Sanità, un successo la prima Casa della Comunità di Bolzano: nei primi giorni di apertura 500 accessi
Inaugurata la struttura di piazza Loew Cadonna per frenare l'assalto al pronto soccorso. Ambulatori aperti 24 ore su 24 per le piccole urgenze, ma per il futuro pesa il deserto nei bandi per i medici di famiglia

BOLZANO. Cinquecento pazienti visitati in appena una dozzina di giorni. Bastano i numeri del debutto a spiegare quanto Bolzano avesse bisogno di un polmone sanitario alternativo per le piccole urgenze, capace di alleggerire la pressione perennemente oltre i livelli di guardia dei reparti ospedalieri.
La prima Casa della Comunità del capoluogo, ospitata negli spazi dell'ex Mutua di piazza Loew Cadonna, in sostanza, è un'idea vincente. Si tratta della terza struttura di questo tipo a livello provinciale, ma della prima in assoluto sul territorio cittadino, nata seguendo le direttive e i finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che impone un presidio di questo genere ogni cinquantamila abitanti. Proprio per rispettare questa proporzione, la mappa sanitaria della città prevede la nascita di un secondo centro speculare all'interno del comprensorio del San Maurizio, anche se in questo caso i tempi saranno decisamente più lunghi e l'apertura non avverrà prima del 2028, mentre le tessere del mosaico di piazza Loew Cadonna si completeranno già entro la prossima estate con l'attivazione della guardia medica.
Dal punto di vista della strategia macro dell'assessorato provinciale alla sanità guidato da Hubert Messner, l'operazione non è un semplice trasloco di uffici, ma rappresenta lo sviluppo e l'evoluzione dei vecchi distretti territoriali. L'idea di fondo è quella di far lavorare in modo multidisciplinare e interconnesso i medici di medicina generale, gli specialisti e il personale dei servizi sociali, creando una rete di protezione che si faccia carico non solo dell'acuzie passeggera, ma anche della gestione a lungo termine dei malati cronici. È la cosiddetta de-ospedalizzazione, un processo culturale prima ancora che logistico, che punta a cambiare radicalmente le abitudini dei bolzanini quando si tratta di chiedere aiuto a un medico.
Le regole d'ingaggio per i cittadini, ribadite con forza durante il taglio del nastro, sono chiare. Il primo punto di riferimento per la prevenzione e i controlli ordinari deve rimanere il proprio medico di famiglia. Quando però gli ambulatori di base sono chiusi, o il proprio dottore non è reperibile, subentra la neonata Casa della Comunità, che garantisce una copertura totale sette giorni su sette e ventiquattro ore su ventiquattro. È a queste scrivanie che bisogna rivolgersi per problemi comuni come febbri persistenti, forti mal di gola, lombalgie, distorsioni, ferite superficiali che necessitano di una medicazione o per il rinnovo urgente di una ricetta. Al pronto soccorso dell'ospedale ci si dovrebbe invece recare soltanto in caso di emergenze reali che rischiano di peggiorare rapidamente, come fratture ossee, difficoltà a respirare, improvvisi e violenti dolori addominali o forti reazioni allergiche. Resta infine blindato il ruolo del numero unico centododici, da allertare esclusivamente quando la vita del paziente è in immediato pericolo, come davanti ai sintomi di un infarto, di un ictus o di traumi stradali di estrema gravità.
Se dal punto di vista dell'utenza i primi dati dicono che la struttura di piazza Loew Cadonna sta rispondendo alla perfezione alle risposte della città, a preoccupare i vertici della sanità altoatesina resta il nodo legato al personale. Sebbene sia ancora presto per quantificare quanto il nuovo ambulatorio stia effettivamente svuotando le sale d'attesa del San Maurizio, l'intero progetto rischia di scontrarsi con un deserto occupazionale difficile da colmare. L'ennesima conferma è arrivata dall'esito dell'ultimo bando pubblico emesso a livello provinciale: a fronte di duecentotto posti disponibili per medici di famiglia e guardie mediche, all'appello dell'azienda sanitaria hanno risposto appena dieci candidati, una carenza di camici bianchi che rischia di diventare il vero freno alla rivoluzione della medicina di prossimità.












