"A 2 anni aveva smesso di mangiare carne e verdura, era diventata sempre più selettiva". Disturbi alimentari tra i più piccoli, la storia di Elisa: "La svolta con i percorsi di sostegno"
Abbiamo parlato di quanto i disturbi alimentari siano in crescita anche tra i neonati e nei primi anni di vita. Un periodo al quale solitamente non si associano restrizioni alimentari, che invece esistono e saperle riconoscere è fondamentale. A raccontare a Il Dolomiti la storia della piccola Elisa è il papà, che spiega come sono riusciti a trovare aiuto di fronte a una bambina di soli due anni che aveva iniziato a selezionare sempre di più i cibi ingeriti

BELLUNO. “L’associazione ha ascoltato le nostre preoccupazioni e i nostri dubbi e questo ci ha aiutato. Elisa aveva perso la sua serenità, probabilmente anche perché sentiva la nostra ansia genitoriale, ma siamo riusciti a evitare che sviluppasse un quadro di effettiva e progressiva selettività alimentare con conseguenti impatti sulla sua crescita”.
A raccontare a il Dolomiti la storia della figlia è un papà che ha conosciuto da vicino l’esperienza di un disturbo alimentare in età infantile. La piccola Elisa (nome di fantasia) ha oggi cinque anni, ma all’età di due ha iniziato a diventare sempre più selettiva nella scelta del cibo rendendo ogni pasto impegnativo perché, spiega il papà, “da un certo momento in avanti quello che era sempre andato bene non lo andava più”.
I disturbi alimentari sono una patologia in crescita anche tra i più piccoli, per i quali si parla di anoressia del lattante e di forme restrittive o iperfagiche già nei primi anni di vita. A spiegarci di cosa si tratta è stata la dottoressa Pamela Pace, fondatrice dell’associazione Pollicino e Centro crisi genitori, i cui dati attestano un forte aumento dei disagi a qualsiasi età (qui l’intervista). Oltre i numeri, però, è la realtà delle persone a dare più concretezza a temi così delicati e questo papà ha scelto di farci conoscere la sua e dare un supporto a chi si trova o potrebbe trovarsi nella stessa situazione.
“Fortunatamente Elisa aveva ridotto la varietà dei cibi - prosegue - ma mantenendo buone quantità. Tuttavia aveva smesso ad esempio di mangiare carne e verdura, nutrendosi quasi solo di carboidrati come pasta e focaccia. Questo creava problemi anche all’asilo, dove chiaramente la selettività è meno facile da gestire”. Il primo aiuto cui i genitori si rivolgono è la pediatra, ma la reazione non è quella sperata. “Rilevando che i parametri di crescita erano nella norma - afferma - ha un po’ banalizzato la nostra preoccupazione considerando il comportamento della bambina come passeggero. Anche parenti e amici ripetevano che stava bene perché tutti abbiamo rifiutato le verdure da piccoli, eppure la selettività continuava”.
In fin dei conti, chi ha mangiato i cavolfiori da bambino? Questo arriva ai genitori, che per circa un anno non si sentono compresi. “La svolta - ammette - è stato l'incontro con Pollicino. Mia moglie ha assistito a una conferenza quando Elisa aveva circa tre anni e mezzo ed è rimasta colpita, perciò abbiamo iniziato un percorso sia come genitori sia con un sostegno alla bambina, al cui disagio la psicoterapeuta è riuscita a dare voce tramite giochi e ascolto”.
Da quel momento, la selettività alimentare di Elisa migliora: riprende a mangiare cibi prima “proibiti” e ad essere più distesa durante i pasti e all’asilo. Ma perché tutto ciò? “Il quadro che emerge - risponde il papà - non è mai completo, perché le cause sono difficilmente identificabili. Tuttavia è risultato che il recente trasferimento, con cambio di città, e alcune tensioni all’interno della famiglia avevano portato a uno squilibrio che lei ha somatizzato così”.
Secondo la dottoressa Pace “se un bambino non mangia non è colpa della madre e del padre e un bambino che esaspera, provoca, si oppone, chiude la bocca e resiste sta prima di tutto chiedendo che, dall’altra parte, ci siano adulti autorevoli che non riducono tutto alla sola tavola”. Voi come vi siete sentiti? “Ai primi segnali - ammette - ci siamo subito rivolti alla pediatra, ma inizialmente non abbiamo trovato ascolto né siamo stati indirizzati ad altre professionalità, così come tutto era minimizzato in famiglia. Non ci siamo sentiti capiti e non avevamo strumenti per scardinare la preoccupazione e il disagio che sentivamo.”
“Sono stati anni difficili, ma i percorsi di sostegno per noi e lei ci hanno fatto ritrovare un equilibrio. Oggi - conclude - continuiamo entrambi, perché richiedono tempo e ricaviamo tuttora enormi benefici. Le nostre ansie si sono ridimensionate e il comportamento di nostra figlia è cambiato, per cui mi sento di sottolineare l’importanza di intercettare i primi segnali, che spesso sono muti, non vengono verbalizzati né visti in quella prospettiva pensando a fasi di passaggio. Ma se rimane qualcosa di non detto, se non si intercetta quello che invece è un momento di difficoltà, si rischia di sfociare in situazioni più gravi. Per cui, per quanto possa sembrare banale, non posso che esortare a parlarne: meglio prima che dopo, meglio prevenire che curare, perché dobbiamo essere consapevoli che può succedere e che non serve un segnale lampante per far suonare un campanello d'allarme. Cogliere i piccoli segnali è forse la cosa migliore”.
E chi meglio di un papà e una mamma può farlo.


















