"Quassù nel silenzio trovano la pace", scappano da guerra e povertà, in Lessinia la comunità per minori stranieri: "Molti non avevano mai visto la neve. Sono i datori ad aiutarli a trovare casa"
Da diversi anni la comunità educativa “La Cordata” lavora in Lessinia, a Bosco Chiesanuova, per permettere a minori stranieri non accompagnati di voltare pagina: “Nel silenzio della montagna sembrano trovare la pace dopo le difficoltà del viaggio”

VERONA. Luoghi lontani, culture diverse che s'intrecciano; sogni soprattutto, accomunati da lunghi viaggi, da sofferenze troppo grandi per chi, ancora “piccolo”, lascia la propria casa in cerca di una speranza. Quando si parla dell'accoglienza di minori stranieri non accompagnati – di quei migranti, dunque, che da minorenni arrivano in Italia soli: nel giugno dello scorso anno, stando ai dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, erano 16.497 in tutto nel nostro Paese – si parla di esperienze dure, di tragitti lunghi e pericolosi, di solitudine. Di storie difficili.
Una comunità nella comunità: la missione de “La Cordata”
È proprio di fronte a queste storie però che ogni giorno, nel sistema dell'accoglienza, c'è chi si mette in gioco in prima persona per permettere a chi è arrivato in Italia cercando una vita migliore di voltare pagina. Di trovare, in definitiva, una nuova casa. E tra i tanti progetti disseminati in tutto il Paese, un esempio di grande successo vede il suo baricentro nel cuore della Lessinia, a Bosco Chiesanuova, incrociando le storie di giovanissimi migranti con una delle tematiche più sentite nel mondo delle terre alte (e non solo): quella dello spopolamento.
È in questo delicato e prioritario equilibrio, infatti, che si muovono le attività della Comunità educativa 'La Cordata', un progetto promosso proprio dal Comune di Bosco Chiesanuova e gestito oggi in collaborazione con due cooperative: Prassi e Ricerca e La Tata.
Di loro il Dolomiti aveva già parlato nelle scorse settimane, presentando il progetto della prima “pizzeria sociale” della Lessinia – i Roersi – nella quale negli ultimi mesi sono transitati, formandosi come pizzaioli, diversi dei ragazzi ospitati nella Comunità educativa di Bosco. Al di là del lavoro e dei possibili sbocchi professionali offerti ai giovani però, ci spiegano Francesca Finetto e Giuseppina Salvetti – rispettivamente responsabile di Prassi e Ricerca e assistente sociale di progetto – l'obiettivo de 'La Cordata' è più ampio: “Riuscire ad aprire, rispettivamente, la Comunità e il territorio l'una all'altro”.
Attraverso il Mediterraneo, lungo la rotta balcanica
“La nostra realtà è nata nel 2017 – raccontano – e accoglie 10 minori stranieri non accompagnati. Ci inseriamo nel contesto dell'accoglienza di secondo livello del Sistema accoglienza e integrazione nazionale, e lavoriamo quindi insieme ai ragazzi per permettere un inserimento virtuoso in ambito scolastico e lavorativo”. In generale infatti, come spiega l'osservatorio “Con i Bambini” in un recente report nel quale si riporta l'andamento del numero di giovani migranti soli nel nostro Paese negli ultimi mesi – oltre 17mila, secondo quanto riportato, a fine 2025 –, le norme vigenti delineano in Italia un sistema di accoglienza su due livelli: il primo, finalizzato all'identificazione e alla prima assistenza, e il secondo, successivo all'iniziale fase emergenziale.
A livello numerico, si scrive ancora nel report, la maggior parte dei minori non accompagnati – il 78% - ha tra i 16 e i 17 anni, fascia d'età nella quale la prevalenza maschile è notevole: oltre il 90%. Tra gli ospiti de 'La Cordata', continuano Finetto e Salvetti, molti sono partiti per cercare lavoro e opportunità per sostenere la famiglia nel Paese d'origine.
“Per quanto riguarda il nostro centro – dicono – la provenienza in questo ultimo periodo è principalmente africana: Gambia, Costa d'Avorio, Guinea, Tunisia. Paesi al quale va poi aggiunto il Bangladesh”. Al di là delle loro origini però, a legare i ragazzi è in primis la dura esperienza del viaggio. “Tutti arrivano dopo un lungo percorso – precisa Salvetti – che normalmente dura dai 2 ai 3 anni. Guardando in particolare al contesto africano, le motivazioni che spingono persone così giovani a partire e lasciare la loro casa sono diverse: povertà estrema, guerre, conflitti sociali, sistemi oppressivi. In generale non vedono una possibilità di futuro e si mettono in cammino per cercarne uno. Talvolta la necessità è di tipo 'familiare': dopo la morte del padre per esempio, spesso i figli maggiori sentono la responsabilità di provvedere per la famiglia a livello economico e arrivano a scappare di nascosto dalle madri, che non li vorrebbero far partire. Sono storie che abbiamo sentito più volte negli ultimi anni”.
Così i giovanissimi – si parla anche di ragazzini di 12 o 13 anni – finiscono presto nelle mani di chi organizza il traffico dei migranti verso il Mediterraneo: “Al loro arrivo in comunità – continua l'assistente sociale – ricostruiamo la storia dei loro viaggi e quasi sempre riscontriamo dei punti fissi: dalla paura alla partenza ai soldi che finiscono durante il tragitto verso nord fino al vero e proprio sfruttamento che subiscono per racimolare il necessario per comprare un posto sui barconi”.
Diverso, ma altrettanto difficile, il percorso attraverso la rotta balcanica: “Ascoltare il viaggio da est – spiega Salvetti – è una sofferenza immane. Ad ogni attraversamento di confine è la stessa storia: i ragazzi si nascondono sotto i camion, se beccati vengono spesso privati dei loro averi, anche dei vestiti, e lasciati al freddo, arrestati e portati in prigione o rispediti indietro”.
Voltare pagina: “I datori di lavoro aiutano a cercare casa”
È in questo delicato contesto che, dopo la prima accoglienza, s'inserisce il lavoro de 'La Cordata': “Noi siamo una delle tante comunità legate alla rete Sai – dice la responsabile di Prassi e Ricerca – ma la particolarità della nostra realtà è l'inserimento in un contesto relativamente piccolo, quello di Bosco Chiesanuova. Nella maggioranza dei casi infatti progetti come il nostro sono strutturati in ambiti urbani ben più grandi, non certo in un Comune montano di poco più di 3500 abitanti. Per questo nutriamo profonda stima nei confronti dell'Amministrazione comunale e dei Servizi sociali, che hanno fortemente voluto dare vita a questa iniziativa sul territorio”.
Un'iniziativa che oggi, a quasi dieci anni dalla nascita della comunità, per quel territorio rappresenta una vera e propria ricchezza, contribuendo ad affrontare il tema dello spopolamento delle terre alte: “La crisi demografica – dice Finetto – colpisce duramente e le attività lavorative del territorio lo hanno capito molto chiaramente. Per questo i ragazzi che arrivano nella comunità sono visti sempre di più come un'importante risorsa: una ditta metalmeccanica della zona in particolare ha già assunto cinque dei nostri giovani. Altri lavorano invece durante l'alta stagione nelle molte malghe e ristoranti presenti in Lessinia: così costruiscono legami, si formano sul campo. Allo stesso tempo, grazie a iniziative come la pizzeria sociale I Roersi, noi come cooperativa cerchiamo di portare avanti attività di sensibilizzazione, di costruire relazioni che vadano anche al di là dell'orizzonte di ospitalità che possiamo garantire a 'La Cordata'”.
Al netto di alcuni particolari casi di proroga infatti, normalmente i ragazzi devono lasciare la comunità dopo il compimento dei 18 anni: “Diverse famiglie della zona – continuano le responsabili delle due cooperative – hanno preso in affidamento alcuni ragazzi poco prima della maggiore età. Ma per chi cerca di costruirsi una strada in autonomia le difficoltà sono diverse, a partire dalla questione casa”.
Una problematica che non riguarda certo solo l'altopiano – ne abbiamo parlato in più occasioni anche in riferimento a Trento, dove per uno straniero, anche se lavoratore, trovare un alloggio può risultare molto difficoltoso – ma che 'La Cordata' affronta in sinergia in primis con il territorio. “Sappiamo che la questione abitativa è problematica: la pizzeria sociale nasce proprio per favorire il contatto con la diversità e abbattere i pregiudizi. E negli ultimi anni abbiamo avuto diversi imprenditori che, assumendo i nostri ragazzi, si sono messi in gioco in prima persona e insieme ai famigliari per aiutarci a trovare loro una casa. Lo stesso continuano ovviamente a fare i servizi sociali”.
“Qui trovano la pace dopo il viaggio”
È così quindi che diversi giovani migranti hanno deciso, dopo il periodo educativo e di formazione al lavoro, di costruirsi una vita proprio a Bosco o nei Comuni limitrofi: “Qui si trovano bene – dice Salvetti – e ad un primo sguardo potrebbe stupire. Parlando di giovani si potrebbe pensare più al fascino per la grande città, per una vita più 'urbana'. Molti dei ragazzi che sono arrivati da noi hanno invece detto di apprezzare la pace, il silenzio della montagna. In città, a Verona, scendono principalmente per frequentare la scuola e, per chi è di fede mussulmana, per andare in moschea. Molti però hanno detto di apprezzare molto il contesto montano: qui si sentono tranquilli, riescono a dormire. Ed il sonno è una delle prime variabili per valutare il loro stato di benessere. A volte ci troviamo con ragazzi che si mettono a letto senza togliersi le scarpe, memori del continuo stato di allerta durante il viaggio”.
“Molti – concludono – arrivano in Lessinia senza aver mai visto la neve, senza conoscere il contesto montano. Ma in particolare per chi arriva dalle zone più rurali lo sguardo sulla montagna è diverso rispetto a quello che sempre di più si trova nei frequentatori delle terre alte: il focus non è certo sull'escursionismo o sugli sport invernali, ma piuttosto sugli aspetti più pratici, sull'allevamento per esempio. Forse richiamano così contesti che hanno conosciuto e vissuto prima di partire”.












