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| 16 settembre | 18:57

Guerra in Medio Oriente, gasolio da record: oltre i 2,20 al litro “e crescerà ancora”. Dall'avanzata Houthi al ruolo della Cina, l'analisi: “Non c'è una soluzione militare”

Mentre la situazione in Medio Oriente si complica, con l'avanzata degli Houthi verso le sponde del Mar Rosso e lo stretto di Bab el Mandeb e gli attacchi agli impianti petroliferi sauditi, i prezzi dei carburanti continuano a salire – e le previsioni sono tutt'altro che rosee. L'analisi del direttore della Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento, Stefano Schiavo: “Oggi l'economia non è più al riparo dai conflitti”

Guerra in Medio Oriente, gasolio da record: oltre i 2,20 al litro “e crescerà ancora”

TRENTO. Il prezzo del diesel in Italia ha raggiunto livelli da record, superando anche i picchi toccati nel 2022, all'indomani dell'inizio della guerra scatenata dall'invasione russa dell'Ucraina, mentre in Medio Oriente la situazione si fa sempre più complicata – in particolare sul fronte del conflitto tra Arabia Saudita e le milizie Houthi – facendo temere ulteriori rincari.

 

Guardando ai valori medi nazionali dell'ultima rilevazione settimanale, alle pompe il gasolio viaggia ormai molto vicino alla soglia dei 2,20 euro al litro – il prezzo medio è pari a 2,191 euro al litro e il valore, ricostruisce il Post, è il più alto da quando si registrano le serie storiche, nel 2005. Se si prende invece in considerazione il dato giornaliero di mercoledì, il valore medio del diesel arriva addirittura a 2,21 euro al litro, stando ai dati del Sole 24 Ore.

 

Per quanto riguarda il territorio trentino in particolare, i prezzi al self service sono anche superiori: in alcuni distributori del capoluogo – e più in generale nella valle dell'Adige – si sfiorano anche i 2,3 euro al litro, soglia già sensibilmente superata invece nelle valli laterali. Si tratta oltretutto di valori già 'scontati' di circa 17 centesimi, grazie ad un intervento ad hoc sulle accise del governo in scadenza il 17 settembre – anche se un'ulteriore proroga della misura sembra a questo punto molto probabile.

 

Su valori leggermente più bassi, attorno ai 2,08 euro al litro secondo la media della scorsa settimana, si muove invece la benzina – pur in assenza, in questo caso, di misure di sostegno – mentre il prezzo del greggio continua a mantenersi attorno ai 107-108 dollari al barile, un valore molto superiore rispetto a quello che si registrava prima dell'inizio della guerra scatenata dall'attacco israelo-americano contro l'Iran del febbraio scorso.

 

E sul fronte del caro carburanti per gli addetti ai lavori le previsioni sono tutt'altro che rosee.

 

“La situazione peggiorerà” ha detto a Quotidiano nazionale e Huffington Post Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia, spiegando come il dato di partenza ad oggi sia la mancanza di petrolio. Tra le cause immediate degli aumenti per Tabarelli c'è proprio la recente escalation in Arabia Saudita, dove da una parte l'oleodotto est-ovest – che permetteva al greggio di Riad di raggiungere l'hub di Yanbu, sul Mar Rosso, e da lì i mercati orientali bypassando lo stretto di Hormuz – è stato chiuso a seguito di un attacco di droni, mentre dall'altra l'avanzata delle milizie Houthi sulla costa yemenita occidentale minaccia concretamente il passaggio delle navi dallo stretto di Bab el Mandeb.

 

Una situazione, dice a il Dolomiti il direttore della Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento Stefano Schiavo, che si lega a una serie di tematiche ben più ampie – dal ruolo della Cina nel mercato petrolifero mondiale fino alle conseguenze del recente patto di difesa con Turchia e Pakistan firmato dall'Arabia Saudita – e che conferma nuovamente il radicarsi di un profondo cambio di paradigma nel contesto internazionale: l'uso sempre più diretto delle relazioni economiche come arma di pressione. Ma procediamo con ordine.

 

“Le recenti azioni degli Houthi – dice innanzitutto il professore – sono arrivate come una parziale sorpresa. Il gruppo sembrava infatti in difficoltà dopo l'avvio della campagna di attacchi contro l'Iran di Stati Uniti e Israele, visto e considerato che proprio da Teheran i miliziani ricevono supporto logistico, finanziario e militare. All'inizio della guerra, in altre parole, il regime iraniano non sembrava più in grado di sostenere il network di milizie che aveva a lungo coltivato in Medio Oriente e gli stessi Houthi, che di quella rete sono uno dei tasselli più importanti, insistendo geograficamente su un'area strategica come la costa yemenita del Mar Rosso e lo stretto di Bab el Mandeb, erano per così dire usciti dai radar”.

 

Come dai radar era uscito il tema della navigazione nel Mar Rosso meridionale, questione invece al centro del dibattito a livello internazionale dopo il 7 ottobre e fino alla prima parte del 2025.

 

“In parte possiamo identificare questa fase di rinnovato conflitto con le autorità saudite – continua Schiavo – come una ripercussione della campagna militare portata avanti contro l'Iran: Teheran è ben conscio di non poter sostenere un conflitto tradizionale, simmetrico, con Stati Uniti o Israele, e proprio per questo, messo alle strette, il regime ricorre alle azioni di questi gruppi e milizie paraterroristiche. Ad attori non convenzionali e non statali che hanno un interesse specifico nel controllo di un dato territorio: nel caso degli Houthi, l'opposizione è al debole governo ufficiale yemenita, sostenuto dall'Arabia Saudita, lo storico nemico dell'Iran per l'egemonia nella regione”.

 

Un governo, continua il professore, non particolarmente sostenuto dalla popolazione yemenita e i cui esponenti, per la maggior parte, vivono lontano dal Paese, a Riad. “In altre parole – dice ancora il direttore della Scuola di Studi Internazionali – non parliamo di un'autorità in grado di esercitare un controllo effettivo sul territorio, di offrire servizi e stabilità. È una compagine governativa sfilacciata, molto distante. Questo certamente non vuol dire che gli Houthi, la cui roccaforte è nel Nord del Paese, siano in grado di offrire un'alternativa concretamente migliore, né che siano particolarmente apprezzati dalla popolazione. Molti però li vedono come il minore dei mali”.

 

Il connubio tra le rivendicazioni territoriali interne del gruppo e la necessità da parte dell'Iran di aumentare la pressione sugli Stati Uniti e sui Paesi alleati da parte dell'Iran trova proprio nello stretto di Bab el Mandeb il suo punto di sbocco. Visto e considerato il sostanziale blocco dell'altro fondamentale choke-point marittimo della regione – l'ormai noto stretto di Hormuz, che mette in collegamento il Golfo Persico con l'oceano indiano e che da mesi è di fatto bloccato dalle autorità iraniane – proprio il passaggio obbligato tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden rappresenta oggi l'unico sbocco meridionale per il petrolio saudita destinato ai mercati orientali.

 

Vista la prolungata stretta su Hormuz infatti, Riad aveva riorganizzato i suoi flussi di greggio dalla costa est – quella, appunto sul Golfo Persicoall'hub di Yanbu, sul Mar Rosso, grazie a un oleodotto che taglia il deserto arabico da est a ovest. Prima dell'attacco che ha di fatto fermato l'infrastruttura, l'oleodotto trasportava ogni giorno fino a 4-5 milioni di barili di petrolio, pari a circa il 4% dell'offerta globale di greggio. Proprio quelle forniture sono oggi al centro delle ostilità con gli Houthi, la cui avanzata verso la costa yemenita ha di fatto reso il gruppo l'ago della bilancia nel complicatissimo equilibrio militare ed energetico venutosi a determinare dopo l'inizio della guerra in Iran.

 

“E questa posizione – continua Schiavo – garantisce loro ampie libertà, in particolare di fronte alla fase complicata che le autorità saudite stanno vivendo nel loro rapporto con il maggior alleato militare: gli Stati Uniti. Riad aveva chiesto a Washington di intervenire militarmente in Yemen, ricevendo però un rifiuto. Sul campo la situazione oggi è fluida, ma pare che gli Houthi possano contare sul controllo di gran parte della costa ovest dello Yemen, minacciando concretamente di bloccare il passaggio da Bab el Mandeb”. E proprio la natura della milizia sciita, che prende nome dal fondatore del gruppoal-Houthi – e da anni impegnata nel sanguinoso conflitto civile in Yemen, rende oggi difficile immaginare un efficace intervento militare contro di loro.

 

“Lo abbiamo già visto con Hormuz negli ultimi mesi – dice il professore di UniTrento – per bloccare un choke-point strategico possono bastare mezzi relativamente rudimentali: nel concreto, un'imbarcazione, armi lanciarazzi. Gli Houthi poi non sono una forza regolare, non hanno basi operative o centri logistici da prendere di mira: si muovono rapidamente a bordo di pick-up, sfruttando il territorio. In generale è molto difficile prevedere oggi cosa potrà succedere, come è molto difficile immaginare un'azione militare efficace. Di certo siamo in un contesto di fortissima rivalità regionale, nel quale si inserisce l'oggettiva difficoltà di identificare e comprendere come relazionarsi con un gruppo come quello degli Houthi”.

 

Le autorità saudite sono nel frattempo preoccupate della capacità del gruppo di colpire obiettivi a lunga distanza con i droni: “Riad cerca di difendere la sua capacità di produzione energetica, oleodotti, raffinerie, pozzi petroliferi e via dicendo. La coperta però è corta, ed è così che alcune aree rimangono scoperte”. È il caso, dice il professore, della Mecca, che secondo quanto riportato dalle autorità saudite sarebbe finita negli scorsi giorni nel mirino di un drone degli Houthi – abbattuto prima di entrare nello spazio aereo della città santa dell'Islam. Gli stessi miliziani si sono affrettati a negare ogni coinvolgimento, mentre il governo saudita ha parlato di una “linea rossa” da non oltrepassare.

 

“Il dato di fatto – continua però Schiavo – è che i Paesi del Golfo sono vulnerabili di fronte ad attacchi portati, per esempio, da sciami di droni. Le difese tradizionali non sono necessariamente efficaci contro queste tecnologie e gruppi non organizzati, ma con una grande capacità di sperimentare sul fronte militare, possono trarre vantaggio dalla loro posizione, permettendogli di tenere in scacco avversari più potenti, ricchi e meglio equipaggiati”.

 

Ed è qui, secondo il professore, che emerge con chiarezza un grande cambiamento di paradigma in atto in particolare negli ultimi anni. “L'economia non é più al riparo dai conflitti. Le relazioni economiche e le grandi catene di distribuzione globali non sono più protette dal fatto di convenire a tutti: vengono usate come ulteriore strumento di pressione. Colpire le esportazioni di petrolio dell'Arabia Saudita significa sì colpire i sauditi ma, di riverbero, anche l'intera economia globale. È questo a garantire agli Houthi un potere negoziale fortissimo: altrimenti l'interesse mondiale sulle loro azioni in Yemen sarebbe quantomeno marginale”.

 

Non tutte le rotte, però, sono colpite allo stesso modo: “Le esportazioni saudite verso Europa e Americhe passano da Suez, e lì gli Houthi non arrivano. A essere sotto pressione sono invece i flussi verso i mercati asiatici, in particolare verso India e Cina, che già prima del conflitto erano tra i maggiori clienti dei Paesi del Golfo”. Proprio la Cina, in questo contesto, sta giocando un ruolo importante nel mercato petrolifero internazionale: “Pechino – spiega Schiavo – aveva accumulato ingenti scorte di greggio quando i prezzi erano più bassi, e oggi sta attingendo ampiamente alle proprie riserve, evitando di acquistare petrolio quando i prezzi salivano. Un beneficio per la Cina, ma anche per il resto del mondo, perché questo toglie pressione al mercato: è come se la domanda cinese fosse stata compressa, senza però alcun impatto sui consumi interni, coperti dalle riserve”.

 

Il meccanismo però non potrà andare avanti per sempre e, soprattutto, funziona bene sul greggio, molto meno sui prodotti raffinati: “La Cina era un'esportatrice di prodotti petroliferi raffinati, oggi però queste esportazioni sono state bloccate per servire il mercato interno”. Ed è proprio qui che si arriva al nodo dei prezzi alla pompa: “La capacità di raffinazione a livello mondiale – spiega infatti Schiavo – è più sotto pressione rispetto alla disponibilità di greggio. Per questo è difficile immaginare prezzi in calo ai distributori: tutto dipende da quanto durerà questa crisi”.

 

E una via d'uscita, per ora, non si vede.

 

Tra gli elementi che potrebbero entrare in gioco, sottolinea il professore: "C'è l'accordo di difesa comune siglato recentemente da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Se Riad fosse concretamente minacciata dagli Houthi, il patto potrebbe essere invocato. Resta però da capire quanto i partner vogliano impegnarsi in un conflitto asimmetrico con una milizia di questo tipo, nei confronti della quale è come detto difficile immaginare una strategia militare efficace. I partner possono aiutare nel contenere i danni, ma al momento non si vede una soluzione militare. Proprio come non si vede sul fronte iraniano”.

 

Né, almeno ad oggi, si intravede una possibile soluzione negoziale: “Per sedersi al tavolo e trattare – conclude il direttore della Scuola di Studi Internazionali – bisogna trovare una via d'uscita dignitosa per tutti. In altre parole: tutti devono poter dire di aver vinto qualcosa. E questa condizione ad oggi non sembra essere possibile”.

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