Lotta per la vita tra tumore e fibrosi cistica: Concetta e Aaron, madre e figlio rimasti senza casa. "Lui sta perdendo la speranza. Viviamo ospiti e i farmaci stanno finendo"
Tra sfratti, contratti di lavoro persi e l'odissea per ottenere una residenza fittizia che garantisca almeno i farmaci salvavita, il grido d'aiuto di Titti e suo figlio: "Noi siamo onesti e quando ce siamo dovuti andare dal nostro appartamento lo abbiamo fatto, perché non potevo più pagare. Ora però ho paura. Abbiamo chiesto aiuto ovunque e nessuno ci ha aiutato. La situazione può precipitare da un secondo all'altro"

BOLZANO. Oggi parliamo di Concetta, Titti per gli amici. Una madre che non sa più cosa fare. Malata, dovrebbe curarsi, ma per ora ha messo addirittura la sua salute in secondo piano perché “c'è altro da risolvere prima”.
Perché tra poco, lei e suo figlio, potrebbero finire per strada. Una casa non ce l'hanno da un po', sono ospiti da conoscenti. E la situazione è più che precaria. Concetta lavora, fa le pulizie dove e quando riesce e non si è mai tirata indietro di fronte a nulla.
C'è suo figlio, Aaron, 36 anni, malato di fibrosi cistica. Aaron, prende farmaci specifici, deve fare terapie che non possono essere rimandate. E in questo momento è arrabbiato, piange. Non si cura e si sta lasciando andare. “Non ho più la voglia di combattere, tanto a cosa serve? Guarda in che che situazione ci troviamo? Come possiamo uscirne? Siamo brava gente, e ci troviamo a fare la fame”.
E come detto, Titti non si sta curando a sua volta. Perché c'è una situazione da sistemare. “Non abbiamo più una casa, non ho la possibilità di lavorare stabilmente. E tra poco potremo finire per strada”.
In questo momento i due vivono in una stanza. Non hanno una residenza ufficiale e fino a pochi giorni fa non avevano nemmeno l'assistenza medica.
Solo oggi, grazie a una piccola soluzione temporanea, Titti è stata dal medico. Perché senza la residenza, non puoi avere il medico di base. E senza il medico di base Titti non si poteva fare vedere. Senza contare, appunto, che non ne aveva intenzione. E' andata solo perché quel fiato corto, cortissimo, che la tormenta da un po' sta diventando preoccupante. Senza contare l'altra patologia, quel “brutto male” che sta ignorando perché prima viene suo figlio.
Vi avviso: la storia che vi stiamo per raccontare sarebbe piena di dettagli tecnici, di carte da leggere, di passi sbagliati fatti da istituzioni, privati, avvocati, parenti e esseri umani in generale. Ci sono le carte, ci sono le prove, ma non le spiattelleremo qui, non faremo i nomi e cognomi, non mostreremo le email.
Perché vogliamo raccontare una storia non puntare il dito. Perché la situazione è disperata. Se qualcuno volesse leggere le carte per accertarsi di tutto, siamo a totale disposizione, sia io che scrivo, che Concetta e tutte le persone che hanno cercato di aiutarla.
Concetta ha 60 anni, compiuti da poco. La sua storia arriva da Bolzano. Nel 1989 si sposa, con una persona che purtroppo si rivela subito essere quella “sbagliata”, come dice lei. “Ho vissuto con una persona che mi ha fatto fare una vita di rinunce e di sacrifici. Ma io non mi sono mai tirata indietro di fronte a nulla, facendo tutti i lavori del mondo. Anche perché nel 1990 è arrivato Aaron, al quale a sette anni è stata diagnostica la fibrosi cistica”.
Se si cerca banalmente su google, la definizione è la seguente: grave malattia genetica ereditaria che provoca la produzione di muco molto denso, il quale ostruisce i polmoni e danneggia l'apparato respiratorio e digerente. Insomma, una patologia polmonare veramente brutta. Di quelle che spaventano, tanto. E che fanno avere paura per la vita di chi ne è affetto.
“Anche in questo caso affronto tutto da sola – ci racconta - medici, cure e ovviamente continuo a lavorare, fare sacrifici e rinunce”. Gli anni passano, con difficoltà, ma Titti non molla e in qualche modo riesce a fare si che tutto funzioni. “Nel 2018 arriva la mia diagnosi di tumore al seno, mentre nel luglio dell'anno dopo mio figlio ha vari episodi di emottisi”. Aaron emette “sangue rosso vivo dalle vie respiratorie”, per essere chiari. “Accade di nuovo nel 2020, tanto che Aaron viene ricoverato e trasferito a Verona per un intervento all'arteria polmonare. Nel frattempo io perdo il lavoro per la pandemia”.
Brancolando nel buio e sperando nel domani, Titti va avanti, tra cure e farmaci. E una situazione che in casa si fa sempre più tesa. “Nel 2023 ho però trovato finalmente un lavoro stabile come donna delle pulizie, ma non bastava e non riuscivo a pagare l'affitto. Allora i lavori sono diventati due. Questo mi ha dato la forza di cacciare mio marito di casa e di rivolgermi ai servizi sociali della città”. E qui arriva il più classico degli inghippi: lei è ancora sposata, sulla carta. Quindi l'aiuto le viene rifiutato. “Ho fissato subito la data per la separazione. Ma lui, quel 3 Luglio, lui non si è presentato. E io continuo a essere in estrema difficoltà”.
Nel 2024 un cugino la mette in contatto con un avvocato, convinto non solo che la possa aiutare, ma che ci siano anche margini per fare qualcosa. Non solo è precaria e nessuno la aiuta, ma l'appartamento nel quale vive è pieno di muffa. Non serve spiegare che in quelle condizioni un ragazzo con un grave patologia polmonare, non può vivere. Titti ci sta e capisce che con l'aiuto di un legale può iniziare una battaglia per tenersi la casa, e anzi, per venire ripagata di tanti anni vissuti in maniera precaria.
“Mi sono fidata al 100% del mio legale, anche perché io – mi dice – cosa ne so di cose tecniche come queste? Non sono preparata su queste cose e mi sono sempre fidata di chi, professionalmente, fa questo e ho fatto tutto quello che mi chiedevano di fare". La sua sincerità è disarmante. Ma è quella di tanti come lei, che giustamente si fidano di chi hanno davanti. Poco dopo l'inizio della battaglia legale, arriva la nuova brutta notizia: la convocazione in tribunale per lo sfratto esecutivo e sul piano legale non viene fuori niente. Lei resta sola.
Ci sono tante cose che avrebbe potuto fare, è vero. Ma se una persona normale e modesta si trova ad affrontare cose che non sa, che non capisce, come può procedere? Chiede aiuto a chi ne dovrebbe sapere, ovvio. Nel frattempo aveva fatto richiesta per una casa Ipes, ma i tempi sono lunghissimi, non c'è alcun margine. Le dicono che forse, vista la patologia di Aaron, lui potrebbe ottenere qualcosa ma i tempi stringono, non si può aspettare. E poi arriva il momento tanto temuto. “Il 2 Settembre 2024, mentre mio figlio era a Rovereto in day hospital ho saputo che il primo ottobre avremmo dovuto lasciare l'appartamento”. Titti non pensa nemmeno per un secondo di “barricarsi dentro”.
“Mi hanno detto tutti che con la mia situazione e un figlio malato nessuno mi avrebbe cacciata di casa o che ci sarebbe voluto chissà quanto. Ma io e mio figlio siamo onesti e allo stesso tempo non possiamo e non vogliamo vivere nella paura che i carabinieri, o chi per loro, ci possano suonare al campanello da un secondo all'altro e portaci fuori. Se io ho lo sfratto me ne vado, sono una persona onesta”. Ma prima si è rivolta ai servizi sociali, ovviamente. “C'era sempre il problema del matrimonio ancora in essere. Però mi hanno detto che potevo cercarmi un appartamento e farmi preparare un pre contratto, così da poter poi valutare se aiutarmi. Mi hanno anche mandato degli annunci di case in affitto. Mi son sentita presa in giro: se non posso restare nella casa dove sono ora perché non ho i soldi per l'affitto, come posso cercare un'altra casa?”.
E allora qual è stata l'unica soluzione? Andare dove qualcuno la ospita, tra conoscenti e amici. Titti e Aaron iniziano ad abitare da una parte, poi dall'altra. “Ho dovuto lasciare tutti i miei lavori e con il tempo, a forza di spostarci, siamo arrivati a Monza e abbiamo perso la residenza. Ma non avevamo nessuna alternativa. Dove potevamo andare?”. “Ho chiesto aiuto ovunque, anche a Trento e Rovereto. Mio figlio dovrebbe stare vicino ai due ospedali che lo curano, Rovereto e Verona. Ho chiesto anche a Verona, ma il problema è sempre la residenza che non c'è. Mi sono rivolta anche a diversi centri d'accoglienza”.
Insomma, le ha provate veramente tutte. L'elenco delle associazioni e delle istituzioni con le quali è entrata in contatto è infinito. Ma il problema va oltre: “Non avendo più residenza non abbiamo neanche copertura sanitaria, quindi mio figlio non potrà più fare controlli ne ricevere farmaci. La scorta finirà a settembre. Ovviamente lui si sta lasciando andare e non vede via d uscita”. Dopo vari girovagare, arrivano a Monza, nella stanza dove dormono oggi sempre ospiti. Grazie alla parrocchia di Monza Titti conosce un'assistente sociale che la aiuta e che le parla di “residenza fittizia”, una procedura grazie alla quale chi non ha casa, o non ha una casa stabile, può iscriversi all'anagrafe di un Comune, per ottenere almeno i servizi base.
Questa residenza fittizia è arrivata qualche giorno fa, mentre stavamo già scrivendo questo articolo. Non che si sia risolto tutto, ma almeno, ci sono le cure minime. “Da quando Aaron ha scoperto di non avere più copertura sanitaria, non ha potuto fare gli esami di routine, richiesti dall'ospedale di Rovereto. Ho visto sul suo volto la desolazione, la sconfitta, lo sconforto, il dolore, e le lacrime che venivano giù. Io ho provato a fargli coraggio, con le parole e la rabbia che mi montava dentro. Ho contattato tutti coloro che potevo contattare. Un aiuto è arrivato solo dalla parrocchia Cristo Re di Monza che ha messo una buona parola per noi con i servizi sociali e per una volta non ci siamo sentiti abbandonati”
“Ora la residenza fittizia, c'è. Festeggiamo perché abbiamo l'assistenza medica. Ti pare normale? Siamo brave persone, io sono riuscita a trovare qualche lavoretto qua e la, sono disposta a tutto e vorrei trovare un lavoro fisso. E invece ci danno la residenza che danno ai senza tetto, è umiliante”. “Non voglio sottolineare oltretutto che adesso, il problema è che mio figlio attende ancora i suoi farmaci perché, da Rovereto, l'ospedale non sa ancora dove inviare la prescrizione. Un altro inghippo burocratico assurdo. Che li mandino dove vogliono, basta che me lo dicano, così li vado a ritirare”.
E ora? Ora Titti ha bisogno di rimettersi in piedi. Come cerca di fare di anni. Cerca una mano che le venga tesa, un cuore aperto che le dica “guarda ho un monolocale, una stanza, un posto qualsiasi dove puoi ripartire. E dove Aaron può stare tranquillo”. C'è bisogno di fede, sicuramente. Ma qui si tratta di salvare la vita a due persone. Perché se per disgrazia succede qualcosa a Titti, cosa farà Aaron? Se per caso la sistemazione più che precaria di oggi, domani non ci fosse più, dove andrebbero a finire queste due persone?














