Dal Golfo Persico più petrolio di prima dell'inizio della guerra in Iran, ma i prezzi di benzina e diesel rimangono altissimi: ecco perché (e non migliorerà in poco tempo)
A spiegarlo a il Dolomiti è Stefano Schiavo, professore della Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento: “Il problema è legato sia alla domanda, ancora troppo alta rispetto alla disponibilità di greggio, che ai colli di bottiglia sul fronte della raffinazione. Ci vorrà ancora tempo”

TRENTO. Dallo scoppio della guerra in Iran, scatenata dall'attacco israelo-statunitense contro la Repubblica islamica del 28 febbraio scorso, il tema energetico – e in particolare il caro-carburanti – è stato uno dei più discussi in tutta Europa, dove da mesi ormai i prezzi di benzina e diesel sono schizzati alle stelle.
La sostanziale chiusura dello stretto di Hormuz – il passaggio obbligato tra il Golfo Persico e l'Oceano Indiano, uno snodo fondamentale per i traffici di petrolio e di prodotti derivati in tutto il mondo – aveva infatti determinato una forte crisi delle catene di approvvigionamento, con ripercussioni sui mercati internazionali dei carburanti.
Oggi però, come ricostruisce il Post, le esportazioni di petrolio dai Paesi del Golfo Persico hanno superato per la prima volta i livelli di prima dell'inizio della guerra in Iran – con circa 24 milioni di barili al giorno la scorsa settimana, più dei 23,3 milioni di barili del periodo pre-bellico. Numeri di fronte ai quali sorge spontanea una domanda: come mai, allora, i prezzi di diesel e benzina alla pompa rimangono così alti?
Il problema, spiega a il Dolomiti Stefano Schiavo – professore della Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento specializzato in economia e commercio internazionale – è più complicato di come potrebbe apparire a prima vista ed è legato “sia alla domanda, ancora troppo alta rispetto alla disponibilità di greggio, che ai colli di bottiglia sul fronte della raffinazione”. Ma procediamo con ordine.
Innanzitutto, come anticipato i dati restituiscono una situazione di sostanziale ripresa rispetto al periodo precedente al febbraio 2026 per quanto riguarda le esportazioni di petrolio dal Golfo Persico. Rispetto a prima dell'inizio della guerra però, i traffici attraverso Hormuz sono ancora quasi il 20% in meno e vengono effettuati con modalità particolari – passando a ridosso della costa dell'Oman e utilizzando delle navi per fare da spola, trasferendo il greggio a delle petroliere al sicuro più a largo. Allo stesso tempo, l'utilizzo di percorsi alternativi – oleodotti in primis – permette ai Paesi del Golfo di ridurre la necessità di passare attraverso lo stesso di Hormuz.
“L'effetto dell'aumento dell'offerta di greggio – precisa però Schiavo – non sta avendo effetti particolari sul prezzo del petrolio, che rimane molto alto, sopra quota 100-110 euro al barile. La ripresa delle esportazioni dai Paesi del Golfo è infatti controbilanciato dal sostanziale stop ai flussi dall'Iran, pari a circa un decimo rispetto ai livelli precedenti alla guerra. In altre parole i pochi Paesi che compravano petrolio da Teheran nonostante le sanzioni statunitensi, attraverso una rete di intermediari e canali commerciali opachi, hanno dovuto cercare mercati alternativi, facendo dunque crescere la domanda, anche dal Golfo, più velocemente di quanto sia aumentata l'offerta”.
E tra i Paesi che acquistavano petrolio iraniano c'era soprattutto la Cina, che rappresenta però uno snodo fondamentale anche per quanto riguarda la seconda problematica che concorre nel determinare gli alti livelli dei prezzi attuali: la raffinazione. Per poter essere utilizzato per alimentare auto, camion o aerei infatti, il petrolio deve subire particolari trattamenti, la raffinazione appunto, e la capacità mondiale nel settore è in questa fase molto sotto pressione.
“La Russia non sta sostanzialmente più esportando diesel e carburanti – continua infatti Schiavo – e la Cina, che è uno degli attori più importanti a livello internazionale per quando riguarda l'esportazione di prodotti raffinati, ad ottobre ha deciso di interrompere nuovamente i flussi verso l'estero per timore di carenze sul mercato interno. Le restrizioni, introdotte inizialmente tra la primavera e l'estate di quest'anno, erano state progressivamente allentate tra luglio e settembre, sotto la spinta dei maggiori margini di profitto delle raffinerie cinesi, che potevano beneficiare dei prezzi del diesel sui mercati internazionali, nettamente superiori a quelli calmierati sul mercato interno. Ora però le scorte sono diminuite, portando a un'ulteriore stretta. E teniamo in considerazione che, prima dell'inizio del conflitto, la Cina rappresentava circa l'8% delle esportazioni di prodotti raffinati a livello globale”.
Il combinato delle due situazioni, sia sul fronte del prezzo del greggio che della capacità di raffinazione, contribuisce dunque a determinare un clima di incertezza che si riflette nei prezzi alle pompe. E le prospettive su questo fronte, di conseguenza, non sono certo rosee.
“Innanzitutto i traffici attraverso Hormuz sono ancora incerti – conclude Schiavo – e prima di vedere un riscontro sui prezzi ai distributori sarà necessario un abbassamento del livello del greggio, il cui prezzo è oggi molto alto non solo rispetto al periodo antecedente la guerra in Iran (quando si aggirava sui 70 dollari al barile) ma anche in prospettiva storica. Se i flussi in uscita continueranno ad essere robusti, però, è probabile che un calo nel prezzo al barile si veda. La componente più complicata è quella legata alla capacità di raffinazione, che non si costruisce da un giorno all'altro. In altre parole, ci vorrà ancora tempo”.


















