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Belluno
10 ottobre | 15:24

Salute mentale, la denuncia di una madre: “Sento il peso dell’essere giudicata se non riesco a gestire mio figlio. Quando non hai soluzioni, ti senti sola”

In occasione della giornata della salute mentale, il Comitato feltrino per il diritto alla salute - Giù le mani dalla sanità bellunese diffonde la lettera di una madre, che condivide la difficoltà di gestire un figlio che soffre, in una solitudine che riguarda pazienti, genitori, familiari e sempre più l’intera società odierna

(immagine generata con AI)
(immagine generata con AI)

BELLUNO. “Non posso descrivere il dolore di una madre senza parlare di solitudine, perché quando sei dentro a un dolore così grande e sei una madre, quando non hai soluzioni per placare la sofferenza di un figlio, quando ti senti impotente e hai a che fare con qualcosa che non ha esattamente un nome - e, se lo ha, non ha ancora una cura e, se questa c’è, non è ancora abbastanza - ti senti sola”.

 

Si apre così la lettera che il Comitato feltrino per il diritto alla salute - Giù le mani dalla sanità bellunese consegna alla stampa in occasione della giornata della salute mentale, che si celebra oggi, 10 ottobre. Pochi giorni dopo quella europea dei caregiver. “Se da una parte, un italiano su quattro svolge il ruolo di caregiver con un’assistenza diffusa che pesa in gran parte sulle donne - nota il Comitato - e si rimane ancora in attesa di decreti attuativi e finanziamenti adeguati per la disabilità e la non autosufficienza, per la salute mentale non va certo meglio”.

 

Non autosufficienza e disturbi mentali sono infatti accomunati dall’invisibilità, dalla mancanza di “un progetto di vita” dignitoso e dalla solitudine di chi è accanto a chi soffre. In più, è la denuncia, ci sono pochi posti per i ricoveri, mancano medici, percorsi efficaci di presa in cura e dialogo tra reparti, tra famiglia e medico, con la comunità o i luoghi di lavoro.

 

“Come Comitato - specificano - quest’anno per il 10 ottobre non staremo a scrivere di numeri e di aumento delle malattie e del disagio, di servizi o disservizi, ma chiederemo di cogliere l’occasione per ascoltare, interrogarsi e aprire un serio confronto tra le istituzioni. Per questo vogliamo dare spazio alla voce di una madre che vive da anni la condizione di un figlio con disagio psichico: non per una giornata, ma per potersi interrogare su ciò che esiste anche nei territori bellunesi e sulla necessità di mettere in discussione pratiche e decisioni e contribuire realmente a un cambiamento”.

 

Ecco allora come prosegue la lettera.

 

“Quando cerchi un dottore, e nello specifico uno psichiatra, spesso non si trova o non ha tempo o semplicemente non sa cosa dirti. Ha la pastiglia, ma la pastiglia non basta e intanto la psicologa pensa, l’oss o l’infermiere hanno altro da fare e tu ti senti sola. C’è solitudine nel sistema della salute mentale: non è solo tuo figlio ad avere dei problemi, perché questo sistema ne ha creati nell’organizzazione, nella coordinazione, nella comunicazione e soprattutto nell’ascolto. Ci mancano punti fermi cui affidarci.

 

E c’è solitudine nella società: la vive mio figlio malato, ma anch’io da madre perché sento la colpa su di me e lo stigma che c’è intorno alla salute mentale. Siamo tutti soli, ai giorni nostri ancor di più. Lo sono i giovani, che hanno bisogno di una società che li aiuti a costruire dei valori, ad amare, a volte a stare e non scappare, a confrontarsi, a non temere la critica. Invece la società ha insegnato loro che i canoni di bellezza e l’efficienza sono davanti a tutto e che si comunica attraverso i social per non dirsi niente, e tutto ciò può comportare effetti negativi anche sulla salute mentale.

 

Siamo diventati una cellula impermeabile, ognuno nella sua capsula a pensare e fare e non comunicare, ma il pensare e il fare non condivisi portano alla disperazione, alla solitudine.

 

E la solitudine, se protratta per lungo tempo, è già una patologia. Sono aumentate le malattie mentali e diminuiti i servizi dedicati a cura e prevenzione. Sento il peso della responsabilità di essere madre, giudicata se non riesco a gestire da sola mio figlio e se sono impacciata a tenere insieme famiglia e lavoro.

 

Non sempre mi è chiaro il confine della presa in carico, quanto tocca alla famiglia e quanto alle istituzioni. La mia solitudine è quella in cui mi sento abbandonata, perché mentre cerco disperatamente aiuto per mio figlio in preda a deliri e allucinazioni, devo spesso affrontare l’inadempienza del sistema socio-sanitario che si confronta con leggi insufficienti o che spesso non agevolano la situazione.

 

Mio figlio è maggiorenne e quindi non sono tenuta a sapere più di tanto sulle sue condizioni cliniche e/o sul piano terapeutico. La famiglia ci deve essere in molti casi, ma poi è scaricata e tenuta da parte in altri. Questo è ciò che vivo io con mio marito, ma che condivido con altre mamme e familiari e vi dico che tutte e tutti portiamo lo stesso dolore e viviamo la stessa solitudine e le stesse emozioni”.

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