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Trento
05 maggio | 10:27

Il segugio di Michele Serra sbranato dai lupi, lettera allo scrittore: "Capiamo il dolore, ma un cane lasciato libero e senza controllo è esposto a rischi reali"

Michele Serra ha raccontato su La Repubblica la morte del suo cane Osso, un segugio di 7 anni che mentre era libero è stato predato dai lupi sull’Appennino piacentino dove il giornalista e scrittore ha la propria casa. L'associazione “Io non ho paura del lupo” ha deciso di scrivergli una lettera  nella quale si spiega che non è il predatore il problema principale, bensì l’assenza di condizioni reali per convivere con esso

TRENTO. “Il problema non è il lupo, ma l’assenza di condizioni per convivere”. L’Associazione “Io non ho paura del lupo” ha deciso di scrivere una lettera a Michele Serra  in risposta al suo recente intervento dedicato alla morte del cane Osso, predato dai lupi in Val Tidone.

 

L'INTERVENTO DI SERRA
Michele Serra ha raccontato su La Repubblica la morte del suo cane Osso, un segugio di 7 anni che mentre era libero è stato predato dai lupi. E' successo sull’Appennino piacentino dove il giornalista e scrittore ha la propria casa. 

 

“La mia tristezza oggi è grande. Prima di me l’hanno vissuta i miei vicini, che hanno perso un cane pastore per colpa dei lupi, e gli allevatori che si sono visti sbranare asini, puledri, pecore. Il lupo oggi vive ovunque nel nostro paese. È un caso straordinario di successo di ripopolamento. Ma a me pare che i suoi numeri stiano sfuggendo di mano”. O la politica decide di fare qualcosa, spiega Serra “o diventerà guerra” spiegando poi che la guerra è la peggiore delle soluzioni come dimostrano i lupi che sono stati avvelenati in Abruzzo.

 

Il giornalista racconta quindi il “dolore fisico”, come riporta Repubblica,  per la morte dell’animale, a cui aveva anche dedicato un libro per ragazzi. Un racconto che ha inevitabilmente riaperto il dibattito sugli esemplari presenti sul territorio e quanti quest'ultimo ne può accogliere. 

 

LA LETTERA DI 'IO NON HO PAURA DEL LUPO'

L’Associazione “Io non ho paura del lupo” ha deciso di inviare una lettera aperta al giornalista Michele Serra, a firma del presidente Daniele Ecotti. Una lettera personale e al tempo stesso pubblica, nella quale si spiega che non è il predatore il problema principale, bensì l’assenza di condizioni reali per convivere con esso.  

 

Il testo parte da una storia concreta, quella di un ex allevatore che ha vissuto sulla propria pelle le difficoltà dell’agricoltura di montagna, per riportare il dibattito sul lupo su un piano più ampio, complesso e legato alla realtà.

“Non sono stati i lupi a farmi chiudere. È stato un sistema che negli anni ha reso sempre più difficile vivere di agricoltura e allevamento in montagna”, scrive Ecotti, ricordando come le crisi che attraversano oggi i territori montani abbiano radici profonde, precedenti al ritorno del lupo.

 

La lettera riconosce e rispetta il dolore per la perdita di un animale domestico, sottolineando però un punto spesso rimosso nel dibattito pubblico: la presenza del lupo comporta rischi concreti che possono e devono essere gestiti. “Un cane lasciato libero e senza controllo, soprattutto in aree di presenza stabile del lupo, è esposto a un rischio reale”, si legge nel testo.

 

Si tratta di una riflessione che non intende colpevolizzare, ma introdurre un principio fondamentale: la convivenza richiede responsabilità, anche individuale.

 

Nella lettera si criticano anche le narrazioni semplificate. “Il punto non è negare i problemi. Il punto è non raccontare soluzioni semplici dove soluzioni semplici non esistono”. Ridurre la situazione ad una questione numerica è fuorviante perché la rimozione di alcuni individui, in assenza di adeguate misure di prevenzione, non risolve il problema ma lo sposta nel tempo e nello spazio.

 

L’associazione ribadisce la propria posizione: la coesistenza non è una formula astratta, ma un processo concreto che richiede strumenti, investimenti e cambiamenti. Prevenzione e supporto reale agli allevatori, monitoraggio strutturato e aggiornato, gestione degli attrattivi, interventi mirati nei casi critici, informazione e responsabilità diffusa sono elementi imprescindibili per costruire una convivenza reale. “Coabitare non è gratis. Richiede impegno, rinunce e adattamento da parte di tutti”, sottolinea Ecotti.

 

La lettera si chiude con un invito chiaro: evitare che episodi dolorosi diventino strumenti di semplificazione. “Usiamo il dolore per chiedere più responsabilità: più governo, più prevenzione, più conoscenza”, è il messaggio finale

 

QUI LA LETTERA INTEGRALE

 

 

 

 

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