“L’allontanamento dei minori non è mai deciso con leggerezza” la psicologa Bruzzone sulla 'Famiglia nel bosco': “Non basta un ambiente bucolico per crescere dei bambini”
L'esperta interviene dopo la decisione del Tribunale dei Minori dell'Aquila di allontanare i tre bambini dalla casa famiglia e dalla madre e dopo l'ondata d'indignazione: "Molti commentano senza aver letto le carte". Roberta Bruzzone spiega punto su punto la situazione

TRENTO. Quando un tribunale decide di allontanare dei bambini dalla propria famiglia, il collocamento eterofamiliare di un minore, “non è mai una decisione presa con leggerezza”. Roberta Bruzzone, psicologa che da oltre vent’anni si occupa di valutazione delle competenze genitoriali in ambito forense è intervenuta sul dibattito acceso in questi giorni sulla cosiddetta “famiglia nel bosco”. Il Tribunale dei minori dell'Aquila la scorsa settimana ha deciso che i tre bambini devono lasciare la casa-famiglia che li ospita da 100 giorni e trasferirsi altrove, lontano dalla loro mamma.
Questo ha portato ad un forte dibattito e a un clima di indignazione. Per questo Roberta Bruzzone ha voluto chiarire, attraverso un posto sui social, alcuni aspetti e rimettere qualche fatto al centro della discussione.
“Il collocamento di un minore in un contesto eterofamiliare, che sia affido o altra forma di protezione, non è mai una decisione presa con leggerezza. Al contrario, nella prassi dei tribunali minorili italiani si tratta di uno dei provvedimenti più estremi e dolorosi che un giudice possa assumere. E proprio per questo motivo non arriva mai all’esito di valutazioni superficiali” spiega.
Nella propria esperienza professionale e nella pressi dei tribunali, spiega l'esperta, queste decisioni arrivano solo dopo percorsi lunghi e articolati, che spesso durano mesi, a volte anni durante i quali vengono attivati servizi sociali, consulenze tecniche psicologiche e psichiatriche, interventi di sostegno alla genitorialità, monitoraggi ripetuti della situazione familiare. “L’obiettivo è sempre uno: consentire ai genitori di recuperare adeguate competenze genitoriali. Il collocamento eterofamiliare – spiega Roberta Bruzzone - arriva solo quando questo percorso non produce miglioramenti sufficienti e i rischi per i minori diventano sempre più evidenti”.
Il caso della “famiglia nel bosco”
Sono davvero tantissime le reazioni anche politiche arrivate in questi giorni dopo la decisione del Tribunale dei minori dell'Aquila di allontanare i tre bambini dalla casa famiglia in cui si trovavano.
Un clamore mediatico che sta generando una quantità enorme di commenti, spesso molto accesi. “Il problema è che la stragrande maggioranza delle persone che commentano non ha letto le carte” ha affermato la psicologa Roberta Bruzzone.
Ci sono atti dei servizi, relazioni tecniche, consulenze specialistiche e, soprattutto, l’ordinanza del tribunale che motiva la decisione. Senza questi elementi è impossibile comprendere davvero il quadro clinico e giuridico della situazione.
“La questione centrale è l’adeguatezza della funzione genitoriale. Quando si arriva a provvedimenti di questo tipo, il nodo non è mai una scelta di vita alternativa o uno stile educativo non convenzionale. Il punto centrale – sottolinea Bruzzone - è sempre la valutazione dell’adeguatezza della funzione genitoriale. Se, sulla base delle relazioni tecniche e degli accertamenti svolti nel tempo, emergono condotte o condizioni che mettono a rischio il benessere dei minori, il tribunale è obbligato a intervenire”. I rischi possono riguardare la salute mentale dei bambini, la loro sicurezza fisica, lo sviluppo cognitivo e relazionale e anche l'accesso a strumenti educativi e sociali fondamentali.
Nel caso specifico ai genitori era stato dato un tempo lungo per adeguarsi, circa un anno, rispondendo alle richieste che erano state fatte e che riguardavano per i bambini un ambiente di crescita adeguato, un accesso all'istruzione, la possibilità di sviluppo sociale e tutti gli strumenti per interagire con il mondo esterno. “Quando queste indicazioni non vengono recepite e la situazione non migliora, il tribunale può trovarsi costretto ad adottare provvedimenti più incisivi” continua l'esperta.
“L’idea che la situazione della 'famiglia nel bosco' fosse intrinsecamente sicura e protettiva per i bambini è una narrazione molto suggestiva, ma decisamente poco rigorosa sul piano tecnico. Una condizione di isolamento totale o quasi totale dal contesto sociale può comportare criticità molto serie nello sviluppo dei minori” spiega Roberta Bruzzone. “Non basta un ambiente naturale o bucolico per garantire, sviluppo emotivo equilibrato, competenze sociali adeguate e strumenti cognitivi per affrontare la realtà”.
Quando una vicenda è molto delicata, coinvolge dei minori, e la prima responsabilità dovrebbe essere quella di abbassare i toni e mettere al centro il loro interesse. Proprio per questo avrebbe bisogno di silenzio, equilibrio e prudenza. “Tre elementi che purtroppo spesso scompaiono quando un caso diventa mediaticamente esplosivo. Capisco – spiega Bruzzone - che situazioni di questo tipo possano generare reazioni emotive forti. Ma lanciarsi in proclami ideologici senza conoscere davvero la vicenda non aiuta nessuno. Soprattutto non aiuta i bambini coinvolti, che sono e devono restare l’unico vero centro di queste decisioni”.
Se un tribunale arriva a prendere una decisione così dolorosa, come quella dell'allontanamento dei bambini dalla casa-famiglia e dalla madre, spiega l'esperta “lo fa per cercare di proteggere ciò che resta di un equilibrio già fortemente compromesso. C’è poi un elemento specifico che merita di essere sottolineato, perché emerge direttamente dalle indicazioni contenute nell’ordinanza. Il fatto che – spiega Bruzzone - dei bambini abbiano rotto una persiana, ne abbiano ricavato dei bastoni e abbiano aggredito due educatrici è già di per sé un episodio di una gravità assoluta sotto il profilo educativo e relazionale. Si tratta di un comportamento che, in qualunque contesto di valutazione delle competenze genitoriali, rappresenta un indicatore serio di criticità nella gestione dei limiti, delle regole e dell’aggressività”.
Ma il punto che rende la situazione ancora più preoccupante è un altro. “Se fosse vero come riportato nell’ordinanza – spiega l'esperta - che la madre avrebbe ritenuto questa condotta adeguata da parte dei bambini, allora il problema non è più soltanto il comportamento dei minori. Il problema diventa la cornice educativa e valoriale all’interno della quale quel comportamento viene interpretato e legittimato. E quando un adulto di riferimento non riconosce come problematico un atto di aggressione, oppure lo considera in qualche modo giustificato o appropriato, questo è un elemento che, in sede di valutazione delle competenze genitoriali, non può essere in alcun modo sottovalutato”.
L'invito fatto a tutti è quello, quindi, della prudenza. “Perché, leggendo alcuni passaggi degli atti – conclude Roberta Bruzzone - appare piuttosto evidente che questa vicenda è probabilmente molto più complessa di come alcuni racconti mediatici la stanno rappresentando. E quando si parla della tutela di bambini, la complessità non può essere sostituita da slogan”.












