"Per più di metà dei ragazzi accettabile controllare il cellulare della partner, stereotipi in crescita tra i giovanissimi: bisogna educare al consenso e al rispetto"
L'intervento di Barbara Poggio, prorettrice alle politiche di equità e diversità dell'Università di Trento, dopo i risultati di recenti indagini per analizzare la presenza di stereotipi di genere tra i giovanissimi: “Ne emerge un quadro che mette in discussione la convinzione diffusa che le nuove generazioni siano naturalmente più egualitarie”

TRENTO. “Gli stereotipi non si dissolvono con il tempo: si trasmettono, si aggiungono, a volte si rafforzano. Per questo non basta 'sperare' che le nuove generazioni siano più libere: serve un lavoro educativo intenzionale e continuo – al pensiero critico, alle relazioni, al consenso, alla gestione dei conflitti, al rispetto”. Sono queste le parole di Barbara Poggio, prorettrice alle politiche di equità e diversità dell'Università di Trento, dopo i risultati di alcune recenti indagini realizzate per analizzare la presenza di stereotipi di genere tra i giovanissimi.
Risultati per molti versi preoccupanti e che impongono una profonda riflessione, innanzitutto, a livello educativo – ambito nel quale, negli ultimi mesi, le polemiche non sono mancate soprattutto per quanto riguarda l'educazione sessuale nelle scuole (Qui Articolo). “Pochi giorni fa – scrive Poggio – è stata pubblicata una indagine di Cnr-Irpps, che ha coinvolto oltre 3.000 studenti di prima superiore a Roma, da cui emerge che più del 60% (il 62,3%) degli adolescenti manifesta un'adesione medio alta agli stereotipi di genere”.
Il dato, aggiunge la prorettrice, colpisce particolarmente se si guarda alla differenza tra ragazze e ragazzi: “Tra i maschi l'adesione agli stereotipi arriva a quasi l'80%, mentre tra le ragazze si ferma intorno al 40%. Ancora più sorprendente è il confronto con pochi anni fa: gli stereotipi non stanno diminuendo, stanno aumentando. Nel 2022 secondo un rapporto nazionale di Cnr l'adesione medio-alta era infatti del 37,9%, mentre oggi arriva al 62,3%”. Sebbene i gruppi di partenza siano differenti - la prima indagine, realizzata comunque dallo stesso gruppo di ricerca, era su base nazionale mentre l'ultima si concentra sulla capitale - il trend che emerge fa riflettere.
Lo studio, scrivono i responsabili del progetto, coinvolge 25 scuole secondarie di secondo grado della capitale, è stato avviato nel 2024 e terminerà nel 2029. Si prevedendo interviste faccia a faccia agli adolescenti “per studiare e approfondire patologie sociali endemiche ed emergenti tra cui la presenza e gli effetti della stereotipia di genere, un vero e proprio 'virus' sociale che, alimentandosi di irrisolte consuetudini educative, è colpevole di discriminazioni, forme di segregazione formativa e lavorativa e spesso di violenza anche estrema”.
I dati, continuano gli esperti, fanno riflettere "su una ancora diffusa convinzione dell'esistenza di ruoli di genere che vogliono il primato dell'uomo nelle posizioni apicali, quelle di comando, di potere e controllo. Tale condizionamento confina invece la donna, ancora oggi, nel dominio casalingo, ad assolvere gli oneri di cura e assistenza familiare”. Al fine di indagare in modo più approfondito questi condizionamenti sociali, è stata misurata anche l'adesione all'idea dell'esistenza di specifici ruoli di genere, che è diretta conseguenza dell'interiorizzazione degli omonimi stereotipi.
“In tal caso – dicono i ricercatori – la tecnica di ricerca prevede che venga fornito agli adolescenti un elenco di ruoli e azioni, chiedendo di indicare chi sia più portato a ricoprirli o compierle: gli uomini, le donne o se il sesso sia irrilevante. Un'adesione medio-alta ai ruoli di genere maschili, che attribuiscono agli uomini determinate capacità o attività quali comandare a lavoro, fare il presidente, fare il poliziotto, guidare, combattere nello sport, guadagnare tanto e fare lo scienziato, si rintraccia nel 47,9% dei quattordicenni romani, ed è nettamente più diffusa tra i rispondenti di sesso maschile (67,1% maschi e 23,4% femmine). Si collocano invece su un’adesione medio-alta ai ruoli di genere femminili, richiamati da attività come cucinare, occuparsi dei figli, pulire, fare la spesa, insegnare, il 33,3% degli adolescenti, con un’importante prevalenza ancora maschile (43,0% maschi e 20,6% femmine). Anche nel caso dell’analisi dei ruoli di genere, il confronto con i quattordicenni dell’indagine nazionale sullo stato dell’adolescenza delinea una tendenza decisamente preoccupante, dal momento che l’adesione medio-alta ai ruoli di genere maschili è aumentata del 10,8% e quella ai ruoli di genere femminili del 9%”.
Gli ultimi dati, dice Antonio Tintori del Cnr-Irpps: “Confermano che tali stereotipi sono maggiormente diffusi negli istituti tecnici (75,1% contro il 66,1% nei professionali e il 51,4% nei licei), tra studenti e studentesse con background migratorio (70,8% contro il 61,0% di chi possiede la cittadinanza italiana) e tra chi ha un basso status culturale familiare (71,1% contro il 52,5% di chi lo ha alto)”.
In generale, aggiunge Poggio, in questa direzione “vanno anche alcuni dati richiamati dalla recente ricerca dell'Istituto Toniolo (il report in questo caso è stato realizzato tra il 2024 e il 2025 su 2000 giovani tra i 18 e i 34 anni ndr): anche se molti giovani riconoscono oggi più che in passato i segnali di controllo nelle relazioni, emergono comunque forti differenze di genere. Controllare abitualmente il cellulare e i social del partner è giudicato 'mai accettabile' dal 61% delle ragazze, ma solo dal 47,7% dei ragazzi; vietare come vestirsi è rifiutato dal 73,7% delle giovani donne contro il 43,5% dei coetanei maschi”.
Ne emerge un quadro, sottolinea la prorettrice: “Che mette in discussione la convinzione diffusa che le nuove generazioni siano naturalmente più egualitarie. Le possibili ragioni di questo ritorno indietro sono molte. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una forte polarizzazione culturale sui temi di genere. Quando le norme sociali cambiano, spesso emergono anche reazioni difensive o di backlash, soprattutto tra i gruppi che percepiscono quei cambiamenti come una perdita di status. A questo si aggiunge il ruolo dei social media, in cui gli adolescenti incontrano sempre più contenuti che ripropongono modelli di maschilità iper-tradizionali o apertamente misogini: dalle narrazioni sulla 'crisi della mascolinità' fino alle comunità online della manosphere”.
Questi dati, conclude: “Suggeriscono che il problema non riguarda solo gli stereotipi in astratto, ma anche il modo in cui si apprendono, o non si apprendono, i confini tra affetto, possesso e controllo. Infine c'è un elemento strutturale: in Italia l'educazione alle relazioni, agli stereotipi e al rispetto di genere non è parte sistematica dei curricula scolastici, anzi continua a incontrare forti resistenze. In questo vuoto educativo, la socializzazione passa sempre di più attraverso social network, piattaforme digitali e gruppi dei pari”.












