“Era passata da 60 chili a 39. Nei suoi occhi si era spenta la luce. Un giorno mi disse 'ho fame, ma una voce non mi lascia mangiare'”. Una mamma, una figlia e l'anoressia
La testimonianza di una donna che ha visto la figlia cadere nell’abisso dell’anoressia a 15 anni. La mamma di Paola (nome di fantasia) ci racconta com’è iniziata, i mesi in ospedale, la fuga dal centro specializzato di Vicenza e la lenta risalita, ma anche la riflessione sul dolore legato alla separazione dei genitori e sui devastanti effetti del lockdown

BELLUNO. “Si era spenta la luce che aveva negli occhi. È sempre stata piena di allegria, invece la vedevo piangere e non capire e per me è stato un colpo al cuore. Un giorno mi disse ‘mamma io ho fame, ma una voce dentro di me mi dice di non mangiare’: lei era consapevole, ma quella voce era più forte e la spinse a chiudersi in una bolla dentro la quale era irriconoscibile”. Tutto è iniziato nel 2021. A raccontare a Il Dolomiti la storia di Paola (nome di fantasia) è la mamma, che ha accettato di far conoscere il percorso della figlia con l’anoressia nella speranza di accrescere la consapevolezza su cosa sono davvero i disturbi del comportamento alimentare.
Paola, all’epoca quindicenne, fa il liceo classico, è brava a scuola e impegnata con gli scout. “Iniziò con una dieta - spiega la mamma - e l’attività fisica. Le dissi subito di non esagerare perché si fa presto a superare il limite e mi rassicurò che non sarebbe andata oltre. Invece, oltre, ci siamo andati”. Quell’estate Paola va al mare con i vicini e vedendo le foto i genitori si allertano. Chiedono informazioni al Centro per i dca di Belluno e al ritorno della figlia la esortano a fare qualcosa. “Riduceva le quantità di cibo - prosegue - e il suo umore era molto basso. Fortunatamente ha accettato di farsi aiutare e a settembre abbiamo iniziato con la nutrizionista, della quale però seguiva solo in parte le indicazioni. Era una questione di qualità, più che di quantità: si era focalizzata solo su alcuni alimenti, come le polpettine di soia. Ma poi arrivò a mangiarne anche una sola”.
Con la ginnastica artistica, Paola ha già un fisico muscoloso e asciutto: eppure da 60 chili di peso arriva a pesarne 39. “Era partita con la dieta - aggiunge la mamma - quando il fratello più giovane, per motivi di salute, si fece seguire da una nutrizionista. A quel punto mangiavamo tutti più o meno alla stessa maniera, ma a lei non bastava. Iniziò anche a vedere la psicologa, però il dialogo era pari a zero e non riusciva a esprimere il suo disagio”.
A ottobre arriva il ricovero in pediatria per sei settimane. È ancora periodo Covid: i genitori si alternano nell’assistenza e Paola segue le lezioni online. “Si era buttata nello studio - spiega - ma l’ora dei pasti era una tragedia. Mangiava solo lo yogurt ai frutti di bosco che portavamo noi, perciò le hanno messo la nutrizione parenterale, ma ha sviluppato un’infezione con febbre alta e questo l’ha scossa. Quando siamo tornati a casa, ha accettato di andare in una struttura di Vicenza: voleva uscire da tutto ciò”. Un martedì di dicembre entra quindi a Villa Margherita, per scappare il sabato seguente, perciò i genitori vanno a prenderla e continua la terapia con l’equipe di Belluno. C’è la possibilità di andare al centro per i dca di Portogruaro, ma secondo il neuropsichiatra è preferibile nel suo caso lavorare sul territorio.
La scelta è positiva: nel giro di qualche mese riprende peso, senza mangiare chissà cosa, perché il controllo sul cibo rimane. “Non era del tutto soddisfatta - prosegue - lei si voleva magra ed era un cane che si morde la coda. Verso aprile ci siamo scontrate, perché non voleva andare dallo psicologo e dal nutrizionista. Avevo preso aspettativa dal lavoro, ma a causa del suo umore non andava bene nulla e decise di rimanere dal padre alcuni mesi. Poi è tornata, ma non ha più voluto vedere la psicologa”. Pian piano Paola trova un equilibrio, anche grazie al lavoro in una scuola materna: i bambini, secondo la madre, sono stati la sua salvezza. Si ritira dal liceo, per dare la priorità alla salute, e oggi, dopo aver cambiato scuola, si è diplomata. Con il cibo ha trovato un rapporto, ma la poca autostima resta un problema che porta ancora momenti di sconforto, per cui riprenderà gli incontri con un’altra psicologa.
Ma cosa c’era dietro l’anoressia? “Nella lettera che ci ha scritto a Vicenza - risponde la madre - ha ammesso il dolore per la nostra separazione, avvenuta quando aveva dieci anni. Noi siamo sempre stati presenti, ma probabilmente lei ha metabolizzato nel tempo. Non è facile doversi spostare ogni settimana tra mamma e papà: ogni tanto dico che forse avremmo dovuto spostarci noi anziché loro. Si vorrebbe che tutto andasse per il meglio, ma la vita reale è un’altra”.
“Come genitore - conclude - aver conosciuto l'associazione Margherita (qui) mi ha aiutata: ero in ansia, e sentendo altri genitori parlare di battaglie lunghe anni credevo di morire. In realtà le esperienze sono molto personali, anche se tutte mettono a dura prova. Io mi sono dovuta mettere in discussione, anche perché dovevo pensare all’altro figlio, ma non sei mai preparato a vedere tua figlia che si dimezza. Sicuramente poi ha pesato il lockdown: mia figlia ha fatto gli esami di terza media e vissuto il passaggio alle superiori davanti a un computer. Inoltre stava molto sui social, dove giravano i video di gruppi pro-ana (cioè pro-anoressia), in cui ragazze incitano a non mangiare, seguire determinate regole e non farsi fregare. Il tutto senza socializzare: costringendoli a vivere tra pc, tablet e smartphone è stata negata loro la parte migliore della vita”.














