L’anoressia vissuta da due genitori: “È stato un fulmine a ciel sereno, guardavamo nostra figlia negli occhi e non la riconoscevamo. Ma c’è speranza: dal tunnel si può uscire”
A Il Dolomiti il racconto personale di due genitori: gli anni con la malattia, l’importanza di confrontarsi con famiglie che hanno vissuto esperienze simili e di non perdere mai la fiducia. “Si entra in un tunnel buio dove non si sa come muoversi: sono stati gli altri ad averci aiutato a capire che dietro l’angolo c’è un punto luminoso che, più ci si avvicina, più diventa grande. E l’uscita va costruita giorno dopo giorno”

BELLUNO. “È stato un fulmine a ciel sereno, arrivato in maniera dolorosamente inaspettata, ma non abbiamo mai nascosto la malattia di nostra figlia e, soprattutto, abbiamo sempre avuto fiducia nel futuro. Diceva di avere un mostro sulla spalla che le imponeva cosa fare, ma ai genitori che oggi sono in quel tunnel vogliamo dire che dietro l’angolo c’è una luce e che, più ci si avvicina a essa, più diventa grande”. È il 2019, Giulia (nome di fantasia) ha 15 anni. Inizia ad avere poca fame, cambia abitudini alimentari, va continuamente a correre. Nega l’evidenza, ma la situazione si fa sempre più visibile. Oggi i suoi genitori trovano la forza di raccontare a Il Dolomiti quegli anni. Sottolineiamo che si tratta di un'esperienza personale e dunque non generalizzabile all'universo mondo e non si vuole minimamente entrare in discorsi medici o clinici che spettano ai professionisti e a chi studia ogni singolo caso. Qui si vuole dar voce a dei genitori spinti dal desiderio di mandare un messaggio positivo a chi sta affrontando l’anoressia di un figlio
Giulia perde in totale circa 15 chili, rifiuta il cibo, risponde male e si isola. “Inizialmente era frustrante - ammettono i genitori - poi però la guardi negli occhi e vedi che a parlare così non è tua figlia. Perciò non ti arrendi e impari a cercare il dialogo quando c’è lei presente, quando non è aggressiva, magari lontano dai pasti, quando in quegli occhi riconosci che non è quella maledetta voce a ispirarla”. La situazione arriva a un punto tale che anche Giulia si rende conto di non controllare più un circolo vizioso fatto di ossessione per il cibo e la corsa. “Capì che non faceva più quello che voleva lei - proseguono - ma qualcosa che le era in qualche modo imposto. Per noi vedere che stava male, arrivando a sostenere di non voler più vivere, equivaleva ad avere la morte nel cuore perché eravamo impotenti di fronte a una figlia che non si voleva più bene. La nostra fortuna è stata aver incontrato l’associazione Margherita (qui), dove ci siamo sentiti capiti: all’esterno, infatti, prevale spesso l’idea che si tratti di un capriccio”.
L’anoressia è davvero una di quelle situazioni che, se non vissute sulla propria pelle, non si possono capire. Non ci riescono fino in fondo nemmeno i genitori, che possono solo cercare consigli e, nelle riunioni dell'associazione, la mamma e il papà di Giulia trovano l’unica cosa che può aiutarli: dritte su come muoversi. “La parte più difficile - ammettono - è stato capire che non si tratta di mancanza di volontà, ma di una malattia psichica che affligge corpo e mente. E di una sofferenza che attraversa tutta la famiglia”.
Anche i fratelli di Giulia, infatti, ne soffrono. Sono più grandi e questo permette loro di razionalizzare, ma l’attenzione dei genitori concentrata su di lei si fa sentire. “Abbiamo saputo - aggiungono - che si sono confrontati con amici con esperienze simili. È importante che i fratelli siano sostenuti in un contesto che pone al centro la persona malata, anche se spesso ci se ne accorge a posteriori. Per noi è ancora un dispiacere non averlo fatto fino in fondo, ma abbiamo anche sempre visto un atteggiamento positivo verso la sorella, perché facevano di tutto per distrarla”.
Sono anni duri, ma accanto al dolore c’è la speranza. “Aver sempre avuto fiducia - sottolineano - è stato fondamentale per nostra figlia, che, nonostante si fosse isolata da tutti, vedeva in noi un punto di riferimento positivo. Né abbiamo mai nascosto la sua malattia, pur non riuscendo sempre a spiegarla a chi è ancorato ai pregiudizi. Tuttavia è importante che i genitori superino il rischio di isolarsi nel proprio dolore e cerchino di mantenere la vita di sempre, coltivando i propri hobby anche se il cuore piange, perché questo permette di far vedere a tua figlia che la vita vera è un’altra”.
Anche di fronte ai sensi di colpa. “Ci siamo chiesti più volte dove avevamo sbagliato - proseguono - ma così non era. Le cause possono essere tante, Giulia si è ammalata per una serie di motivi personali, gocce diverse che hanno fatto traboccare il vaso. Tuttavia, pur essendo ogni storia a sé, si tratta di ragazze solitamente brillanti, sensibili e attente ai dettagli, che pretendono il massimo da se stesse, in un perfezionismo senza il quale non si sentono di valore. E il bisogno di precisione e controllo è primario anche nella malattia”.
“Vogliamo però far passare - sottolineano - un messaggio di speranza: il percorso è lungo e difficile, ma facendosi aiutare e restando uniti si può farcela. Vorremmo che chi legge sappia che c’è sempre qualcosa in cui credere. Con questa malattia, un genitore entra in un tunnel buio dove non sa come muoversi: sono stati gli altri genitori ad averci aiutato a capire che dietro l’angolo c’è un punto luminoso che, più ci si avvicina, più diventa grande. E l’uscita va costruita giorno dopo giorno. Qualsiasi cambiamento, anche in peggio, è meglio della stabilità: i passi indietro sono inevitabili, ma rimanere nello stallo comporta il rischio di finire per star bene nella malattia”.
Oggi Giulia è laureata, ha ritrovato la sua ironia e ha imparato a convivere con se stessa. Perché con l’anoressia si scende a patti, con il dolore si cresce e con la fatica affrontata si acquisiscono le armi contro possibili ricadute. “Non ti rendi subito conto di quanto dolore prova tua figlia - concludono - ma quel dolore le ha fornito gli strumenti per capire come ascoltarsi e tutelare se stessa. Questo dà a lei e a noi ulteriore speranza, perché la forza di prendere in mano la sua vita ogni giorno deve partire da lei, come da lei è partito l’input di voler guarire”.


















