“I disturbi alimentari sono cresciuti anche tra i neonati: non si tratta solo di cibo, è bisogno di risposte per un mondo che non conoscono o che pretende troppo da loro”
Il Dolomiti ha intervistato Pamela Pace, psicoanalista, psicoterapeuta, fondatrice e presidente di Pollicino e Centro crisi genitori. L’associazione si occupa da vent’anni di disagio giovanile e disturbi alimentari, la cui crescita ha avuto un’accelerata dopo il Covid. La dottoressa ci spiega in particolare cosa sono i disturbi alimentari tra i neonati, qual è il ruolo della società e perché non vanno colpevolizzati i genitori

BELLUNO. “Dal Covid sono aumentati i disturbi alimentari, compresi i neonati che rifiutano seno, biberon e svezzamento. In tutti i casi è fondamentale prima di tutto considerare la famiglia una risorsa, mai colpevolizzandola. Spesso arrivano infatti genitori ripiegati sul senso di colpa e inadeguatezza, invece tramite l’ascolto gentile noi incontriamo mamme e papà come persone, con una loro storia, figli a loro volta e coppia e come tali devono essere parte nel percorso di terapia”.
Pamela Pace è psicoanalista, psicoterapeuta, fondatrice e presidente di Pollicino e Centro crisi genitori, che si occupa di disagio psicologico in età evolutiva, in particolare disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (dna). “Esistono, li incontriamo ogni giorno - dichiara a Il Dolomiti - a partire dalle anoressie del lattante fino a diverse forme restrittive o iperfagiche già nei primi anni di vita. Da qui il nostro lavoro di prevenzione e sensibilizzazione”.
Vediamo allora i dati post Covid, rilevati dall’Osservatorio nazionale Pollicino. Dal 2021, tra 0-5 anni sono aumentati i bambini che non accettano neanche cibi liquidi e acqua (+10%) e le ospedalizzazioni sono cresciute del 62%. Tra 6-9 anni, i dna hanno fatto un balzo del 38% mentre ansia, fobie e problemi relazionali sono cresciute del 27%. C’è stato un +30% anche nelle anoressie prepuberali (10-11 anni) e, fino ai 17 anni, emergono gravi problemi legati all’immagine corporea e aumentano gli accessi al pronto soccorso per patologie neuropsichiatriche e disturbi alimentari (+84%).
Infine, i disagi più riscontrati: dna e Arfid (restrizione o rifiuto del cibo senza la paura di ingrassare) sono cresciuti del 63% tra 4 e 10 anni, i disturbi psicosomatici e del sonno del 15% tra 6 e 10 anni, quadri di ansia, fobie e rituali e problemi scolastici registrano un +47% tra 4-8 anni e la dipendenza da device tra 6-10 anni è balzata a +37%.
Partiamo dai dna tra i più piccoli, di cui ci siamo recentemente occupati (Qui articolo). Sentire parlare addirittura di neonati è inusuale.
Nutrirsi non è solo bisogno di cibo, ma riguarda da subito la relazione con la vita e con gli altri. Coinvolge cioè il mondo affettivo la necessità di vedere riconosciuta la propria singolarità. Tramite il sintomo alimentare, i bambini danno cioè voce al ‘Chi sono io per te?’. Mi spiego: qualche tempo fa la mamma di una bambina di circa 4 anni con Arfid mi racconta di averle detto una sera che i bambini che vanno a letto con il pancino vuoto non dormono bene. La piccola risponde chiedendole se le vuole bene perché è la sua bambina o perché mangia: di fronte al rifiuto del cibo, un genitore tende a concentrare lo sguardo su quest’ultimo, ma i bambini sono anche altro.
Ciò vale anche per i neonati. Ad esempio l’anoressia fantasma riguarda la preoccupazione, prevalente nelle madri, che il neonato non mangi a sufficienza. Quest’ansia porta a insistere con il cibo, cui si ricorre davanti a ogni pianto o capriccio, così il piccolo reagisce chiudendo la bocca.
Dall’altro lato, non va però dimenticato il ruolo della società, dell'epoca storica, delle aspettative degli adulti. La qualità di questo ambiente entra in gioco dall’inizio: il pianto del bambino non è infatti solo bisogno di cibo, ma anche la richiesta che, in quel mondo sconosciuto, ci sia qualcuno che si prende cura di lui. Questo spiega quindi la precocità di alcuni disturbi: il bambino riversa nel rapporto con il cibo fatiche, dubbi e interrogativi che riguardano la relazione con la vita e diventa dubbioso, selettivo o vorace per veicolare un messaggio, in attesa di risposte adeguate dagli adulti.
Resta centrale quindi il ruolo di mamma e papà.
Chiaramente la relazione con i genitori è fondamentale, ma non è una causa sufficiente, tant’è che collaboriamo anche con istituzioni ospedaliere, scolastiche e sportive: ogni luogo significativo può essere quello in cui il piccolo veicola dei messaggi.
In più i bambini oggi sono cambiati, sono più tenaci perché si è indebolito il principio di autorità. L'eccesso di permissività non li rende più liberi, ma rischia di metterli in difficoltà di fronte a una società sempre più competitiva e performativa, nella quale il valore di una persona è sovrastato dal senso estetico, che soprattutto nel femminile significa magrezza. Pensiamo ai social: gli studi evidenziano una preoccupante implicazione nelle forme di dismorfofobia, in particolare Instagram e Tiktok per la costante presenza di forme corporee che assumono prestigio. Un esempio: Instagram ha una forte incidenza nell’ossessione per lo spazio tra le cosce, creando meccanismi di rifiuto del proprio corpo. E la confusione tra reale e virtuale può essere determinante nel rapporto di una bambina/ragazza con la sua identità.
Quindi i disturbi alimentari non possono esulare dal contesto culturale. Come clinici viviamo purtroppo gli effetti di una cultura giudicante verso la famiglia: dobbiamo invece trasmettere l’idea che, se un bambino non mangia, non è colpa della madre e del padre e che un bambino che esaspera, provoca, si oppone, chiude la bocca e resiste sta prima di tutto chiedendo che, dall’altra parte, ci siano adulti autorevoli che ci credono e non riducono tutto alla sola tavola.














