"Mio padre arrivò nel '44 in Trentino e iniziò a fare il calzolaio, poi io ho continuato a lavorare il cuoio al suo fianco aprendo la mia bottega artigiana all'insegna della creatività"
L'artigiano Lorenzo Capozzi che da oltre quarant'anni lavora il cuoio nella sua bottega artigianale si racconta a il Dolomiti: "La prima tessera da artigiano di mio padre che ho ritrovato è del 1950 e da lì l'attività è andata avanti, prima con le riparazioni e poi anche con le calzature. Ho sempre lavorato con lui dietro al bancone e poi ho capito qual era la mia strada, la creatività"

LEVICO TERME. "Per imparare a lavorare il cuoio come faccio io non ci sono grossi segreti: bisogna continuare a usare le mani, provare e acquisire manualità. È la pratica che fa la differenza".
È una filosofia semplice quella che accompagna da una vita Lorenzo Capozzi, artigiano del cuoio che nella sua bottega di viale Lido a Levico Terme continua una tradizione di famiglia iniziata con il padre e arrivata fino a oggi. Qui realizza ancora rigorosamente a mano pezzi unici in vera pelle conciata al vegetale, dalle borse ai portafogli fino alle cinture.
Capozzi, intervistato da il Dolomiti, racconta la storia del suo laboratorio, dalle origini dell'attività di famiglia alla scelta di mettersi in proprio, passando per un mestiere rimasto quasi immutato in quarant'anni e per una domanda che inevitabilmente guarda al domani: chi raccoglierà il testimone?
La storia della sua bottega comincia molto prima della nascita dell'attività attuale. Da dove bisogna partire?
La storia nasce con mio papà: era originario di Sorrento ed è arrivato a Levico nel 1944, quando era ancora giovane. Era qui per il servizio militare e alla fine ha deciso di fermarsi: qui ha conosciuto mia mamma e ha iniziato a lavorare come calzolaio, aprendo il suo laboratorio. La prima tessera da artigiano di mio padre che ho ritrovato è del 1950 e da lì l'attività è andata avanti, prima con le riparazioni e poi anche con le calzature.
Lei invece quando ha cominciato a lavorare in bottega?
Io sono del 1961 e a 16 anni ero già dietro al banco: da allora sono praticamente sempre rimasto all'interno della ditta e ho lavorato per una ventina d'anni nell'attività di famiglia. Quando mio padre è andato in pensione ho continuato ancora per un periodo, poi ho deciso di fare una cosa mia: invece di limitarmi a vendere i prodotti, volevo realizzarli personalmente dall'inizio alla fine. Partire quindi dalla forma, dalla sagoma, occuparmi delle cuciture, della colorazione e del modello. E così, verso la metà degli anni Novanta, è nata così la mia bottega artigiana.
Che cosa esce oggi dal suo laboratorio?
Realizzo tutto quello che si può fare con il cuoio e i prodotti principali sono borse, portafogli e cinture, ma questo materiale permette anche di inventare molto: negli anni ho fatto lampade, vasi e tanti altri oggetti. La particolarità? Che qui è tutto cucito a mano. Non ho una macchina da cucire e, più in generale, in laboratorio non utilizzo macchinari. Naturalmente, voglio specificarlo, anche chi utilizza una macchina da cucire può realizzare un prodotto artigianale, ma nel mio caso la lavorazione completamente manuale rappresenta qualcosa in più.
Proviamo a seguire un oggetto dall'inizio alla fine. Come nasce, per esempio, una borsa?
Il procedimento è più o meno sempre lo stesso. Quando ho un'idea o devo realizzare un oggetto su richiesta, parto dalle misure e dalla forma. Prima preparo una dima in cartone con le dimensioni esatte e con tutti i punti nei quali dovranno essere fatti i fori e le cuciture. Poi riporto lo stampo sul cuoio, ritaglio la pelle, faccio a mano i fori e infine assemblo e cucio le diverse parti. Posso utilizzare pellami che arrivano dalla conceria già colorati o stampati, oppure partire dalla pelle naturale e occuparmi direttamente anche della colorazione o del disegno.
E da dove arriva la materia prima?
Le pelli arrivano dalla Toscana, dalla zona di Santa Croce sull'Arno principalmente, dove si trovano molte concerie. Si parla genericamente di pelle, ma in realtà ne esistono moltissimi tipi perché cambiano gli spessori e cambia anche la parte dell'animale che viene utilizzata: la pelle adatta a una cintura non è necessariamente quella che useresti per una borsa o per un portafoglio. Bisogna, insomma, scegliere il materiale in funzione dell'oggetto che si vuole realizzare.
In un'epoca dominata dalla produzione in serie, quanto tempo c'è dietro un pezzo realizzato in questo modo?
La grande differenza è anche il tempo necessario per progettare ogni singolo pezzo: può capitare di realizzare una dima per una sola borsa e poi non utilizzarla mai più. Nell'industria, invece, una volta preparato un modello lo si può usare per produrre migliaia di pezzi. Qui molte volte si riparte da zero per un unico oggetto anche se ci sono alcuni prodotti che realizzo più spesso, come certe borse da lavoro o alcuni portafogli da uomo, ma per molte altre cose bisogna rifare ogni volta anche tutta la parte di progettazione in cartone. E proprio perché il lavoro è manuale, anche due pezzi simili non saranno mai perfettamente identici.
Lei lavora da circa quarant'anni: quanto è cambiato il mestiere in questo periodo?
Il mio modo di lavorare è rimasto sostanzialmente lo stesso: non utilizzando macchinari, le nuove tecnologie hanno inciso molto poco sulla mia attività. Potrei lavorare qui come sulla cima di una montagna o nel deserto, cambierebbe poco (ride, ndr). Quello che è cambiato davvero è la disponibilità dei materiali: una volta si trovava soprattutto il cuoio naturale e la scelta era limitata, mentre oggi esistono moltissimi pellami, colori e stampe differenti. Allo stesso tempo alcuni vecchi attrezzi manuali stanno scomparendo, perché certe lavorazioni vengono ormai eseguite con i macchinari e quindi non c'è più sufficiente richiesta per produrli.
È cambiato anche il modo in cui i clienti guardano a un oggetto fatto a mano?
C'è ancora una nicchia di persone che cerca questo genere di lavoro, perché vuole qualcosa di personale e originale. Quello che mi colpisce è soprattutto lo stupore di chi entra e scopre che queste cose vengono ancora realizzate completamente a mano e molti rimangono sorpresi dal tempo che si può dedicare a un singolo oggetto. Chi conosce e apprezza questo mondo riesce a capire il lavoro che c'è dietro, e questa è una soddisfazione.
Per un giovane che volesse intraprendere oggi questo mestiere c'è ancora spazio?
Credo che sia ancora possibile avvicinarsi a questo mestiere, ma dipende molto da come si decide di farlo. Se l'obiettivo è trasformarlo in un'attività professionale importante, oggi probabilmente bisogna organizzarsi anche con macchinari e tecnologia, perché possono aiutare e bisogna tenere conto dei costi. Ci sono artigiani che lavorano per grandi marchi, soprattutto in realtà come la Toscana o Milano, ma partire con una piccola attività è diverso: all'inizio, dal punto di vista economico, bisogna battagliare. Per questo serve soprattutto una grande passione.
E come si impara un mestiere così? Esistono dei “segreti” che un maestro può trasmettere?
Per imparare non ci sono grossi segreti. All'inizio le cose non vengono immediatamente perfette: bisogna continuare a usare le mani, tagliare, provare e acquisire manualità. Quando qualcuno mi chiede quale sia il segreto per fare certe cose, alla fine la risposta è sempre la stessa: pratica. Faccio spesso il paragone con la chitarra: io posso spiegarti come si fa, ma se poi non vai a casa e continui a provare non impari. La manualità arriva soltanto facendo.
Lei è del 1961. Ha già pensato a quanto continuerà e, soprattutto, a chi potrebbe raccogliere il testimone?
Al momento non c'è nessuno pronto a raccoglierlo. Io sicuramente andrò avanti ancora un paio d'anni, poi vedremo. Finché ci sarà la passione continuerò, anche perché le cose cambiano velocemente ed è difficile dire oggi cosa succederà fra qualche anno.
Se domani bussasse alla sua porta un giovane dicendole “voglio imparare”, sarebbe disposto a insegnargli?
Sarei disponibile a dargli una mano e soprattutto dei consigli. Poi dovrebbe essere lui a esercitarsi, perché non basta che qualcuno ti spieghi il mestiere: devi cominciare a usare le mani e costruirti la manualità. Spero che in futuro ci sia ancora qualcuno con la voglia di farlo.
E quando arriverà davvero il momento di chiudere la bottega, smetterà anche di lavorare il cuoio?
Penso che continuerò comunque, anche perché il laboratorio è sotto casa. A quel punto potrò dedicarmi a progetti diversi, magari a oggetti particolari che oggi non avrebbe senso realizzare per venderli. Di idee ne ho tante, ma quando vivi di questo lavoro devi anche far quadrare i conti: non puoi pensare soltanto a quello che ti piacerebbe creare, devi realizzare anche cose che abbiano un mercato. Quando questo problema non ci sarà più, potrò finalmente fare qualche progetto soltanto perché mi piace farlo.














