Stop all'educazione affettivo-sessuale alle medie? Ianes: “Bisognerebbe inserirla come materia curricolare”. Il dirigente: “Ce la chiedono studenti, insegnanti e genitori”
In Commissione cultura alla Camera è stato approvato un emendamento della maggioranza per chiudere alla possibilità di coinvolgere professionisti esterni per trattare temi legati all'affettività e alla sessualità fino alle scuole medie: ne abbiamo parlato con Dario Ianes, professore di pedagogia e psicologo, e Maurizio Caproni, dirigente dell'Istituto comprensivo Riva 2

TRENTO. Dalla Commissione cultura della Camera è arrivato il via libera a un emendamento per vietare, di fatto, le attività di educazione affettivo-sessuale nelle scuole fino alle medie – formalmente le secondarie di primo grado. La modifica approvata dalla maggioranza, e che ora dovrà essere discussa e votata in Parlamento prima di diventare legge, amplia in pratica il sostanziale divieto che il ddl Valditara aveva già previsto per le scuole dell'infanzia e le primarie.
Il provvedimento
Tecnicamente, come spiega il Post, il disegno di legge e l'emendamento mirano a vietare alle scuole la possibilità di coinvolgere professionisti esterni per discutere di questi temi. Non essendo però mai stata inserita nei programmi scolastici, come attività extra-curricolare l'educazione affettivo-sessuale finirebbe di fatto per essere esclusa dal percorso degli studenti e delle studentesse fino all'avvio delle scuole secondarie di secondo grado – le superiori –, nelle quali comunque si prevedono diverse limitazioni (tra le quali la necessità di richiedere il consenso scritto dei genitori per i temi da trattare).
In definitiva, secondo quanto riportato nell'emendamento non si potranno quindi organizzare attività dedicate ai temi della sessualità e dell'affettività, precisa Pagella Politica, salvo quanto previsto dalle norme nazionali sull'insegnamento – che prevedono per gli studenti alla fine della terza media l'acquisizione di “corrette informazioni sullo sviluppo puberale e la sessualità” e sui rischi delle malattie sessualmente trasmissibili.
Il via libera è arrivato il 15 ottobre – proprio il giorno prima, tra l'altro, si è consumato in Italia l'ennesimo femminicidio, quello della 29enne Pamela Genini – e ha scatenato molte discussioni. D'altronde, la tematica è di grande rilevanza e, al netto dei non velati richiami alla fantomatica e infondata “ideologia gender” – un neologismo nato in seno a gruppi conservatori cattolici –, la fascia d'età interessata dal provvedimento è proprio quella nella quale, tra le altre cose, si comincia a conoscere l'altro sesso anche in senso relazionale.
E in un contesto sociale e culturale nel quale il femminicidio non rappresenta che il tragico vertice di una piramide formata, alla base, da comportamenti sessisti quotidiani e da una discriminazione ancora troppo spesso tollerata e normalizzata, proprio l'educazione all'affettività, alla sessualità e alla relazionalità dovrebbe essere una priorità fin dalle prime fasi dello sviluppo. Priorità alla quale vanno aggiunte anche le difficoltà che nella prima adolescenza si incontrano nella comprensione dei propri sentimenti, della propria identità, dei propri orientamenti sessuali.
“Introdurre l'educazione affettivo-sessuale come materia curricolare? Serve un'alleanza scuola-famiglie”
A ribadirlo a il Dolomiti è Dario Ianes, professore di pedagogia e didattica speciale alla Libera Università di Bolzano, psicologo dell'educazione e co-fondatore del Centro Studi Erickson. “Al di là del tecnicismo della norma – spiega – è chiaro l'impianto culturale e politico che la sottende: la contrarietà all'educazione all'affettività e alla sessualità è uno dei grandi temi delle politiche di destra. Non sorprende dunque quest'ultima presa di posizione”.
“Personalmente – continua l'esperto – credo che la priorità sia lavorare su un paradigma affettivo-sessuale, con al centro proprio il tema relazionale. Se ci si limita a parlare di sessualità il rischio è di affrontare per esempio i dettagli fisico-riproduttivi durante le ore di Scienze, limitandosi magari in seguito alle pur importanti iniziative per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili alle superiori. Così si perde tutta la componente legata, appunto, all'affettività”.
Proprio guardando a un approccio simile, ben più ampio della “sola” educazione sessuale, per Ianes più che una stretta sarebbe necessario uno sforzo di ampliamento delle attività anche ad altre fasce d'età: “Il concetto di consenso, anche se non certo in senso relazionale, si può per esempio affrontare senza problemi fin dalla prima elementare. I giovani devono essere accompagnati attraverso un'educazione alle relazioni affettive, all'amore, all'espressione di sé all'interno di modelli relazionali che stanno cambiamento profondamente e velocemente. Il rapporto tra le due parti deve essere al centro dell'analisi”.
È proprio infatti quando la relazione sfuma nella gelosia e si confonde in dinamiche di potere e controllo che si possono innescare le pericolose escalation di violenza che, purtroppo, vediamo frequentemente: “Ma è il femminicidio è solo la punta dell'iceberg, al di sotto c'è un magma di comportamenti, di problematiche piccole e grandi. E quando guardiamo alle scuole medie guardiamo proprio a una fase cruciale in cui ragazzi e ragazze iniziano a conoscersi l'un l'altro anche in senso relazionale”.
“Io arriverei a ragionare per l'inserimento di un percorso del genere come 'materia' curricolare – aggiunge Ianes – magari all'interno del programma di Educazione civica, che andrebbe naturalmente riformato. Credo inoltre sarebbe importante che insegnanti, dirigenti e istituti sfruttassero le leve di autonomia che le scuole hanno sul fronte didattico e organizzativo per la formazione dei docenti stessi su questi temi. Pensiamo all'espressione delle emozioni per esempio: è più utile un ciclo di incontri tra studenti e studentesse e uno psicologo esterno o la formazione specifica di un docente che è a contatto tutti i giorni con i suoi alunni e le sue alunne?”.
Per arrivare a questo punto però è necessario costruire un capitale di fiducia, conclude Ianes, un'alleanza scuola-famiglie che tuteli ragazzi e ragazze e insegnanti: “Gli stessi docenti vanno sostenuti emotivamente, ma la scuola italiana non riesce a supportarli come invece accade in altri settori professionali. Dobbiamo però pensare che in particolare quando parliamo di relazioni di genere gli educatori possono letteralmente salvare vite umane, instillando per esempio nei giovani maschi la consapevolezza dell'emozione, dell'affettività, del modo corretto di affrontare una separazione”.
“A chiederlo sono studenti, insegnanti e genitori”
E come ci spiega Maurizio Caproni, dirigente dell'Istituto comprensivo Riva 2 – che conta circa 820 studenti tra tre primarie e una secondaria di primo grado – a chiedere una maggiore attenzione verso queste tematiche sono, in definitiva, tutti gli attori interessati: studenti, insegnanti e genitori.
“Nella scuola – dice – e in particolare nella scuola trentina questa attenzione alle tematiche dell'affettività, della crescita e delle relazioni è ben presente. Alle medie per esempio nel mio istituto, come in tanti altri, si coinvolgono le classi terze nel programma 'edu-chi-amo', con l'intervento di personale formato (dall'ambito psicologico a quello ostetrico) in sinergia con l'Azienda provinciale per i servizi sanitari”.
“Nella mia esperienza personale però – continua – devo dire che ho sempre trovato una grande richiesta da parte dei genitori per affrontare queste tematiche fin dalla scuola primaria: con le classi quinte, per esempio, lavoriamo a un progetto insieme a una psicologa dell'università di Padova”. Si tratta di percorsi che, precisa Caproni, nella scuola trentina si organizzano da parecchi anni in sinergia con le istituzioni.
“Non oso immaginare di cancellare percorsi di questo tipo: sono iniziative collaudate e strutturate nel tempo e mai, nelle scuole in cui ho lavorato, hanno ricevuto una singola reazione polemica da parte dei genitori. Sono anzi gli stessi insegnanti e gli stessi studenti a richiedere iniziative di questo tipo: i più giovani richiedono interlocutori esperti, che su tematiche così delicate forniscano loro informazioni oggettive, scientifiche. Nelle scuole si fa proprio questo: si forniscono informazioni non si presentano ideologie”.












