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Belluno
04 ottobre | 20:02

Disturbi alimentari in aumento tra i bambini, l'esperta: "Selezionano il cibo per controllare ansie e paure con il rischio di gravi carenze nutrizionali"

Crescono i casi di disturbi alimentari anche tra i bambini, seppur con caratteristiche diverse rispetto all’adolescenza. Il Dolomiti ha contattato il neuropsichiatra infantile Italo Pretelli, che ci spiega le possibili cause e quali comportamenti adottano i più piccoli quando cercano nel cibo un modo per controllare ansie e paure

Disturbi alimentari in aumento tra i bambini, l'esperta: Selezionano il cibo per controllare ansie e paure con il rischio

BELLUNO. “I più piccoli hanno meno possibilità di sfuggire al controllo: l’adolescente esce, inizia a correre ogni giorno, si chiude in camera e diventa impenetrabile, mentre il bambino dipende dagli adulti, quindi l’unica cosa su cui riesce ad agire è ciò che mangia”.

 

Dal 2020, l’attività clinica dell'Unità operativa semplice di anoressia e disturbi alimentari del Bambino Gesù di Roma è cresciuta del 38%. Sono cioè in aumento i disturbi alimentari, anche in età pediatrica: tra i bambini sotto i 10 anni e tra gli 11 e i 13, gli accessi sono saliti del 50% (dai 59 del 2019 agli 89 del 2024). Inoltre, si è abbassata l’età di insorgenza fino agli 8/9 anni, sia per all'abbassamento dell'età puberale nelle bambine sia per il sempre più diffuso impiego dei social network.

 

Per fare luce sul fenomeno Il Dolomiti ha contattato Italo Pretelli, neuropsichiatra infantile specializzato nella gestione di pazienti ricoverati per anoressia e disturbi alimentari al Bambino Gesù. “L’abbassamento dell’età di esordio è costante negli ultimi 20 anni. Se vent’anni fa l’età media era di 17 anni, ora è scesa a 14.5. Non mancano però i casi di anoressia nervosa a 10-11 anni, quando più che un focus sulla percezione corporea si tratta di problemi di relazione con il cibo: selettività alimentare o alimentazione mediata dalla tipologia di cibo assunta, come bambini che mangiano sempre le stesse cose e hanno fobia dei cibi nuovi”.

 

Lei si occupa soprattutto dei casi più gravi. Cosa riscontra?

Arrivano bambini anche di 5 o 6 anni, con carenze nutrizionali come lo scorbuto. Difficile generalizzare sulle motivazioni. Tendenzialmente vedono nei loro deficit fisici un problema e attivano comportamenti alimentari sbagliati che, nel tempo, si consolidano e sfociano in quella che è connotata come anoressia nervosa.

 

Sicuramente incide la trasformazione verso il corpo dell’adolescente, soprattutto per le bambine. L’età in cui avviene si è abbassata e per loro sono modifiche epocali, con componenti d’ansia accentuate dal confronto costante con l’aspetto estetico. Si pensi ad alcuni sport, come la danza, dove un certo tipo di corpo favorisce la capacità performativa.

 

Poi ci sono chiaramente gli aspetti ambientali, dal confronto con i compagni ai feedback degli adulti come il comportamento alimentare in famiglia, i commenti su cibo e fisico, fino alla percezione che la società stessa ha dell’immagine corporea. A quel punto il bambino più fragile si trincera dentro un pensiero e, per controllare le sue paure, comincia a controllare ciò che mangia.

 

Come si comporta a quel punto?

Se l’adolescente, oltre a cambiare il rapporto con il cibo, diventa più chiuso e irritabile e tende a isolarsi (qui), il bambino fino a 9-10 anni rimane un bambino che funziona globalmente, cioè non manifesta quei comportamenti né ad esempio vomita. Perciò si deve fare attenzione all’atteggiamento verso il cibo: se inizia a parlarne di più, a fare domande su alimentazione, corpo, sport o fare confronti tra se stesso e gli altri, e se cambia abitudini, come non toccare la merendina a scuola o non voler più mangiare un gelato con l’amico.

 

È consapevole dei suoi comportamenti?

No. La consapevolezza corporea completa inizia dagli 8-9 anni: fino ad allora comprende solo che può essere veloce a un certo livello o saltare a una certa altezza, ma l’idea che la sua immagine ha un effetto negli occhi altrui si sviluppa dopo. Al massimo vede il riflesso delle sue azioni nell'altro, ad esempio ‘studio e i genitori mi dicono bravo’ o ‘mi alleno e il coach è felice’.

 

Sarà il cambiamento nel corpo a modificare la percezione di sé, perciò dire a un bambino che sta sbagliando attiva opposizione e ostilità inconsapevoli e continuerà a fare quello che crede. Ho visto ragazze di 12 anni cui far notare che un dato comportamento le ha portate in ospedale non ha modificato di una virgola quel comportamento. A 15 anni la differenza è invece palese.

 

Quindi come si interviene?

Con un lavoro diverso: con l’adolescente posso fare avviare un percorso di psicoterapia, cercare l’origine del malessere e come gestirlo. Con il bambino devo coinvolgere in maniera massiccia i genitori, altrimenti è una strada senza reale via d’uscita. Il bambino vede tutto attraverso di loro, che devono capire cosa succede e far sì che ristabilisca un rapporto equilibrato con l'alimentazione.

 

Certo sono importanti anche a 17 anni, ma in questo caso, quando finisce il periodo acuto della malattia, si deve introdurre un percorso individuale. A 12 anni, invece, la cronicità è difficile da prevedere: la terapia individuale spingerebbe il bambino a sentirsi un problema, perciò l’approccio deve essere familiare.

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