Contenuto sponsorizzato
Belluno
01 novembre | 08:52

Un figlio, i Tso, l'uso di sostanze e la rabbia che esplode anche contro i genitori, la mamma: ''Chi ha disturbi mentali soffre e non è considerato come dovrebbe''

A raccontare a Il Dolomiti la storia di Andrea è la madre, che ripercorre con fatica la malattia mentale del figlio. Dall’adolescenza tra cannabis e compagnie sbagliate ai viaggi all’estero, senza sapere dove fosse, fino ai tso e al percorso di cura, in una struttura che però non dà a questi ragazzi ciò di cui necessitano. “In questi anni mi sono esposta perché non sono seguiti come dovrebbero. Dobbiamo superare lo stigma e parlare di salute mentale come di quella fisica”

Un figlio, i Tso, l'uso di sostanze e la rabbia che esplode anche contro i genitori

FELTRE. “Forse non sono del tutto recuperabili, ma questi ragazzi possono fare miracoli se presi in considerazione e aiutati, anche a sciogliere lo stigma della malattia mentale. Si dovrebbe iniziare a considerarla alla stregua di quella fisica, invece non c’è conoscenza, il che genera paura e la paura allontana: sono apostrofati come matti, invece si dovrebbe aiutare la società a prendere consapevolezza, partendo dalle scuole. I giovani hanno bisogno di sentirsi parte del mondo e discutere di problemi mentali farebbe bene a loro e a noi, per costruire una società diversa”.

 

A testimoniare a il Dolomiti la sua esperienza con la malattia psichiatrica del figlio è una mamma bellunese, che sente di rappresentare altre famiglie nella stessa situazione. Tra genitori, infatti, si condividono i vissuti e ci si appoggia a gruppi di auto-mutuo aiuto senza i quali ci si sente persi. “Le nostre storie sono simili - prosegue - e ci sentiamo un po’ abbandonati, forse perché c’è carenza di personale sanitario, forse non tutti sono aperti al dialogo o non hanno risposte da darci. Noi non siamo medici, siamo solo mamme e papà con un'esperienza pesante che porteremo sulle spalle ogni giorno per tutta la vita, cercando di convivere con problemi più grandi di noi”.

 

Andrea (nome di fantasia) ha poco più di trent’anni, ma da tempo vive una condizione di forte sofferenza. “Era un ragazzo solare - prosegue la mamma - e non ha mai manifestato problemi psichici se non durante l'adolescenza, quando ha iniziato a frequentare certe compagnie e usare cannabis. Il suo comportamento cambiò, era scontroso e meno socievole. Aveva 16 anni, la scuola non andava bene e il dialogo era impossibile, ma c’erano ancora momenti buoni. Poi ha iniziato a stare fuori la sera e non riuscivo più a controllare la situazione”.

 

Come spesso accade, si pensa all’adolescenza come un periodo difficile, ma quella passa e i problemi aumentano. Andrea viaggia molto, da solo o con gli amici, e a vent’anni parte per l'Australia. Torna dopo un anno, apparentemente più sereno, ma poi riprende a bere e fare uso di sostanze, “Nei soggetti fragili - racconta - già la cannabis è devastante. Alternava momenti buoni e non, ma era sempre infelice. Le sue ideazioni erano già maturate e una sera, a 25 anni, è stato fermato in delirio su un marciapiede e portato per la prima volta in psichiatria”.

 

Gli tolgono la patente e per Andrea è una goccia in un vaso già colmo, dopo la scuola andata male e il dolore per una ragazza: tutte cose per cui accumula rancore verso la sanità, i carabinieri, i genitori, il mondo intero. Così riparte per l'Australia, dove la madre sospetta usi altre sostanze. "Quando è tornato nel 2018 era strano - ammette - particolarmente eccitato e allegro, ma dopo due giorni diventò una persona che non conoscevamo, arrabbiata con tutti. Noi non lo vedevamo da un anno e mezzo, durante il quale lo abbiamo solo sentito al telefono quando chiamava lui, quindi forse aveva camuffato il suo dolore o non ne era proprio consapevole”.

 

Le acuzie di Andrea peggiorano e iniziano i trattamenti sanitari obbligatori (tso). “Sono molto dolorosi - spiega la mamma - sia per i ragazzi sia per i familiari. Inoltre, essendo maggiorenne, la legge non prevedeva l'obbligo di cura, che lui non accettava, per cui aveva continue ricadute. Ci dissero che appunto perché maggiorenne bisognava attendere un’acuzie importante, ma è un sistema che non capisco: se un ragazzo ha una patologia mentale di questo tipo non possiamo aspettare che compia un reato per obbligarlo a curarsi”.

 

Sono anni invivibili: Andrea riparte per l’India e torna in preda a una forte acuzie, si sente perseguitato, è denutrito e disidratato. “Volevamo partire per il Paese - confessa - pur non sapendo dove si trovasse, eravamo in preda al panico. Ci siamo rivolti a polizia, Farnesina, carabinieri, ma anche per loro era impossibile rintracciarlo. Per fortuna, in qualche maniera è tornato: penso spesso che questi ragazzi abbiano un angelo custode che li protegge”.

 

Proseguono ricoveri e tso e le cose diventano sempre più faticose da reggere, finché Andrea compie un piccolo reato e parte il percorso ancora in atto presso il Ctrp di Feltre, una struttura con problemi più volte segnalati (qui). “In questi anni mi sono esposta - afferma - perché questi ragazzi non sono seguiti come dovrebbero. Non basta il farmaco, dovrebbero ricevere un’educazione psicologica mirata e un piano terapeutico che li coinvolga su come affrontare la società. Soffrono tanto e noi genitori non bastiamo, abbiamo bisogno di una cooperazione con i medici, anche se i nostri figli sono maggiorenni”.

 

“Ho presentato all’Ulss le criticità - aggiunge - pur senza puntare il dito sugli operatori, che devono fare anche il lavoro del personale che manca, e ho scritto anche a Zaia quando era presidente. Rimango delusa da questo sistema: i ragazzi hanno bisogno di aiuto, come noi genitori abbiamo bisogno della nostra salute per seguirli, ma siamo impotenti. Il dolore più grande è voler fare qualcosa per tuo figlio e non avere nulla con cui poterlo aiutare ad attenuare il suo”.

 

Oggi Andrea è più sereno, almeno finché rimane in una struttura protetta, nella quale però non vive sempre bene. “Mi ha riferito - conclude - che entrano alcolici e se li dividono tra pazienti e questo non dovrebbe succedere. Un ragazzo, oltretutto senza una famiglia, beve ed è depresso ma secondo Andrea è dato per perso. Eppure la rassegnazione è la cosa peggiore. Sono una mamma come tante e ora riesco a parlare di tutto ciò, ma ci sono voluti anni prima di sapere dell’esistenza di gruppi di aiuto cui rivolgersi per non sentirsi soli e capire che la nostra storia non è unica”.

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
| 01 novembre | 08:52
A raccontare a Il Dolomiti la storia di Andrea è la madre, che ripercorre con fatica la malattia mentale del figlio. Dall’adolescenza tra [...]
Cronaca
| 01 novembre | 06:00
Il mandato di Ferro scadrà ad aprile e, sul suo possibile mancato rinnovo, Tonina preferisce non entrare nel merito. Duro il commento che arriva [...]
Cronaca
| 01 novembre | 07:53
Nonostante l'intervento immediato dei soccorsi sanitari per il 52enne, purtroppo, non si potuto fare nulla. Troppo gravi le ferite provocate dallo [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato