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Belluno
14 aprile | 17:23

"Quando ho saputo di Mukhtar, morto in bici mentre tornava a casa, ho pensato ad Abidou: quei 12 chilometri a piedi dopo lavoro il prezzo di una vita ai margini"

Il racconto di un passaggio in auto offerto nel mezzo della notte ad Abidou, lavoratore straniero che ogni sera faceva 12 km tra piedi e treno per tornare a casa. Un ricordo riaffiorato spontaneamente dopo la recente morte di Dowh Mukhtar, che sta alimentando in queste ore il dibattito sulla situazione dei lavoratori "invisibili" - per i quali i sindacati bellunesi annunciano un presidio

BELLUNO. “Quando ho saputo di Mukhtar, caduto dalla bici mentre tornava a casa, ho ripensato ad Abidou. A quella strada che faceva ogni sera. A quante strade come quella vengono percorse nel buio, da gente che nessuno vede, che nessuno aspetta se non arriva”.

 

A scrivere è Christian De Pellegrin, ex sindacalista da sempre legato ai temi che riguardano il mondo del lavoro. Quel mondo che solo poche ore fa ha conosciuto l’ennesima morte di un uomo, Dowh Mukhtar, mentre tornava a casa dopo il turno notturno in un supermercato (qui il fatto). L’incidente ha subito sollevato numerose riflessioni, nonché l’annuncio di un presidio unitario davanti al centro commerciale Mega alla Veneggia di Belluno, per venerdì 17 aprile alle 11 da parte dei sindacati bellunesi.

 

Filcams Cgil Belluno e Fisacat Cisl Belluno parlano infatti di “invisibili” nel commentare la vicenda, sottolineando come quello degli scaffalisti in appalto sia un lavoro faticoso e notturno, che vede prevalentemente occupati gli stranieri. Si tratta spesso, specificano, “di migranti in fuga dalla disperazione di una guerra o di una crisi economica, che cercano di sfamarsi e sfamare le proprie famiglie all’estero, parlano a fatica l’italiano ma sono disposti a tutto pur di lavorare. Si muovono con biciclette o monopattini, di notte, in silenzio, perché i servizi pubblici sono inesistenti e non hanno la possibilità economica di prendere la patente e acquistare un’auto, attraversando le strade bellunesi, spesso pessime per il manto stradale e la scarsa luminosità. Non è il primo caso di infortunio per lavoratori che viaggiano in bici o monopattino, molti lavorano in altri settori e fanno anche 15/20 km per andare al lavoro”.

 

Uno di loro lo ha incontrato anche De Pellegrin, che racconta l’episodio. “Quando Abidou mi chiese quel passaggio - ricorda - era una sera di novembre e pioveva. Una di quelle piogge sottili che ti entrano nelle ossa e fanno venire i brividi. Avevamo finito il turno, lui si stava infilando il giubbotto, uno di quelli imbottiti che vanno bene quando fa freddo ma quando piove diventano pesanti. ‘Vai verso Belluno?’ mi disse, quasi scusandosi. Gli risposi di , anche se non era proprio sulla mia strada. Salì in macchina e per un po' non parlò, guardava fuori dal finestrino, ma non si poteva vedere granché”.

 

Da lì la confessione di Abidou, che ogni sera percorreva la strada da Sedico alla stazione di Bribano a piedi, almeno tre chilometri, per prendere il treno per Belluno. E poi da Belluno altri tre chilometri, a piedi o in bici, fino in Via Vittorio Veneto dove arrivava a mezzanotte inoltrata - se il treno era in orario e tutto andava bene.

 

Dodici chilometri ogni sera, dopo otto ore in piedi a caricare bancali. Gli chiesi perché non si fosse cercato una casa più vicina - prosegue De Pellegrin - e mi guardò come si guarda uno che ha fatto una domanda stupida. ‘Costa troppo’ disse semplicemente. A volte un amico camerunense che lavora con lui gli dava un passaggio, ma non sempre si può chiedere, non sempre l'altro ha la macchina, non sempre gli orari coincidono. Ci sono sere in cui sei solo con la strada davanti e la fatica nelle gambe”.

 

Quella sera fu lui a dargli un passaggio, risparmiandogli la lunga strada. “Tornando a casa - ammette - pensai che dodici chilometri sono niente in macchina: dieci minuti, un quarto d'ora se trovi traffico. Ma a piedi, di notte, dopo il lavoro, sotto la pioggia, sono un'altra cosa: sono il prezzo invisibile di una vita ai margini”.

 

Il pensiero a Mukhtar diventa inevitabile. “Ho ripensato ad Abidou - conclude - e alla strada che faceva ogni sera. Mukhtar non ce l'ha fatta a finire la sua. Chissà quante volte l'aveva fatta prima, chissà quanto era stanco quella sera. Chissà se qualcuno, prima, gli aveva offerto un passaggio. Io l'ho fatto solo qualche volta con Abidou, e mi sono sentito pure bravo, poi non l'ho più fatto. Anche perché ora ha una macchina tutta sua”.

 

Abidou ce l'ha fatta, Mukhtar no. Pensiamoci, la prossima volta che entriamo in un supermercato.

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