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12 settembre | 19:23

Il clima cambia e la nuova viticoltura di "alta quota" prova a trasformare l’emergenza in occasione per i territori: "Può contrastare lo spopolamento della montagna”

Tra temperature in aumento e vendemmie sempre più precoci, le vigne di Roberto Baldovin di Forni di Sotto sono la nuova avanguardia della viticoltura, spingendosi quasi a novecento metri sono tra le viti più ad alta quota di tutto Nordest

Il clima cambia e la nuova viticoltura di "alta quota" prova a trasformare l’emergenza in occasione per i territori

FORNI DI SOTTO (UDINE). Settembre è, per antonomasia, il mese dell'uva, della vendemmia e del primo vino, eppure, ormai da diversi anni, non è più così.

 

Il cambiamento del clima e l'alterazione degli equilibri naturali che ne derivano, stanno avendo l'effetto di anticipare sempre di più la raccolta dell'uva, che in molti casi oggi può iniziare già a ferragosto se non prima.

 

Questo ha progressivamente favorito l'apertura verso una frontiera, complice l'individuazione di nuove varietà di uve, che solo fino a pochi anni fa sarebbe stata invalicabile, quella della viticoltura in montagna.

 

In questo contesto il Friuli Venezia Giulia era rimasta l'unica regione del nord Italia dove la viticoltura e la produzione vinicola in montagna erano assenti. A sovvertire questa situazione è stato Roberto Baldovin, originario di Forni di Sotto e da sempre appassionato di vini, che dal 2015 ha iniziato un percorso di innovazione e sperimentazione, con un'idea chiara in mente: gettare delle basi che possano in un prossimo futuro rappresentare un punto di partenza per il rilancio non solo del vino, ma anche dell'economia e dello sviluppo sociale della Carnia, contrastando lo spopolamento delle zone montane attraverso una viticoltura nuova, alle pendici delle Dolomiti friulane.

 

“Quest'anno abbiamo avuto dell'uva molto bella – racconta per Il Dolomiti Roberto Baldovin -, anche se la vendemmia che abbiamo fatto è stata forse la più precoce da quando ho iniziato. Quando ho cominciato mi sono fatto carico dell'onere di registrare per la prima volta in Friuli la varietà 'Solaris', una tipologia di vite che si adatta in modo eccellente ai climi più freddi come quelli di montagna, con un iter terminato nel 2023. Una varietà inoltre perfetta per ciò che volevo fare, perché è molto resistente alle malattie e riesco a coltivarla quasi azzerando i trattamenti. Da quel momento altri hanno iniziato su questa falsariga, oggi solo a Forni di Sotto ci sono almeno quattro viticoltori, e in generale la pratica è in espansione continua. E' una strada nuova, se vogliamo, un viaggio nell'ignoto, ma d'altro canto ritengo che il cambiamento climatico in corso sia tale non solo da rendere possibile la viticoltura a quote maggiori, ma da mandare purtroppo sempre più in crisi quella tradizionale di pianura. Questo perché il caldo aumenta in modo preoccupante e c'è sempre meno acqua. Pertanto esiste una concreta possibilità che il vino del futuro sarà quello prodotto in montagna, nello specifico, in Carnia”.

 

Nel 2023 Baldovin è stato tra i fondatori della “Cantina837”, che deve il nome alla quota sulla quale sorge, appunto a 837 metri. Si tratta, come rimarcato dal viticoltore, della cantina più elevata del Triveneto, mentre il suo vigneto si spinge ancora più in alto, rasentando i novecento metri. A ben guardare però, quella che è partita come una passione lascia trasparire delle potenzialità di grande valore anche per il tessuto sociale della Carnia.

 

“Io credo che questa attività che mette al centro la viticoltura in montagna rappresenti una speranza – sottolinea Baldovin -,  un punto di partenza anche per l'economia locale che permetta alle persone del posto di rimanere contrastando lo spopolamento di queste montagne, che al momento è dovuto all'età media elevata, alla mancanza di servizi e collegamenti stradali, che si traducono in un diffuso disagio specie per i giovani che al momento vi trovano ben poche prospettive. Certo, io sono partito da un progetto inizialmente indirizzato all'innovazione in agricoltura, però il risvolto sociale può esserci perché in Carnia da molto tempo stiamo vivendo un momento difficilissimo. E' una zona paragonabile a una grande periferia dove tanto la zootecnia quanto l'agricoltura tradizionali di montagna non hanno lo lo stesso sviluppo che avevano in passato, perché la produttività è talmente scarsa da non poter garantire un ricavato sufficiente. Bisogna trovare delle nuove realtà che però entrino in armonia con il territorio e gli ridiano un significato, e la viticoltura lungo le Terre Alte può essere la chiave di volta in questo senso”.

 

Quella della viticoltura in Carnia, del resto, è ancora una storia agli inizi e per la maggior parte ancora da scrivere, partita con le prime sperimentazioni di Baldovin e arrivata alla produzione vera e propria in regione soltanto a partire dal 2023, con, sullo sfondo, una dimensione della vita e del lavoro in montagna che potrebbe assumere una direzione molto più ampia e diversificata di quanto fino a poco tempo fa si sarebbe potuto credere.

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