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Belluno
10 settembre | 20:40

L’ultimo saluto a Marco Santesso, morto a 36 anni a causa di un tumore: “Le relazioni erano la ragione della sua vita. Era contento quando poteva aiutare gli altri a costruirle”

Si è svolta nella chiesa di Santo Stefano la cerimonia funebre per Marco Santesso, scomparso a soli 36 anni. Tante le persone presenti e tanta la stima che è emersa dalle parole del parroco e da quelle lette da un familiare, che ha elencato una serie di nomi di amici e medici che hanno saputo fare “una differenza insostituibile" nei momenti più difficili della malattia

L’ultimo saluto a Marco Santesso, morto a 36 anni a causa di un tumore: “Le relazioni erano la ragione della sua vita

BELLUNO. “Ora Marco ha iniziato un altro percorso, quello verso Dio: una salita impegnativa, ma penso anche molto bella. Delle salite impegnative, però, non ha mai avuto paura e non l’avrà neanche stavolta”. Una folla, dentro la chiesa e fuori sotto la pioggia, e di tutte le età: giovani, adulti e anziani, tutti presenti per l’ultimo saluto a Marco Santesso, morto a soli 36 anni per un tumore. Molti i ricordi che si sono succeduti in questi giorni, a partire da quello dei colleghi che ne hanno riconosciuto l’amore per la vita e la capacità di non tirarsi mai indietro per le cause in cui credeva e per le persone a cui teneva (qui il messaggio).

 

Questa stessa stima si è potuta percepire anche durante la cerimonia, svoltasi nel pomeriggio di giovedì 10 settembre nella stessa chiesa di Santo Stefano dove pochi mesi fa era stato celebrato il funerale del papà.

 

Dalle parole di don Mario e da quelle dei familiari, infatti, è emersa l’immagine di un giovane attivo, sempre disponibile, legato agli altri come pochi sanno davvero fare. “Le relazioni umane e il lavoro vissuti imitando l’agire di Dio - ha sottolineato il parroco - sono la vocazione profonda di tutte le persone. Marco si è dedicato con tenacia e amore al lavoro, non solo per tornaconto personale ma per il bene di tutti coloro che potevano usufruire della sua opera. Imprenditore del digitale, si sentiva utile e apprezzato ed era contento perché poteva facilitare le attività che ponevano le persone in relazione, cui lui teneva molto”.

 

Relazioni che sono definite “il leit motiv” anche della sua adolescenza, con la partecipazione a tante esperienze giovanili come i campi scuola di San Marco, e delle sue passioni, la montagna, lo sci e la musica sempre vissute “con gli altri e per gli altri”. “Ma le relazioni più intense - aggiunge - le ha vissute in famiglia, con i genitori, il fratello e la moglie Valentina. E di tutto questo è stato ripagato con la fedeltà e il sostegno esemplare di ognuno di loro”.

 

Una vicinanza agli altri riconosciuta anche dalle parole lette da un familiare. “L’addio di Marco ha innescato un continuo flusso di messaggi di vicinanza: ‘non ci sono parole, non ho parole’ sono le frasi più ricorrenti. E le parole sono importanti, anche Marco lo sapeva, tanto da sentire l’urgenza, durante la malattia, di prendere smartphone e intelligenza artificiale per fissare ciò che gli stava accadendo. Oggi, però, di fronte a parole che mancano su ciò che avrebbe potuto riservargli il futuro, è l’abbondanza delle sue iniziative che ci consola”.

 

Alcune parole, tuttavia, che “aiutano noi familiari ad attraversare questo momento”, ci sono: cioè i nomi di amici, compagni di ospedale e medici, che hanno saputo fare la differenza nei periodi più difficili del suo ultimo viaggio. Nomi elencati uno a uno, per sottolineare come “le fila dei suoi sostenitori, anziché diradarsi man mano che la strada si faceva difficile, si sono allargate, raccogliendo nuove amicizie”. Nomi, quindi, che sono “la storia di Marco e la sua eredità”.

 

E sulle note, appena accennate sulla tastiera, di Bohemian Rapsody si conclude il viaggio di Marco, che amava la musica e la vita celebrate in una delle canzoni che hanno fatto la storia. Una canzone immortale quanto misteriosa, della quale Freddy Mercury disse solo che “parla di relazioni”. Esattamente ciò che era Marco, che ora lascia ciò che di più prezioso si può lasciare, soprattutto quando la vita finisce a 36 anni: l’aver costruito legami con chi resta.

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