Festa della Liberazione, Ianeselli: "Un insieme di ideali positivi". Spinelli: "E' riconoscersi nei principi al centro della Costituzione"
Il sindaco di Trento, Franco Ianeselli: "E' ricordare valori quali la libertà, la giustizia sociale, la fratellanza che fin da principio hanno indicato all’Italia ridotta in macerie l’obiettivo di una profonda trasformazione della società, tuttora incompleta e non di rado minacciata". Il vice presidente della Provincia, Achille Spinelli: "Quest’anno festeggeremo gli 80 anni dalla nascita della Repubblica e con l’avvio dei lavori dell’Assemblea costituente, così importanti anche per il futuro della nostra Regione e della sua autonomia"

TRENTO. La città celebra la Festa della Liberazione. Una serie di iniziative, istituzionali e culturali, per onorare la memoria dei caduti e per riflettere sui valori della libertà.
Una giornata che è iniziata con il corteo, accompagnato dal Corpo musicale città di Trento, tra i luoghi simbolo della resistenza - palazzo Thun, piazza Portela, piazza Dante, Galleria Partigiani e piazza Pasi - per concludere la sfilata con il deposito delle corone di fiori.
"In questi anni abbiamo sperimentato che il 25 aprile non è una ricorrenza sempre uguale a sé stessa, perché ogni volta si carica di nuove sfumature di significato che dialogano con il presente", le parole di Franco Ianeselli, sindaco di Trento. "Il valore della festa della Liberazione dal nazifascismo non si limita infatti al ricordo della lotta partigiana contro la feroce dittatura di Mussolini, ma consiste piuttosto in un insieme di ideali positivi: la libertà, la giustizia sociale, la fratellanza che fin da principio hanno indicato all’Italia ridotta in macerie l’obiettivo di una profonda trasformazione della società, tuttora incompleta e non di rado minacciata".
Per il primo cittadino la Festa della Liberazione non è un vecchio monumento ma un edificio in costruzione, che ha le sue fondamenta nella Resistenza.
"E' un cantiere aperto della democrazia italiana, che ha bisogno del contributo di tutti perché il progetto iniziale non venga snaturato, stravolto da aggiunte incongrue, piegato a finalità estranee a quelle prima immaginate dagli oppositori del fascismo negli anni della clandestinità, poi tradotte in principi fondamentali dai padri costituenti", aggiunge Ianeselli. "Se il 25 aprile non è mai uguale a sé stesso, altrettanto potremmo dire del fascismo che, secondo un’efficace definizione, è una sorta di 'bersaglio mobile', cioè ha una natura proteiforme e sfuggente, capace di mutare per adattarsi e riemergere in contesti diversi da quello originario. Non dobbiamo certo commettere l’errore di definire fascismo ogni singola pulsione autoritaria, ma neppure possiamo permetterci di sottovalutare i segnali inquietanti che il nostro tempo ci propone: a livello internazionale, il ritorno del nazionalismo, la guerra come metodo per risolvere i conflitti e definire le sfere d’influenza, le stragi dei civili immancabilmente camuffate da necessarie operazioni strategiche; nella politica interna degli Stati, anche democratici, la tentazione di reprimere il dissenso, di limitare i diritti di questa o quella categoria di cittadini in modo discrezionale, di governare alimentando diffidenza e paura".
Il sindaco cita alcuni protagonisti del movimento antifascista, il 2026 segna alcuni anniversari importanti: i cent’anni dalla morte di Piero Gobetti, il filosofo-giornalista a cui il duce in persona voleva “rendere difficile la vita”.
"E Mussolini riesce benissimo nell’intento perché il direttore della rivista Rivoluzione liberale, autore di tanti saggi e articoli brillanti contro il regime, muore a soli 24 anni a Parigi, in un giorno di metà febbraio del 1926, a causa delle conseguenze dei ripetuti pestaggi subiti dalle squadracce fasciste", ancora Ianeselli. "Il tragico copione si ripete poche settimane più tardi, il 7 aprile, quando un altro politico-giornalista, Giovanni Amendola, muore dopo mesi di sofferenze dovute ancora alle bastonate squadriste. Nel ’27 anche Alcide De Gasperi finisce nelle carceri fasciste. Un paio d’anni prima, al termine dell’ultimo congresso del Partito popolare italiano prima dello scioglimento, il futuro presidente del Consiglio, già presagendo quel che stava per accadere, aveva esortato ad “aspettare l’ora della giustizia, a non disperare della libertà".
Sono anni tremendi: dal delitto Matteotti del ’24, il fascismo non ha più freni. Tra il ’25 e il ’26 approva le leggi fascistissime, che trasformano lo Stato liberale in una dittatura totalitaria centralizzando il potere nelle mani di Mussolini e dei suoi gerarchi. Quella di Matteotti, Gobetti, Amendola e De Gasperi può essere considerata a pieno titolo la prima Resistenza, anticipazione ideale della successiva guerra di Liberazione portata avanti da partigiani coraggiosi come Giannantonio Manci, Mario Pasi, Ancilla Marighetto e Clorinda Menguzzato.
"Nonostante la repressione, gli omicidi, le purghe, il confino, l’antifascismo resiste nel corso del Ventennio in clandestinità, all’estero, in montagna", aggiunge Ianeselli. "Gli scritti degli oppositori vengono stampati e diffusi in segreto, si trasformano in giornali e bollettini, contrastano la propaganda fascista, tengono accesa la speranza. Il testimone della staffetta difficile e rischiosa che ha tenuto vivo l’antifascismo tra gli anni Venti e la Liberazione del ’45 è ora nelle nostre mani. Non è un testimone simbolico, è un impegno a tempo pieno. Perché, come ha scritto di recente l’intellettuale turca Ece Temelkuran, da anni esule in Europa in seguito alle minacce del regime di Erdogan, 'malgrado i suoi pilastri secolari e il suo glorioso passato, la democrazia non è così inattaccabile come sembra, soprattutto se il nemico è la barbarie politica', contro la quale le nostre armi si rivelano talvolta spuntate. Soprattutto se 'l’estrema disuguaglianza', che è forse la cifra più preoccupante di questa epoca inquieta, sembra 'negare il fine stesso della democrazia', la giustizia sociale, con il risultato che 'ci sono sempre meno persone disposte a difendere la democrazia'. Questa giornalista e attivista nata ai confini dell’Europa ci riporta a uno dei punti cruciali del pensiero antifascista elaborato negli anni di opposizione al regime: come ha sintetizzato in modo mirabile l’indimenticato presidente-partigiano Sandro Pertini, 'la libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame'. Senza giustizia sociale dilaga il rancore, senza giustizia sociale anche la partecipazione viene percepita come una pantomima inutile. E i demagoghi prosperano erodendo dall’interno e delegittimando le istituzioni liberali".
In Italia "oggi non è possibile essere a-fascisti, non è ammissibile sospendere il giudizio sull’operato di Mussolini né considerare un capitolo chiuso, punto e a capo, quella lunga sequela di orrori che va dall’alleanza con Hitler alle leggi razziali ai crimini coloniali. Non fosse che per il fatto che quando sei stato malato gravemente, non puoi dimenticare né quale sia stata l’origine del morbo da cui sei guarito né quali siano i suoi sintomi perché rischi una ricaduta mortale", dice Ianeselli. "Neppure si può comprendere chi considera il 25 aprile una festa di parte: noi siamo qui oggi per ribadire che la Liberazione appartiene a tutti coloro che credono nella democrazia e mettono al primo posto la dignità della persona, in ogni circostanza e nessuno escluso. La Liberazione appartiene alle milioni di persone che ancora oggi nelle piazze del mondo gridano 'Mai più tiranni', mai più soprusi arbitrari, mai più paura. E intonano Bella Ciao, il canto partigiano diventato a ogni latitudine un inno universale alla libertà e alla fratellanza".
A intervenire anche la Provincia, presente al sfilata con il vice presidente Achille Spinelli.
"Sono convinto che tutti noi, presenti a questa cerimonia dedicata all’81esimo della Liberazione, riteniamo ci sia un nesso inscindibile che lega il 25 aprile al processo fondativo dell’Italia repubblicana sancito il 2 giugno 1946 con il voto popolare a suffragio universale", commenta Spinelli. "Quest’anno festeggeremo gli 80 anni dalla nascita della Repubblica e con l’avvio dei lavori dell’Assemblea costituente, così importanti anche per il futuro della nostra Regione e della sua autonomia".
Rivendicare il nesso tra il 25 aprile e il 2 giugno è "anche riconoscerci una volta in più in quei valori e in quei principi che sono al centro della nostra Costituzione. Tra questi, in alcuni momenti meno percepito e alle volte messo in discussione, il principio dell’autonomia", spiega Spinelli. "Autonomia come garanzia per rispettare le peculiarità e le diversità dei territori, ma anche anticorpo contro le possibili degenerazioni autoritarie e centralistiche che il fascismo aveva generato in virtù della propria idea di Stato. Autonomia, e non è un caso, diventata strumento per promuovere e garantire i diritti delle minoranze linguistiche e la convivenza tra gruppi etnici. I padri e le madri costituenti, tra le quali vorrei ricordare le trentine Elsa Conci e Maria de Unterrichter, stabilirono insieme le 'regole del gioco', accomunati da un orizzonte ideale democratico frutto delle esperienze che ognuna e ognuno di loro aveva vissuto".
Questo, per Spinelli, vale anche per Alcide De Gasperi, al quale "ci sentiamo legati come popolo trentino a prescindere dal nostro diverso orientamento politico e in nome del quale la Provincia autonoma di Trento ha istituito il premio 'costruttori d’Europa'. La decisione di procedere nel 2026 con l’assegnazione del Premio vuole avere un significativo particolare in occasione di questo 80esimo che riguarda anche un’altra data fondamentale".
Il 5 settembre 1946 è la data dell’accordo di Parigi firmato dallo stesso De Gasperi e dal ministro austriaco Karl Gruber. "Quella soluzione così lungimirante non sarebbe stata possibile se non con la netta sconfitta del fascismo e del nazionalsocialismo hitleriano, regimi che nel 1938-39 si erano accordati per attuare il progetto di spostamento della popolazione di lingua tedesca verso i territori del Terzo Reich", continua il vice presidente della Provincia. "Credo che giovi alla memoria pubblica del Trentino ricordare che le cosiddette opzioni vennero estese, con conseguenze laceranti e drammatiche, anche ai mocheni, ai cimbri e ai ladini. E’ un’intero patrimonio di esperienze e di vissuti delle nostre comunità che pesa sulle scelte del 1945 e del 1946".
Più di 40.000 trentini parteciparono direttamente alla seconda guerra mondiale, 10.000 furono gli internati militari nei lager nazisti, migliaia gli oppositori al fascismo, i perseguitati politici e infine coloro che pur tra mille difficoltà scelsero di aderire alle formazioni partigiane, fuori e dentro i confini della nostra provincia.
"Credo che noi dobbiamo coltivare con cura questa eredità perché essa alimenta il senso di responsabilità", evidenzia Spinelli. "E’ la responsabilità di vivere e praticare la partecipazione democratica resa ancor più significativa dalle peculiarità della nostra vicenda autonomistica. Un’autonomia che ha bisogno, per crescere, di ispirarsi alle parole contenute nella 'Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine' firmata dopo un convegno clandestino a Chivasso il 19 dicembre 1943. Un documento elaborato dai rappresentanti valdostani e valdesi. Dove si esplicitano le posizioni autonomistiche e federaliste per la costruzione della nuova Italia: perché 'un regime federale repubblicano a base regionale e cantonale è l’unica garanzia contro un ritorno della dittatura' principio che si collega alla richiesta che 'alle valli alpine dovrà essere riconosciuto il diritto di costituzione in comunità politico-amministrative autonome sul tipo cantonale'. Da questa parte delle alpi, nel Trentino dell’Alpenvorland, pronunciamenti di analogo tenore sono proposti nel Manifesto-programma del febbraio 1944, elaborato dal gruppo resistenziale guidato da Giannantonio Manci: l’Italia repubblicana inserita negli Stati Uniti d’Europa e un assetto autonomistico come antidoto al centralismo dittatoriale. Ambedue i documenti legavano la prospettiva politico-istituzionale alla soluzione dei gravi problemi economico- sociali aggravati dalla guerra".
Di Manci si ricorda che qualche mese dopo, il 6 luglio 1944, trovò la morte dopo le torture e gli interrogatori della Gestapo e delle Ss. Analogo destino toccò a Emile Chanoux, esponente cattolico della Resistenza valdostana e autore della Carta di Chivasso, che venne ucciso dai nazisti il 18 maggio 1944.
"Le loro idee diventarono patrimonio dei Costituenti. E’ vero: non furono accolte interamente e molto di più si avrebbe potuto osare nell’optare per un assetto federalistico e autonomista per l’Itala repubblicana. Complessivamente la Costituente fu un grande laboratorio, animato dallo spirito democratico e ricostruttivo. Vi furono discussioni accese, mediazioni, ricerca di soluzioni unitarie non sempre facili. A figure come Manci, Chanoux e alle nostre madri e ai nostri padri costituenti dobbiamo guardare con rinnovata attenzione. Possono essere per noi tutti, per tutte le parti politiche che si riconoscono in questo alveo, guide e ispiratori", conclude Spinelli.












