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Belluno
02 luglio | 18:30

Idroelettrico, i bellunesi chiedono il controllo della risorsa idrica: “Nostro il 75% della produzione. Con quei profitti sarebbe la prima impresa dopo Luxottica”

A parlare sono il sociologo Diego Cason e i due membri del Comitato per l’anello ferroviario delle Dolomiti Tomaso Petazzi e Filiberto Dal Molin. Tre cittadini che hanno preso l’iniziativa per sollecitare privati e imprese bellunesi a contribuire per ottenere una soluzione vantaggiosa in vista della scadenza delle concessioni idroelettriche del 2029: ecco quale dovrebbe essere secondo loro la soluzione ideale

BELLUNO. “L’acqua è un bene demaniale, che puoi usare solo nell’interesse della comunità. Non è dei bellunesi, dei trevigiani o degli abitanti di Soverzene che hanno la centrale: è di tutti. Dire quindi che è dei bellunesi è pericoloso, perché se il bene è di tutti lo devi usare con maggiore cautela di quanto farebbe chi ne è proprietario e che fa, del suo bene, quello che vuole. Così invece deve farlo secondo la legge”. La partita del rinnovo delle concessioni idroelettriche continua a tenere banco. Da mesi se ne discute a ogni livello, visto l’avvicinarsi della scadenza del 2029. L’ultimo scambio in ordine di tempo risale a circa un mese fa, quando l’assessore regionale Massimo Bitonci ha escluso l’ipotesi di una società pubblica a guida bellunese (qui) sollevando diverse reazioni avverse.

 

Il controllo a maggioranza bellunese dell’idroelettrico pare invece l’ipotesi ideale, supportata da alcuni cittadini bellunesi - da anni impegnati sul fronte civico - che vogliono ora sollecitare la cittadinanza verso quello che definiscono “l’ultimo treno” per il territorio. A parlare sono infatti il sociologo Diego Cason, e i due membri del Comitato per l’anello ferroviario delle Dolomiti Tomaso Petazzi e Filiberto Dal Molin. “Il nostro obiettivo - spiega Cason - è incentivare il dibattito su come l’idroelettrico può tradursi in un vantaggio economico e sociale per le comunità bellunesi. Dobbiamo infatti trovare il modo per spostare il risultato finale il più lontano possibile dalla sconfitta totale, cioè una proroga mascherata delle concessioni, verso la soluzione ideale, facendo i conti con la realtà delle cose”.

 

Qual è questa soluzione? L’istituzione di una società pubblico-privata a maggioranza pubblica e bellunese (dove si produce il 75% dell’idroelettrico), così da costringere il privato al dialogo per trarre dall’idroelettrico il massimo beneficio possibile per le comunità, anziché puntare al mero profitto. “L’idroelettrico veneto - spiega Cason - ha un valore della produzione di circa 1,5 miliardi di euro, quello bellunese è attorno ai 900 milioni. Questa attività, che Enel svolge all’interno del suo gruppo, realizza profitti che variano annualmente dai 350 ai 400 milioni di euro. Per la provincia si tratterebbe della prima impresa dopo Luxottica, se pensiamo che, nel pubblico, l’Ulss fa 700 milioni di euro di bilancio, i Comuni insieme 600 milioni, la Provincia 120 milioni”.

 

Oltre quello economico su cui molta politica già sta insistendo (qui la riflessione), un altro aspetto interessante su cui fa leva Cason è poi in termini di competenze. “L’assegnazione delle concessioni - nota - è una partita importante anche per le competenze necessarie a gestirla. Si tratterebbe infatti di un centro di produzione di pensiero imprenditoriale che ci serve come il pane, anche più del denaro, perché chi lo governa acquisisce una serie di capacità che sia la pubblica amministrazione sia le imprese oggi non hanno”. Non è un punto secondario: in questa visione la provincia di Belluno, ora periferica nel contesto regionale, potrebbe vedersi garantite prospettive di crescita autonome che le permetterebbero di “mettersi in moto” da sola.

 

Certo non sarà facile, ma il tema resta centrale. Il modello preso a riferimento è quello altoatesino di Alperia, società pubblica la cui metà dei profitti va ad abbassare il costo dell’energia per le famiglie. Anche per Belluno, infatti, uno dei vantaggi immediati sarebbe l’abbattimento dei costi per cittadini e soprattutto imprese, che diventerebbero più competitive. “Illudersi che il percorso da seguire sia semplice - concludono - sarebbe da irresponsabili. Ma oltre i problemi ci sono le risorse: abbiamo incontrato diversi imprenditori disponibili a partecipare con un investimento alla costituzione di una società pubblico-privata come soci di minoranza. Va infatti considerato che il Bellunese ha una quantità di risparmio privato notevole, di 13 miliardi di euro, che oggi giace in investimenti a bassissimo rendimento. Questa sarebbe invece l’opportunità di deviarlo verso scopi più utili. Ci auguriamo quindi che altri cittadini avvertano la necessità di dare un contributo. Molti pensano che il dovere civico si esaurisca con il voto, e la maggioranza non fa neanche più quello. Qui però la partita è così complessa che si dovrebbe superare l’inerzia verso le proposte che possono rappresentare un interesse sociale ed economico per tutti e contribuire alla discussione. Se ci fosse partecipazione di tutti, infatti, sarebbe la prima volta che si metterebbe in campo una tale cooperazione per lo sviluppo locale”.

 

 

 

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