di marzo, in aumento, successivamente in lieve calo nell'ultima decade. Il volume totale al 31 marzo era di 106 milioni di metri cubi, pari al 63% del riempimento - valore poco sopra, +17%, alla media del periodo

 

Nel dettaglio, il bacino di Pieve di Cadore può contare su un riempimento al 63% (poco sopra la media: +18% per un volume totale invasato di 28,8 milioni di metri cubi), quello di Santa Croce ha toccato il 59% (sostanzialmente nella media: +10%, per un totale di 51,5 milioni di metri cubi) e quello del Mis su un riempimento totale al 73% (sopra la media: +33% per un totale di 25,7 milioni di metri cubi). 

 

Nel serbatoio del Corlo invece, lungo il Brenta, il volume invasato è rimasto stabile a 31,5 milioni di metri cubi, corrispondente all'82% e significativamente sopra la media del periodo (+50%).

 

Come anticipato però, a far da contraltare in questa fase in Veneto è la situazione delle falde: in generale infatti i livelli sono attualmente bassi per il periodo, risentendo ancora delle mancate precipitazioni autunnali, e in calo lontano dagli assi di ricarica - in prossimità di questi si osservano invece dei trend di ricarica per le piogge di fine febbraio e, localmente, per quelle di fine marzo

 

In particolare, nel settore occidentale (alta pianura veronese) i livelli stanno scendendo (-23 centimetri a Villafranca e -28 centimetri a San Massimo nel corso del mese), continuando ad essere inferiori alle medie stagionali di lungo periodo, con un confronto tra valore medio mensile e livello atteso rispettivamente del -45% e -36%. Nel settore centrale (alta pianura vicentina e padovana), a Dueville il livello risulta in lieve calo e in linea con la media stagionale di lungo periodo; a Schiavon prosegue il trend di ricarica iniziato a metà febbraio, ma i livelli rimangono ancora sotto la norma, mentre a Cittadella prosegue il calo marcato ben sotto alla situazione attesa per il periodo. Nelle tre stazioni, le variazioni nel corso del mese sono state rispettivamente di -8 centimetri, +60 centimetri e -28 centimetri, il confronto tra la media mensile e la media di lungo periodo di -3%, -77% e -51%

 

Nel settore orientale invece (alta pianura trevigiana) in alcune stazioni monitorate - Castelfranco, Marena - i livelli calano per l'intero mese mentre nelle altre - Castagnole e Varago - si notano incrementi nell'ultima decade;  nelle quattro stazioni le variazioni mensili sono comprese tra i -25 centimetri (Castelfranco) e i +12 centimetri (Varago); il confronto tra livello medio mensile e atteso è compreso tra -47% (Castelfranco) e -14% (Mareno). Nell'area di media e bassa pianura, pur nella variabilità di ogni singola stazione, i livelli mostrano dei graduali cali durante il mese con incrementi nell'ultima settimana; a Cimadolmo la falda (molto influenzata dal fiume Piave) mostra nel complesso una variazione di -1 centimetri, un confronto tra valore medio mensile e valore atteso pari a +14%. Per la stazione di Eraclea, gli stessi parametri sono rispettivamente -43 centimetri e -15%

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